“La presenza di alcuni elementi nella natura invita spesso l’essere umano che non sia completamente distratto a vivere un senso di sproporzione tra la propria piccolezza, e la grandiosa forza di tali fenomeni naturali, affascinanti e a volte tremendi”.

È con queste parole che si racconta l’installazione artistica “Iwagumi-Dismisura”, inaugurata lo scorso 21 dicembre e pensata dall’artista Nimrod Weis. Uno degli obiettivi dell’opera è quello di intersecare lo spazio naturale a quello urbano mediante sassi in plastica a forma di dolomite e registrazioni estemporanee di animali. Un’opera d’arte calata dall’alto, pensata da un artista australiano che si ispira a una pratica giapponese in grado di conferire quel tipico sentimento intimista dato dalla tradizione. Dismisura sembra voler guidare con paternale persuasione il cittadino verso la riscoperta della natura, verso la meraviglia di ciò che è infinitamente più grande di noi, senza mancare lo sbrodolamento finale sul valore delle feste natalizie e su un generico richiamo all’umanità e alla fratellanza.

Perché per annullare lo scarto che esiste tra noi e lo spazio naturale sono necessarie così tante mediazioni? Ma seriamente abbiamo bisogno di questo per ricordarci cosa siano le montagne? L’operazione riporta alla recente scelta del comune di disseminare la piazza con scarni alberelli in vaso per proteggerci dalla calura estiva. Piazza Maggiore è divenuta il campo di prova in cui il potere politico può simulare una natura sublimata e addomesticata, in cui il protagonismo della popolazione nel progettare lo spazio pubblico viene meno. Nonostante le scelte del comune siano presentate come vicine alla sensibilità dei cittadini, nella loro attuazione pratica è evidente la siderale distanza che intercorre tra le reali necessità della cittadinanza e la classe politica che la governa. Nel teatro tragicomico che è Piazza Maggiore la natura non può che essere presente come parodia di se stessa, in forma di giochi pseudo-naturalistici in cui si propongono catene montuose gonfiabili e foreste in vaso.

Foto di @telegiogio

Questi fenomeni ci portano a riflettere più in generale su come si stiano trasformando le metropoli nella nostra epoca e come il potere politico stia costruendo nuovi strumenti di legittimazione. Ai nostri occhi è evidente che le città non vivono più tanto di forze produttive quanto di impressioni visive; nel caso in esame, Piazza Maggiore è il primo nutrimento della città di Bologna. Da essa la città trae i suoi primari impulsi vitali, i quali, però, non sono materiali, produttivi, ma piuttosto impulsi estetici, di apparenza. Una piazza centrale è oggetto costante di sguardi, occhi biologici e tecnologici la sondano ed essa è costretta a cedere all’immediatezza della vista, è nuda di fronte allo strapotere dell’esteriorità. In una piazza centrale si consumano estenuanti battaglie, striscianti conflitti di forma che scrivono l’identità dell’intera metropoli. Non importa quanta storia la piazza porti con sé, quanta delicatezza richiederebbe l’uso di quello spazio: in centro, proprio di fronte a Palazzo d’Accursio, la città di Bologna deve apparire, deve essere vista in quanto tale. Non c’è spazio per il dubbio identitario, la messa in discussione, la perdita di certezza e in ultimo la rinuncia a competere e attrarre.

In questo contesto, una schiera di persone comuni, cittadini interessati al destino del pianeta e volenterosi di portare la giustizia climatica nel panorama politico, appare come un germe velenoso, un’erbaccia da estirpare. Le amministrazioni locali accettano il discorso ecologista solo se edulcorato dalla retorica legalitaria che oggi è al centro del dibattito nell’intera penisola. C’è una evidente resistenza al cambiamento, al sovvertimento che nelle nostre città sarebbe necessario. Non si può pensare di modificare il nostro rapporto col mondo naturale se non accettiamo di cambiare gli spazi pubblici, gli equilibri su cui si fondano e, di conseguenza, anche le leggi che ne legittimano il perdurare. Bisogna che la legalità si faccia espressione di giustizia se non vogliamo che si riduca a mero anticorpo di una società incapace di accettare un rinnovato rapporto con la natura.

Foto di @telegiogio

Nel pratico, basta guardare alle recenti scelte di bilancio comunale compiute per l’anno che viene. In questo si legge che un totale di 3 milioni e trecentomila euro saranno destinati al centro storico per il suo “rinverdimento” e per la realizzazione delle Talea-Green Cells, progetto vincitore del bando europeo EUI, e che vede proprio il comune di Bologna come capofila. Si tratta di non meglio definite “cellule verdi” da 100×100 metri ciascuna per sperimentare nuove metodologie di connessione tra zone verdi della città.

In gergo tecnico si chiamano “soluzioni basate sulla natura” (nature based solutions), e sembra il nuovo mantra di una giunta che vuole mostrarsi progressista, vicina alle cause ambientali e sociali, ma senza la vera intenzione di cambiare una città che continua lo sviluppo sulle sue antiche tangenti.

In altre parole, la città di Bologna, come tante altre, sembra pensare che si possa essere ecologici senza mettere in discussione il modello di sviluppo che ci ha portato alla crisi ecologica. Ma la verità è che mentre il centro storico sembra trasformarsi nel giardino zen della giunta,  fuori il territorio continua a essere consumato a ritmi insostenibili: la città cresce, il cemento avanza, e la natura viene trasformata in un prodotto da sfruttare per il benessere di pochi. La giustizia climatica muore sotto una appariscente legalità, fatta di gergo anglosassone e fondi europei, che sembra voler intascare lo spazio verde più che accoglierlo.

Proprio qualche giorno fa è stato pubblicato l’ultimo rapporto Ispra sul consumo di suolo in Italia, dove la città di Bologna si aggiudica il primo posto, con i suoi 21 metri cubi di nuovo suolo consumato per ettaro di superficie. In termini assoluti, è seconda solo a Roma e a Venezia. Il Comune di Bologna segna infatti quest’anno un aumento del consumo di nuovo suolo di 29,23 ettari, contro i 21,31 dell’anno precedente, i 16,73 di due anni prima, i 12,17 di tre anni prima e i 5,67 ettari di quattro anni prima. Ma anche la Regione non è da meno:   1.013 ettari consumati, più di Lombardia (834 ettari), Puglia (818 ettari), Sicilia (799 ettari) e Lazio (785 ettari).

Eppure il valore del suolo dovrebbe essere ampiamente riconosciuto: la Corte Costituzionale ha definito il consumo di suolo come “una delle variabili più gravi del problema della pressione antropica sulle risorse naturali”. La commissione europea (sic!) ci dice che “troppi pochi sanno che il nostro futuro dipende dallo strato sottile che si estende sotto i nostri piedi. Il suolo e la moltitudine di organismi che in esso vivono ci forniscono cibo, biomassa, fibre e materie prime, regolano i cicli dell’acqua, del carbonio e dei nutrienti e rendono possibile la vita sulla terra. Occorrono migliaia di anni per produrre pochi centimetri di questo tappeto magico”.

Questo tappeto magico a Bologna viene consumato al ritmo di 2,7 metri quadrati ogni secondo. Ma la narrativa della città verde continua a dominare, con il suo linguaggio rassicurante di “parchi” e “corridoi verdi”: una compensazione simbolica, una maniera per alleggerire le coscienze, mentre l’impermeabilizzazione del suolo, la perdita di biodiversità e la distruzione degli habitat naturali continuano a procedere senza sosta protette dallo scudo su cui è incastonato il laconico giudizio: “E’ la legge”. La legge per cui ogni scelta scellerata viene giustificato, per cui si sacrificherebbe tutto, anche il nostro stesso futuro. Ma la vera giustizia climatica chiama, atteggiamenti da cerchiobottisti non sono contemplati. Non si può salvare la dimensione ideale e patinata di una Bologna che esiste solo nelle immagini stock e al contempo proporre dei reali rinnovamenti. 

La sfida legata al cambiamento climatico, invece di essere affrontata con un impegno radicale e una vera trasformazione del nostro modo di vivere e progettare la città, viene ridotta a una serie di interventi che appaiono ecologici ma che, nella sostanza, sono destinati a perpetuare un sistema di sfruttamento del suolo, delle risorse naturali e della biodiversità. Ciò che sembra una risposta verde alle urgenze del nostro tempo, rischia di diventare un oppiaceo, una sorta di illusione che ci fa sembrare di stare nel cuore della natura, mentre continuiamo a distruggerla. Così, pur non avendo alberi sotto cui passeggiare, soffocati dalle polveri sottili, potremmo sempre andare a visitare Piazza Maggiore, con la nuova trovata naturalistica del comune, sublimata artisticamente, esposta artificialmente, in cui ci potrà essere insegnato il valore e il rispetto della natura senza smettere di esserne padroni e tiranni.


Mattia Paratore

Anna Providenti

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