La Sicilia havi un patruni

Un patruni sempri uguali

Ca la teni misa ncruci

E cci canta u funerali

La Sicilia havi un guvernu

Un guvernu ‘taliànu

Cu la furca a lu capizzu

E la corda nta li manu

Rosa Balistreri – La Sicilia Havi un patruni 

BRACCIO DI FERRO CON LA SOLIDARIETA

Partiamo da una certezza: ogni sgombero è problematico e nella totalità delle volte ha portato all’abbandono dello spazio precedentemente occupato o alla vendita a scopi di lucro (discoteche, sale giochi e così via). Lo sgombero è un atto di forza e difesa della proprietà privata, anche se quest’ultima sfugge alle regole del gioco dello stato di diritto e diventa strumento delle mafie e della propaganda politica, generando speculazione abitativa e degrado sociale. 

Lo sgombero, quindi, non risponde alle esigenze del territorio in cui avviene, non crea giovamento al quartiere, non genera una “rinascita” culturale o sociale. Al massimo, forse, un processo di gentrificazione che vede accumulare capitale e allontanare chi vive il quartiere, ponendosi come ostacolo alla quotidianità. 

Anche al Sud, questa pratica diventa sempre più prepotente – con modalità e manifestazioni di forza sproporzionate tra militarizzazioni di interi quartieri, elicotteri sui tetti, mezzi pesanti che invadono le vie – e nel tempo ha funzionato come laboratorio per il Paese, portando alla decimazione degli spazi in quartieri che già hanno conosciuto l’abbandono dello Stato. 

L’ultimo caso è quello della Palestra L.U.P.O (Laboratorio Urbano Popolare): uno spazio politico storico di Catania, luogo di organizzazione politica, di comunità sociale, di socialità e cultura. Nel 2018 lo stesso spazio aveva incontrato l’allora Assessore ai Lavori pubblici del Comune di Catania, Pippo Arcidiacono, e grazie al coinvolgimento di oltre cinquanta associazioni e di centinaia di cittadin3 aveva ottenuto una promessa: una progettazione partecipata della piazza per includere nel progetto tutte le attività che si sono svolte in questi anni in Palestra e riqualificare il territorio. 

Com’è finita? Appunto così: lo spazio, a proposito di manifestazioni di forza spropositate, è stato non soltanto sgomberato ma addirittura demolito nel nome del turismo. Questa è la linea narrativa che l’amministrazione missina (Forza Italia) ha dato come spiegazione di questo ennesimo accanimento. Ovviamente non sono mancati i post strumentali sulle scritte “indicibili” che denunciavano proprio quella prepotenza delle Forze dell’Ordine – che si è di fatto  materializzata. 

LA NARRAZIONE DELLO SGOMBERO: LO FACCIAMO PER “NOI”! NOI CHI? 

La linea narrativa del turismo tra l’altro è una chiara provocazione politica, poiché da tempo ormai proprio i movimenti sociali denunciano la turistificazione del sud a fronte di uno smantellamento dei servizi sociali, di un salario e di un lavoro dignitosi, di un’emergenza abitativa ed ecologica affrontata solo con qualche albero piantato e poi abbandonato a se stesso, oppure a fine dell’ennesimo ciclone che ha tolto il tetto dalla testa delle persone.

Questa narrazione è stata accolta a braccia aperte dal giornalismo Siciliano mainstream che scrive:  <<Lo sgombero rappresenta il primo passo verso un percorso di rigenerazione urbana>>. Sembra una di quelle cose da “comunicato” pre – impostate che ad ogni sgombero in questo paese si appiccia per non dire nulla né di nuovo né di vecchio. Silenzio. Chistu è. 

Una rigenerazione che non vede partecipare il Sud, se non nei periodi estivi, ricoprendolo di una romanticizzazione dannosa della socialità meridionale ed elitizza la quotidianità attraverso un racconto stereotipato, spogliato delle complessità della vita materiale comune.

Non si ri-genera ma si de-genera, impoverendo il Sud, arricchendo le corruzioni e le mafie, allontanando chi nasce da e in quei territori, che migra per necessità ma non può farvi ritorno. Una politica del turismo che non permette la possibilità di ritornare, a meno che non si abbia la possibilità economica di pagare prezzi esclusivi per scendere. Insomma, non un piano a lungo termine ma più a “breve”, giusto il tempo della prossima tornata elettorale ma che non dice nulla a chi vive i nostri territori, perché poi per le strade, da curtigghiu a curtigghiu, non cambia niente, tutto è immobile o, peggio, tutto prosegue in una lenta decomposizione – e sullo sfondo, qualche luce accesa per la movida asettica che rumoreggia in modo invasivo, ma non parla. 

Approfondendo notiamo che anche in questo caso, l’amministrazione Catanese ha promesso un luogo in cui dibattere civilmente, secondo le regole del gioco democratico, del controllo di micce alternative che potrebbero esplodere in un coinvolgimento fuori dai rapporti di forza della politica formale. Promessa che vale tanto quanto quella fatta ad altri spazi – e si sa “amaru cu ti fidi”

Infatti anche questa volta la promessa non è stata rispettata e al suo posto è stato pensato un parcheggio. Sicuramente centrale per il benessere cittadino. 

I FANTASMI DEL MERIDIONE FANTASMA 

Ciò che segna un ulteriore dislivello e che dovrebbe accendere un lume, probabilmente, è stato anche l’eco mediatico di questa vicenda. Non sto dicendo che non se ne sia parlato, ma che comunque gli spazi del sud – tutti quelli sgomberati – sembrano non avere lo stesso sapore “cool” degli spazi occupati del Nord. Eppure svolgono la stessa funzione, eppure Catania ha subito come Milano, Torino, Roma. 

Certo, sicuramente il sud non è inteso come il centro nevralgico della politica, anche se ne fa tanta. Parlo proprio di un peso diverso dei corpi meridionali che attraversano quegli spazi, corpi che vivono come fantasmi, non visibili ma trasparenti. Corpi allontanati, ghettizzati, stigmatizzati: insomma la malarazza. Una sensazione di essere notati ma nessuno si accorge di noi.  Il sud esiste solo quando ti giri a guardarlo, come un fantasma. Subiamo la direzionalità politica calata dall’alto e non la contestiamo, la assecondiamo perché ci fa comodo. La vicinanza delle lotte politiche è privilegio, i territori lontani sono luoghi di lotta che non sentiamo “vicini” e di cui ci dimentichiamo.

SE CI SGOMBERANO OCCUPIAMO LA CITTA’

Forse c’è ancora qualcosa su cui ragionare, quanto meno per capire il quadro della situazione. Quello della Palestra L.U.P.O è solo l’ennesimo racconto di un esproprio di “possibilità” alternative all’interno dei nostri territori. E allora, forse, il punto non è tanto più solo parlare e denunciare l’accaduto ma capire quanto meno cosa è accaduto. Arrivati fin qui, forse, la domanda diventa: perché sono esistiti questi spazi? Per quale motivo si è sentita la necessità di riappropriarsi di spazi abbandonati per costruire e intessere delle connessioni nei quartieri delle città (questa volta si – da Sud a Nord)? Qual era la mancanza a cui si cercava di dare una risposta? 

E forse la risposta è proprio quella che guarda all’assenza dei servizi essenziali: consultorie, doposcuola, caf per migranti, centri psicologici accessibili e molto altro. Il tema non è tanto più soltanto l’atto dello sgombero, ma la finalità di questo sgombero che non ha l’intento di portare una miglioria che parli con e all3 cittadin3, ma che irrompe nella materialità per spazzarla via a fronte di una vetrina lussuosa e luccicante – ma inutile. 

Forse la risposta sta nel cercare di capire i motivi dietro la brutalità di questa linea politica per comprendere non soltanto l’esigenza di avere uno spazio ma anche e, soprattutto, l’esigenza di riappropriarsi delle città, dei comuni, dei territori come spazi di vita per chi li vive e non soltanto per chi li governa. Come se queste pratiche di occupazione, nel tentativo di costituire una costellazione di azioni diverse, cercassero di instaurare una vera e propria crisi rivoluzionaria in risposta all’assenza di benessere sociale, affrontando la disuguaglianza tra Nord e Sud per trovare una controffensiva che stia nelle mani di chiunque. 

di Christian Partenope

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