
Mi sono laureata in giurisprudenza, ma ho sempre avuto un problema con le leggi, forse perché ho sempre avuto un problema con l’obbedienza automatica. È proprio studiando tutte quelle leggi e quei codici che ho imparato abbastanza presto un’amara verità che mi perseguita: molte leggi non servono a proteggere le persone, servono a proteggere strutture. E queste strutture sono simulacri vuoti che hanno bisogno di essere difesi con i manganelli.
Così ho cominciato a sentirmi a disagio con quella sensazione persistente – un mix tra ansia e rabbia trattenuta – che ti prende ogni volta che senti dire “è la legge” come se fosse una frase conclusiva da accettare pedissequamente e quasi mai l’inizio di un dibattito. Crescendo, ho capito che quella sensazione non era solo disagio personale. Era politica. Era il conflitto tra una legalità che pretende obbedienza e una giustizia che richiede partecipazione.
C’è una retorica ricorrente, sempre uguale a se stessa, che accompagna ogni sgombero: il richiamo alla legalità, pronunciato come una formula magica capace di chiudere qualsiasi discussione. “È la legge”. Come se la legge fosse un fatto naturale e non il prodotto storico di rapporti di forza, interessi materiali, scelte politiche precise. Forse confondere legalità e giustizia è uno degli atti ideologici più riusciti del potere contemporaneo. Ma come non notare che la loro legalità è una macchina fredda, abietta, che funziona per codici, per atti, per timbri e la giustizia, invece, è un campo di bisogni collettivi che emerge nei rapporti, nelle pratiche, nella cooperazione? Deleuze direbbe che la legge appartiene al piano dell’organizzazione, mentre la giustizia abita il piano di consistenza, inteso come proiezione delle relazioni vive.
Allora lo sgombero dell’Askatasuna di Torino non deve essere inteso come un fatto di cronaca, ma come evento politico in senso stretto. Askatasuna è torsione che attraversa corpi, spazi e possibilità stesse di forme di vita collettiva, una breccia di relazioni politiche, culturali e sociali che hanno prodotto valore d’uso là dove il mercato e le istituzioni producevano abbandono o speculazione. Così come il Gridas di Scampia, per l’ennesima volta sotto attacco. In questo senso, gli sgomberi non sono la fine di un’irregolarità, ma l’interruzione violenta di un processo di produzione del benessere comune. È la riaffermazione di una legalità che preferisce il vuoto alla vita, la proprietà all’uso, l’ordine alla giustizia.
Qui si innesta il nodo politico centrale: le brave persone non rispettano leggi ingiuste. Non è una provocazione moralistica, né una posa antagonista. È una constatazione storica. Ogni avanzamento reale dei diritti, ogni conquista sociale significativa, è passata attraverso forme di disobbedienza, in momenti di alta conflittualità sociale. La legge cambia non perché viene obbedita, ma perché viene messa in crisi da pratiche che ne mostrano l’ingiustizia. L’obbedienza cieca non è virtù civica: è rinuncia alla responsabilità politica.
La vostra logica si ripete: l’avete fatto con il Leoncavallo, con l’XM24. Avete trattato queste realtà come un’anomalia da correggere, un problema di ordine pubblico, mentre erano tutte risposte concrete a bisogni reali: cultura accessibile, socialità non mercificata, organizzazione dal basso. Anche lì, la legalità è stata brandita come arma, senza mai interrogarsi sulla giustizia delle leggi invocate. E ogni sgombero, ogni tentativo di cancellazione, ha fallito perché non si può eliminare ciò che risponde a una necessità sociale reale. Allora, Askatasuna appartiene alla stessa genealogia politica e lo sgombero significa affermare un’idea di città che governa lo spazio dall’alto e significa negare che esistono forme legittime di autorganizzazione che pulsano e che non passano attraverso il riconoscimento istituzionale. Ma la moltitudine, per usare una parola che oggi spaventa proprio perché nomina un soggetto non rappresentabile, non chiede permesso per esistere.
La verità, è che ciò che questo sgombero mette in luce è l’incapacità del potere di riconoscere il comune come principio politico. Quando la legge si oppone sistematicamente alla giustizia, non è la
disobbedienza a essere un problema: è la legge stessa. E finché questo scarto rimarrà irrisolto, continueranno a esistere spazi come Askatasuna, come il Leoncavallo, come il Gridas, come tutti quei luoghi in cui le persone scelgono, consapevolmente, di non rispettare leggi ingiuste per rendere possibile una vita più giusta. Perché quando la legge difende il vuoto, la speculazione, l’inutilizzo proprietario, e criminalizza la vita che riempie, allora non siamo più nel campo della giustizia, ma in quello della pura amministrazione dell’ordine.
Ma c’è un eccesso di vita che straborda da queste norme: riaffermate pure una legalità che non vuole ascoltare la giustizia che le cresce sotto i piedi, ma non cancellerete mai le singolarità che la rendono viva. La moltitudine non si sgombera: si disordina, si sposta, si riorganizza e poi ritorna.
Se questa legge diventa ostacolo alla vita comune, allora è la vita comune a diventare criterio di giustizia.
Federica WOR Suriano




