
L’indifferenza e la trascuratezza verso un Sud mai autenticamente riconosciuto, ma sempre frainteso, accusato, macchiettizzato, sono state le forze motrici dello sprofondamento fisico e metaforico del Meridione che ha avuto origini ben prima dell’arrivo del ciclone Harry nel gennaio 2026. L’“eccezionale ondata di maltempo” – come dichiara il sito del governo, e che dice di per sé quale sia la postura con cui si è deciso di affrontare il fenomeno Harry: la cecità – che ha colpito Sicilia, Calabria e Sardegna rappresenta il caso emblematico di come l’interesse nazionale venga dirottato nel momento in cui oggetto dell’attenzione dovrebbe essere il Meridione. Non stupisce, dunque, che la priorità attuale non sia tanto ripristinare la vita dell3 delle resident3 – coloro che nei territori colpiti vivono tutto l’anno, e non solo il tempo di una vacanza all’insegna di una famigerata vita lenta che è solo l’ennesimo modo per stereotipare il Meridione sotto le spoglie di lode verso una vita inesistente –, bensì evitare che al disastro “si aggiunga un danno di immagine che comprometta il turismo”.

Eccoci qua: il turismo. Che un territorio intero divenga di interesse solo per quanto concerne la sua fruibilità turistica forse suggerisce già di per sé l’alta considerazione degli italiani e delle italiane verso lo stesso. Così, se per l’alluvione in Emilia-Romagna sono accorsi in tempi record gli aiuti nazionali, sembra invece che sotto Roma non si riesca proprio a scendere – chissà che non si faccia fatica a reperire treni e aerei a buon prezzo. Ma continuiamo pure a parlare del ponte sullo stretto, per il quale è stato confermato lo stanziamento di ben 13,5 miliardi, quando, per dirne una, la Calabria non ha neanche una linea ferroviaria ad alta velocità. Del resto, la priorità va al ponte, causa perdita di un’importante via di fuga per i siciliani in caso di future emergenze – queste le parole di Matteo Salvini. “Il ponte serve ai siciliani” ha dichiarato il ministro. Continua: “Non si capisce perché i siciliani dovrebbero avere i problemi e non avere manco il ponte”. Passiamo quindi ai “problemi”.

“Ma perché hanno costruito lì?”; “la corruzione, ecco il risultato”; “hanno concesso mutui su un terreno che franava?”; “al Sud costruiscono sempre dove non c’è da costruire e poi quando c’è un evento eccezionale come il ciclone Harry vengono tutti i nodi al pettine e si frigna”. Questi solo alcuni dei commenti sotto ai post de La Repubblica sul fenomeno Harry. Questi commenti rappresentano un’eccezione, si potrebbe obiettare. Eppure, una lettura più attenta e meno frettolosa potrebbe scorgere altro dietro le parole che sono disseminate sotto ai post del secondo giornale per diffusione d’Italia. Così, ancora una volta, a questo giro con il ciclone Harry, un evento naturale diventa il pretesto per riaffermare vecchi stereotipi e rispolverare quell’antimeridionalismo che si nutre di superficialità. Non si vuole qui difendere un territorio intero da coloro che fanno leva sulle sue problematicità, ma evidenziare il doppio standard insito nella nostra cultura, per cui se un fenomeno tocca i meridionali si può star pur certi che la responsabilità sia unicamente loro. Il solito vittimismo del terrone, penserà qualcuno. O, forse, solo un discorso che si fa ancora fatica a non ignorare.

L’abusivismo, leva delle critiche e delle accuse rivolte agli sfollati, ha radici più profonde di quello che una certa opinione pubblica è disposta ad ammettere. Esso è stato strutturalmente legittimato in modo retroattivo proprio dal funzionamento dei condoni, in particolare dalla Legge n. 47 del 1985, che ha introdotto la possibilità di sanare costruzioni realizzate in violazione delle norme, trasformando in atti amministrativamente tollerati o regolarizzabili edifici che prima erano palesemente illegittimi. Questo meccanismo ha applicato in modo favorevole ai trasgressori una nuova disciplina a fatti già avvenuti, facendo sì che chi aveva costruito abusivamente potesse rientrare “nel sistema” pagando una sanzione e rispettando certi requisiti tecnici, senza che fosse automaticamente prevista la demolizione. Di fatto l’abusivismo ha smesso di apparire come un’eccezione da reprimere per configurarsi come una pratica calcolabile nel rischio e nel costo, con l’effetto di normalizzare il fenomeno e spingere verso ulteriori condoni successivi (1994 e 2003).

In Sicilia la Legge Regionale n. 37/1985 ha cercato di adattare questo schema alla realtà insulare imponendo limiti più stringenti nelle aree costiere e agricole, e chiedendo ai Comuni di adottare piani di recupero delle zone abusive. Ma la mancata approvazione di molti di questi piani ha lasciato costruzioni in uno stato di incertezza giuridica, né del tutto illegittime né pienamente regolari, mentre le norme come la Legge Galasso e il D.Lgs. 42/2004 hanno ribadito il vincolo di inedificabilità nella fascia di 150 metri dal mare senza però riuscire sempre a contrastare efficacemente un abusivismo che il condono aveva già, in parte, incorporato nel sistema.
Anche la Legge Regionale n. 15 del 1991 e successivamente il D.Lgs. 42 del 2004 (Codice dei beni culturali e del paesaggio) ribadirono il vincolo di inedificabilità nella fascia dei 150 metri dal mare, principio già presente nella Legge Galasso del 1985 (n. 431). Ma il controllo rimase debole, affidato a uffici tecnici comunali spesso privi di personale o mezzi, e a una cultura politica incline al compromesso.
Quando oggi parliamo di case travolte dal fango o frane che inghiottono interi quartieri, dovremmo ricordare che non si tratta solo di abusivismo “individuale”, ma di un abusivismo sistemico: politico, istituzionale, amministrativo. Non è una devianza, ma un prodotto di sistema, alimentato da scelte legislative che hanno preferito sanare piuttosto che prevenire – esattamente come il governo Meloni sta tentando di fare adesso.

E intanto, nel nome del “progresso”, la Catania degli anni Sessanta e Settanta, ad esempio, veniva immaginata come la “Milano del Sud”, industrializzata a forza, con raffinazioni petrolchimiche che compromettevano le coste e le falde, mentre agricoltura, turismo sostenibile e cultura venivano lasciati ai margini. Ci siamo illusi che crescere significasse cementificare, raffinare, trivellare.
D’altronde, il Meridione è un corpo complesso, con ossa antiche e tessuti fragili, e necessita di cure specifiche. Curare il territorio non vuol dire solo applicare divieti, ma comprendere i suoi bisogni. Ricostruire dopo un ciclone non è semplice edilizia: è ricucitura sociale, culturale, ecologica.
Il Sud non è un “problema da risolvere”, ma una storia da ascoltare. Il primo passo per ricostruire è smettere di trattare come emergenza ciò che è diventato la nostra struttura – e riconoscere, finalmente, che la cura del territorio è una forma alta di giustizia.
La ricostruzione non può essere solo materiale: deve essere culturale e civile. Deve ripartire da una presa di coscienza collettiva, dalla responsabilità condivisa di un territorio che non è e non può essere più margine, ma centro, cuore dimenticato del Paese. Un centro culturale, geografico, storico. Il Settentrione, semmai, orbita attorno a un modello di sviluppo che non riconosce la complessità delle proprie radici mediterranee. Il territorio del Sud è diverso: la sua storia, la sua morfologia, la sua memoria collettiva non si possono tradurre nei parametri settentrionali.
Caterina Mazzullo e Sabrina Sicignano




