È PRONTO A TAVOLA!

«Io ho capito pure perché a noi ci hanno sempre chiamato Mezzogiorno d’Italia: per essere sicuri che a qualunque ora scendevano al Sud si trovavano sempre in orario pe’ ce magnà ‘ncoppa».

Così in una celebre intervista Massimo Troisi spiega provocatoriamente perché il Sud si chiami Mezzogiorno, sottolineandone il carattere di subordinazione forzata a un potere che sembra sempre appartenere altrove, e mai al Meridione.

È un altro il Sud – quello complesso, stratificato – che rendiamo protagonista del prossimo mese.

Mettiamo al centro un territorio che è sempre stato margine e periferia, per dargli attenzione reale – e non sensazionalistica – per dare voce alla sua realtà e alle sue storie.

L’urgenza che abbiamo avvertito in qualità di redazione risiede proprio nel fatto che la questione meridionale, lungi dall’essere un’espressione anacronistica volta ad indicare un fenomeno collocato nel passato, deve essere dibattito attuale. Il Ciclone Harry, bistrattato dai media nazionali come fenomeno di serie b, raccontato poco e male, ignorato dall’intera nazione, è, in tal senso, solo punta di un problema ben più radicato nell’Italia antimeridionalista di oggi.

E quindi mo’ ? Mo’ è pronto a tavola, parliamo di questo Mezzogiorno.

TEMI PRECEDENTI

SCEMO CHI LEGGE E CHI LA RISPETTA

“Le regole servono a far funzionare il mondo”: una nenia che ci accompagna fin dalla culla e che ci hanno insegnato a ritenere vera.

Lex da ligere, ovvero obbligare.

Crescendo, ci siamo chiest3 se quell’obbedienza fosse giustificata. Se rubare a chi ha le tasche piene fosse così sbagliato. Abbiamo imparato a percepire uno scarto tra ciò che è giusto e ciò che è legale.

Lex da lègere, ovvero leggere.

Abbiamo capito che le leggi spesso servono il mondo di poch3, che spesso non sono capaci di rappresentare tutt3. Quindi ci siamo arrabbiat3. Senza più chiedere il permesso, invece di alzare la mano abbiamo deciso di alzare la voce.

Lex da lègere, ovvero scegliere.

Questo mese riflettiamo sulla frizione che si genera quando legalità e giustizia non coincidono. Su ciò che nasce dal rifiuto del compromesso: le brave persone non rispettano leggi ingiuste.

MEDITERRANEO

Il Mediterraneo è un mare che ha visto nascere e cadere imperi, un crocevia di popoli e culture, un filo d’acqua che lega Europa, Africa e Medio Oriente. È stato teatro di commerci, conquiste e migrazioni, spazio di scambio e di conflitto.

Oggi, queste stesse acque mantengono un’ambivalenza: da un lato, sono testimoni di potere e oppressione; dall’altro, diventano corridoi di solidarietà e resistenza, vie dove la dignità sfida l’ingiustizia – la missione della Global Sumud Flotilla su queste acque è, del resto, una chiara testimonianza della solidarietà delle voci libere che tormenta i potenti. Infatti, se, come ricorda Hannah Arendt, “l’azione è la sola attività che riveli l’identità dell’individuo nel mondo, il modo in cui gli uomini appaiono agli altri”, allora qui, nel Mediterraneo, appare chi sceglie di agire contro l’oppressione, di prendere parte alla storia con coraggio e responsabilità.

Ma cosa c’è nel futuro del Mediterraneo? Sarà sempre destinato a rimanere una frontiera o potrà divenire ancora la medesima fonte di vita e cultura che fu per tanti popoli, tanti esseri umani e non. Questa scelta si compie oggi, nella lotta o nell’indifferenza di chi ne abita le coste. Sta a noi volgere gli occhi verso il suo orizzonte incendiato o trattenerli sulla costa, ignorandone il richiamo.

HAI FATTO LA FRITTATA!

Ogni volta che faccio una frittata mi sento una vera artista. Ma se a una vera artista dici “hai fatto una frittata” se la prende un pochino. Reverenze, reverenze, non ho capito come mai! Sarà un problema di tensione tra campi mi spiega Pierre Bourdieu mentre io intanto rompo l’uovo numero 10.
Per un po’ parleremo d’artisti, anche se non abbiamo ben capito cosa siano. Di quelli che usano la frusta per sbattere le uova e di quelli che si accontentano di una forchetta, allerta, allerta!

HAI DA ACCENDERE?

Siamo in un tempo che ha disimparato l’incendio, che teme la fiamma perché conosce solo il consumo e non la trasformazione. Confusi dai detriti lucidi della modernità ci spegnamo lentə, come braci sotto la cenere. Nel pigro scoppiettio generale, c’è ancora chi si aggira alla ricerca di quel soffio che risvegli il fuoco. Una supplica muta: “Hai da accendere?”
Accendere è un atto sacro, quasi eretico: è sfidare l’asfalto con la radice, rompere la notte con una scintilla. Con il tema di questo mese diamo spazio a quella domanda fugace dell’estraneə al bar, e ne facciamo un manifesto politico.
Accendere cosa? Un’idea, una rabbia, una rivolta, una parola, una poesia che spezza l’inerzia, storie che non hanno avuto paura di incendiare, per illuminare nuove vie.
Occhio a non bruciarsi.

N/A FEMMINISMO

Non Assegnato, Non Annesso, Non Assoggettato.

N/A Femminismo non è una nuova etichetta, né l’ennesima categoria da aggiungere all’elenco. Al contrario, nasce dall’urgenza di riconoscere che il femminismo non è mai stato un blocco monolitico, ma un campo di tensioni, riscritture e conflitti. Nel dibattito pubblico, si cerca spesso di definirlo in modo univoco, riducendone la complessità. N/A Femminismo è il rifiuto di questa semplificazione: non è una formula chiusa, non è una sola voce, ma un coro dissonante, un campo di battaglia e un rifugio insieme, una ricerca senza fine. 

Può essere decoloniale quando smantella l’egemonia del pensiero bianco, xenofemminista quando reclama la tecnoscienza come strumento di emancipazione, transfemminista  quando non si limita a una questione biologica, ma elabora un progetto politico che interroga il genere come costruzione sociale, storica e culturale. 

N/A perché rifiuta di farsi ingabbiare da categorie esaustive o genealogie univoche. N/A perché ogni rivolta è un’inedita cartografia del possibile. 

N/A Femminismo è ciò che non è stato descritto, è ciò che sfugge, eccede, disarticola e risignifica.

SOTTOBOSCO

Il sottobosco è quel fitto intreccio di arbusti, felci e muschio che vive all’ombra degli alberi più alti, un microcosmo denso, vibrante, a volte soffocante. È l’habitat del nascosto, del non detto, dell’invisibile che preme per esistere. Qui, tra radici aggrovigliate e foglie in decomposizione, la vita fermenta e resiste, ma anche trattiene e intrappola. Noi siamo qui, nel sottobosco, immersi in una fitta vegetazione di idee, di regole, di codici imposti e sussurrati. Ne respiriamo l’umidità, ma non ci arrendiamo alla sua ombra. Come direbbe Deleuze, la resistenza è creazione: ed è nel caos di questo spazio saturo che cerchiamo una via, un pensiero altro, una fenditura luminosa. Il tema del mese nasce da qui, dal confronto con un ambiente saturo, dal desiderio di diradare il fogliame, di aprire un varco, di lasciare entrare la luce.