(tutto quello che vorrei chiedere all’artista dopo aver visto la sua mostra)

Se oggi mi venisse offerta l’occasione di parlare con qualsiasi persona al mondo, io sceglierei Tracey Emin.
Le opere dell’artista britannica si trovano esposte fino al 20 luglio nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze. La mostra, dal titolo Sex and Solitude, include opere che spaziano fra tecniche diverse, padroneggiate da Emin negli anni: dal ricamo, alla pittura fino alle sculture in bronzo e gli immancabili neon.
Un neon azzurro, modellato sulla calligrafia dell’artista, illumina la facciata del palazzo rinascimentale: Sex and Solitude, i fulcri attorno a cui si sviluppa la mostra.
È una mostra cruda, perché reale, che tocca due grandi temi all’apparenza paralleli: il sesso, e quindi la necessità di creare una connessione con gli altri, e l’inevitabile solitudine che trova posto nella nostra esistenza. Solitudine che, nelle creazioni di Emin, diventa anche un sentimento positivo, uno spazio di riflessione e creazione.
Sono temi da cui la nostra società è ossessionata, ma non riesce ad affrontarli in modo sincero ed onesto. Nella società della performatività abbiamo ancora troppa paura di parlare di sesso e solitudine, o almeno di farlo affrontandone anche il lato più scomodo, quello che ci mette più a disagio, perché ci costringe a fare i conti con le nostre vulnerabilità.
Tracey Emin riesce a toccare questi tasti in modo diretto, coraggioso, tracciando con pennellate dal tratto feroce questi corpi, contorti nel piacere, che pure non riescono a trovare sollievo dalla propria solitudine.
La spietata sincerità con cui Emin traduce le sue esperienze di vita in arte, rendono questa mostra un’esperienza intima e riflessiva. Non una semplice retrospettiva di una carriera quindi, quanto piuttosto un diario intimo dell’esistenza di una donna.
Le opere di Tracey Emin pizzicano una corda nel profondo di chi osserva, che continuerà a vibrare anche dopo aver lasciato il perimetro del museo.
Per questo, se mi fosse data l’occasione di poter parlare con qualsiasi persona al mondo, inviterei Tracey Emin a prendere un tè. Una volta appoggiate le tazzine ormai vuote sul tavolo, inizierei a farle tutte le domande che ho scarabocchiato in fretta e furia sul mio taccuino dopo aver incontrato i suoi lavori. La disarmante onestà delle sue opere mi spinge a voler conoscere di più di questa donna, non soltanto come artista, ma come un altro essere umano, che mostra i segni del proprio vissuto sulla pelle.
I corpi ricoprono un ruolo centrale in questa esibizione. Che siano dipinti o modellati nel bronzo, tramite la rappresentazione del corpo, Emin riesce, partendo dal personale, a creare un’esperienza condivisa e condivisibile.
I nostri corpi raccontano la nostra storia, sono le tele su cui il tempo e la vita lasciano i segni delle nostre esperienze. Spesso abbiamo un rapporto controverso con la nostra stessa carne: non sempre l’accettiamo, molte volte vorremmo cambiarla, modellarla, il più delle volte la nascondiamo. La nudità ci mette a disagio, non tanto per una questione di pudore, quanto piuttosto perché ci rende difficile nascondere la nostra vulnerabilità.
La ricerca di connessione, che si esprime in questi corpi intrecciati, eppure comunque alienati, sono espressione di una sete di intimità vissuta da ciascuno di noi. Tracey Emin riesce a concretizzare magnificamente queste sensazioni nel bronzo o sulla tela. Così l’artista crea un’opera che è sia intima che universale, che viene offerta agli occhi del pubblico senza filtri o giudizi, quasi a volerci dire: “Questa è la mia esistenza e forse è anche parte della vostra. Guardate, se avete il coraggio”.
Nella vita incontriamo ben poche persone che riescono a mettersi veramente “a nudo”, a mostrare se stesse per come sono, senza mentire o dissimulare sui propri sentimenti. Sono rare, infatti, quelle persone che riescono a raccontarsi in tutta la loro umana e cruda gloria, che mettono il proprio cuore e la propria anima sul palmo delle mani per offrirle al nostro sguardo.
Una di queste persone è Tracey Emin, che in modo fiero ed autentico nelle sue opere ci offre il suo vissuto nella sua interezza, senza tralasciare nulla: il rapporto con il suo corpo, lo stupro subito da giovanissima, l’aborto, le sue relazioni, l’amore e il piacere, ed infine la battaglia contro il cancro e l’operazione che l’ha salvata.
Nata nel 1963 a Londra, da madre inglese e padre turco-cipriota, è cresciuta nella cittadina costiera di Margate, da cui è scappata appena adolescente, ma a cui è sempre rimasta legata da un profondo affetto.
Sono gli anni della Cool Britannia quando questa giovane artista si affaccia alla ribalta del panorama artistico inglese con un carattere fiero e autentico. Il primo vero successo mediatico arriva nel 1999, con la candidatura al Turner Prize e l’esposizione alla Tate Gallery dell’opera My bed. Il letto disfatto dell’artista viene messo in mostra così come Tracey Emin lo aveva lasciato, dopo la fine della sua relazione. Le lenzuola disfatte diventano così la lapide che testimonia il disfacimento di una storia, e gli oggetti disseminati intorno al letto diventano i testimoni silenziosi dell’elaborazione del dolore. Bottiglie di vodka vuote, preservativi usati, biancheria sporca.1
Un’installazione disarmante nella sua onestà. Una parte della vita che la maggior parte di noi vorrebbe dimenticare o nascondere agli altri, e che invece in Emin diventa creazione artistica.
Questo prelude alla costante della produzione artistica di Emin: l’essere creatrice e creazione al tempo stesso, soggetto ed oggetto della sua stessa arte, così come si vede nella raccolta fotografica Naked photos – Life Model Goes Mad.
Non è tanto la fama o il talento di questa artista che mi spinge a volerle offrire una tazza di tè e passare del tempo con lei. Mi piace molto vagare per musei e gallerie, e riesco a godermi l’esperienza grazie al mio praticissimo e personalissimo approccio: tendo ad apprezzare l’arte in modo schietto, forse ingenuo, basandomi sulle sensazioni che mi provoca. Questo non mi rende né un’esperta né una critica d’arte, ma di certo mi rende parte di quella miriade di esperienze che attraversano le sale dei musei e, in quel breve incontro con l’opera, contribuiscono ad arricchirla di significato.
Vorrei offrire un tè a Tracey Emin per conoscerla e capire da dove nasce questa sua capacità di esprimere, con grande maestria, esperienze ed emozioni che la maggior parte di noi non avrebbe mai il coraggio di affrontare.
Personalmente sono più abituata a proteggermi, piuttosto che lasciarmi osservare, e non posso fare a meno di provare ammirazione verso chi, invece, non ha paura di conoscere e mostrare il proprio essere e le proprie emozioni.
Ogni lavoro di Emin racchiude una grossa ed evidente parte di lei. Per questo, fra un Earl Gray e un biscottino, chiederei a Tracey Emin come riesce a dare in pasto alla folla la parte più intima di sé. Cosa la spinge a farlo? E cosa prova sapendo che le sue opere vengono consumate da milioni di occhi in tutto il mondo? Un’inevitabile soddisfazione mi auguro, ma le capita mai di provare paura o di esitare prima di mettere un pezzo di sé dentro un’opera?
Poi forse le chiederei quando si è sentita un’artista per la prima volta.
Negli anni ’90, a seguito di un aborto, Tracey Emin ha vissuto un periodo di astinenza dalla pittura. Smise di lavorare fino al 1996, quando in una galleria di Stoccolma, si rinchiuse in una stanza, nuda, per tre settimane. Voleva affrontare il proprio dolore, e riconciliarsi con la pittura. I resti di quella stanza sono poi diventati un’installazione, anch’essa in mostra a Palazzo Strozzi, dal titolo Exorcism of the last painting I ever made.2
Mi domando, se anche in questo periodo di astinenza creativa, Tracey Emin si sia sentita comunque un’artista. Cosa avrà provato in quegli anni? Come i silenzi fanno parte della musica, così anche i periodi di allontanamento servono alla nostra creatività.
Al momento dovrò accontentarmi di ricercare le risposte nelle interviste che Emin ha rilasciato negli anni.
Per il resto, ci sono domande che non verranno mai a galla, se non davanti ad una tazza di tè a Margate.
Di Margherita Cavicchioni




