Caro Andrea,
ti scrivo da un tempo che non è più il tuo, ma che ancora ti cerca e ti brama, un tempo dove l’arte è forse defezione di se stessa e le voci dell3 artist3 si confondono in uno sciame indistinto di post e like. C’è chi ti ricorda, Andrea, come si ricorda un lampo che ha squarciato improvvisamente il cielo ed è riuscito a bruciare tutto in fretta: abbagliante, irripetibile, necessario. Siamo entrambi figli del Sud- con la nostra Puglia amara e visionaria- io con il mio accento che ancora suscita ilarità in certi uffici milanesi. Essere del Sud oggi è un po’ come essere un personaggio dei tuoi fumetti: sopravvissuti a una bellezza feroce, in lotta costante con l’etichetta di folclore, costretti a portare il lutto per un futuro che ci raccontano sempre altrove, ma con la perseveranza di chi si rolla una sigaretta anche sotto la pioggia.
Tu portavi nel sangue la nostalgia e la furia di chi sa che la bellezza, se non la si afferra, si spegne. Crescendo in una patria dimezzata, con la politica che gridava e le piazze che si incendiavano, hai fatto della matita una baionetta e del fumetto una confessione cruda, lirica, spietata. Che cos’eri, Andrea? Non solo un fumettista, certo. La definizione ti sta stretta come una camicia stirata male. Eri un visionario, un cantore maledetto, un Rimbaud con la bomboletta spray. Le tue tavole erano visioni, e i tuoi personaggi — Zanardi, Pentothal, Pompeo — erano maschere e specchi: erano te, ma anche noi, lettori inquieti di un’Italia in bilico tra un sogno prossimo e un disincanto inevitabile.
Pentothal nasce già stanco del mondo, già troppo lucido per potervisi adattare. Una coscienza politica ma impastata di onirismo, un corpo ribelle in cerca di un’anima. In lui si sente l’eco di Pasolini e la vertigine di Nietzsche, la volontà di potenza rovesciata in fragilità. Era il 1977, e la Bologna che raccontavi era un teatro di rivoluzioni abortite, un ventre caldo di università e droga, di manifesti e deliri. Poi c’era il tuo alter ego, Massimo Zanardi, il liceale bolognese perfido e amorale, dove l’ironia si mescolava a situazioni grottesche e surreali.
Pompeo, invece, fu il tuo testamento, il requiem in vignette che ti sei cantato da solo, quando già la vita ti scivolava dalle dita come sabbia asciutta. Quel finale — “Non ce la faccio più, mamma” — è un pugno al cuore dalla potenza dantesca. In Pompeo c’è il tuo amore per la bellezza che consuma, la tua capacità di dire la morte con la leggerezza di una carezza violenta. C’è Schopenhauer nella sua malinconia e c’è Camus nel suo resistere senza fede. Eppure, e in questo ti trovo irresistibilmente interessante, tra le pieghe del tuo inferno personale, c’era una luce che non voleva morire. Il tuo segno era un puro fuoco nervoso, sporco, improvviso, eppure sempre giusto, come se ogni tuo tratto sembrava urlare esisto, e ogni pagina era una battaglia tra il caos e la forma. Non sei solo, anche se ti sei sentito sempre così. Forse la solitudine vista da un’altra prospettiva è solo un dialogo mai svolto con una tradizione più vasta. Tu sei con gli artisti che hanno bruciato in fretta, consumati dall’urgenza di dire troppo e troppo in fretta, nella tua ricerca costante non della verità, bensì della contraddizione e in questo senso continui ad essere la mia guida spirituale per sopravvivere ad una domanda esistenziale che attanaglia la mia mente da un bel po’. Vedi, Andrea, il motivo per cui ti scrivo è che ho bisogno di capire cosa significhi oggi essere artista, e se l’arte sia ancora un atto necessario o solo un hobby costoso con profilo Instagram allegato. Come suggerisce Hacking del sé di Agenzia X, viviamo un’epoca in cui l’identità è un flusso monetizzabile, e l’arte rischia di diventare solo un’estensione del profilo, un contenuto tra gli altri. Ma l’arte, se è vera, non si accontenta di visibilità: morde, disturba, disobbedisce anche all’algoritmo. Per questo torno a te: perché tu non disegnavi per “fare arte”, ma perché non farlo ti avrebbe fatto esplodere. La tua arte camminava, inciampava, urlava ed eri artista nel modo più puro e feroce: non per scelta, ma per natura.
E allora mi chiedo: oggi, chi è artista? È chi dipinge quadri o chi sopravvive a dieci colloqui a settimana? È l’influencer col filtro vintage o la ragazzina che scarabocchia sul diario? È la persona la cui arte è riconosciuta istituzionalmente? È chi riesce a vivere d’arte o chi riesce nonostante l’arte? Oggi mi sembra che l’arte sia diventata una parola da evitare nei CV, qualcosa che si fa “nel tempo libero”, un tempo che tra affitti e bollette sembra esistere solo nei romanzi.
Tu invece, Andrea, ci hai mostrato che l’arte è tutto fuorché tempo libero: è tempo urgente, tempo che pulsa, tempo che brucia.
Forse allora oggi l’artista è chi riesce ancora a far bruciare le proprie ali?
A tal proposito, la tua breve vita è ancora una lunga risposta: perché tu non hai mai chiesto il permesso di esistere. Hai disegnato, scritto, gridato e nel farlo hai indagato la realtà meglio di mille saggi. E io, che oggi ti scrivo da un presente troppo levigato, ho bisogno di questa indagine. Di ritrovare, dentro la tua rabbia e la tua dolcezza, il coraggio di fare domande scomode, di capire se essere artista oggi significhi ancora dire qualcosa che non vuole essere detto.
Se potessi farti la fatidica domanda, Andrea — chi è artista oggi? — credo che tu non mi risponderesti con una definizione, ma con un disegno.
Magari schizzeresti un uomo con una testa enorme piena di parole che non riesce a dire, seduto su un marciapiede con in mano un pennarello scarico e un foglio spiegazzato. Gli faresti gli occhi da cane bastonato e un sorriso che non si capisce se è disperazione o ironia. Sopra ci scriveresti: “ARTISTA. (Ma con le rate in sospeso)”.
E quel disegno non sarebbe nient’altro che la tua epifania inquieta. Non so se troverò mai una risposta, ma nel frattempo ripenso alla tua vignetta:
“Perché Pippo sembri uno sballato?”.
“Pippo sembra sballato perché è sballato. Punto e basta”.
di Federica WOR Suriano




