La prima volta che ho conosciuto A., non potevo immaginare che fosse il figlio di un rivoluzionario. Certo, data la sua età e la provenienza algerina, mi sarebbero bastati due calcoli per rendermi conto che suo padre Ibrahim, nome di battaglia “Al-Sharif bin Belqasim”, era tra le file di quelli che non si sono tirati indietro, di fronte alla sfida posta in quegli anni al loro Paese, e che hanno versato il sangue per liberarlo dal giogo colonialista francese. Avrei potuto quantomeno sospettarlo: in A. ci sono molte delle caratteristiche di un combattente rivoluzionario. Ad esempio il carisma, che gli ha permesso di fondare l’associazione di solidarietà in cui l’ho conosciuto, a Parigi. L’onore e la lealtà, per cui A. si sente obbligato a specificare che anche se la sua firma di presidente presiede alle scartoffie burocratiche, nella suddetta associazione le decisioni vengono sempre prese collettivamente, sedendosi in cerchio intorno a un tavolo, come faceva suo padre con gli altri mujhaidin settant’anni fa. E un forte senso del dovere: lo stesso che, in momenti terribili, porta a compiere azioni altrettanto terribili.
La curiosità per il passato di A., padre di famiglia sulla cinquantina, conduttore di treni RER in giro per la ville lumière e dintorni, sindacalista accanito e persona piena di contatti e risorse, mi è sorta quando una sera, già alla terza o quarta birra, l’uomo ha iniziato a farneticare di un piano che aveva ideato con alcuni amici anni prima, con l’intento di assassinare “quelli che contano”. Insomma, voleva giustiziare l’1% dell’1% che governa la Francia, chi possiede tutto e costringe il resto della popolazione a vivere nella precarietà, nella miseria e nella frustrazione. In quei grandi occhi blu non ho visto il luccichio di un esaltato ubriaco, ma la freddezza razionale di una persona che ci aveva seriamente riflettuto, per poi lasciare perdere una volta che gli amici non avevano saputo “andare fino in fondo alla faccenda”. Dopo essere venuto a conoscenza delle sue radici, ciò non mi stupisce affatto: suppongo che suo padre avesse negli occhi la stessa lucidità, quando entrò nel Front de Libération Nationale (FLN), l’organizzazione civile e militare che il 1 novembre 1954 diede inizio alla lotta di liberazione algerina.
Perché “Al-Sharif bin Belqasim” non era un militante qualsiasi: A. racconta che quando varcava la soglia dei bar magrebini più rumorosi e affollati della città, non volava una mosca, tanto era il timore e il rispetto che l’uomo incuteva nella gente. Fu arruolato dal FLN quando era ancora un’organizzazione clandestina, le cui cellule segrete coordinavano centri di collegamento nelle montagne e nei villaggi. All’epoca le basi servivano a trasportare istruzioni, armi e informazioni, al riparo dalla rigida censura francese. Ibrahim s’impegnò inizialmente come messaggero, punto di contatto tra i comandanti militari e i combattenti sul territorio. Poi, dopo che l’esercito del FLN fu riunito nel 1955, venne nominato membro dell’organizzazione civile e si occupò del contrabbando di armi, oltre che dei rifornimenti ai mujahidin sulle montagne. Partecipò anche alle riunioni segrete in cui fu organizzata la mobilitazione e il sostegno popolare: vale a dire, il reclutamento nelle file della rivoluzione.
D’altronde, il nipote mi ha raccontato che il mujahid Ibrahim veniva da una delle famiglie più conosciute della regione di Khenchela, appartenente al trono di Oulad Maadfa. Suo padre era uno degli studiosi laureati alla prestigiosa Ez-Zitouna, in Tunisia, la più antica médersa (scuola di teologia) del mondo arabo. Aveva conseguito un Bac+17. Fu così che prima dello scoppio della rivoluzione Ibrahim poté fare i suoi studi prima sui libri coranici e poi a scuola, per poi lavorare nel campo del commercio a Costantina. Secondo il nipote, la sua coscienza politica si cristallizzò come risultato di un lungo accumulo di eventi ed esperienze, che contribuirono a fargli comprendere la necessità di resistere al colonialismo francese e di ripristinare la sovranità nazionale. I massacri di Sétif e Guelma, in cui migliaia di civili algerini furono brutalmente uccisi dalle forze dell’ordine francesi in seguito alle manifestazioni pacifiche dell’8 maggio 1945, furono un punto di svolta tanto per il mujahid quanto per il senso nazionale dell’intera popolazione: confermarono a tutti che la Francia non avrebbe concesso la libertà se non con la forza.
Con i documenti in regola, Ibrahim si trasferì a vivere nella bidonville di Nanterre, proprio come avevano fatto altri 10.000 algerini, in situazione di miseria totale. A. racconta che l’abitazione dei suoi genitori era un ammasso di legno, lamiera, cartone, qualche tovaglia cucita a mano, un sacco di fango, la neve d’inverno… La nostra storia si svolge prima che l’ONU dichiarasse l’emergenza umanitaria e che venissero costruite le cités. Il rivoluzionario si svegliava tutte le mattine alle 3 o alle 4 per andare al mercato di Rungis, dove si riversavano le merci dell’intero continente per rifornire i professionisti dell’Île-de-France. Ibrahim all’epoca faceva il macellaio: era l’unico a vendere carne halal in tutta la Seine-et-Marne. A. racconta divertito che c’era anche il retro-bottega, dove il padre vendeva la stessa carne sostenendo che fosse cibo kosher, fingendosi ebreo per raddoppiare la clientela.

Finché fu in vita, l’uomo non parlò mai della guerra quando era a casa: secondo A., ha sempre cercato di proteggere i figli e la moglie dal proprio passato. Lui conobbe tutto dopo la sua morte, avvenuta quando era un ragazzino di 13 anni. Era la gente che lo cercava per raccontargli, per celebrare la memoria del padre, donandogli tessere del mosaico che formava le sue origini: amici, familiari, persone incontrate nel corso della vita.

“Penso che quando qualcuno non vuole condividere qualcosa, è perché non vuole che si sappia. Ancora oggi io rispetto la sua volontà, rispetto il fatto che non sia venuto a raccontarci nulla. Per questo non investigo più di tanto sulla sua storia, penso che fosse andato oltre. Fino alla morte ha rifiutato di essere riconosciuto mujahid, titolo che garantiva una pensione agli ex-rivoluzionari della liberazione. Eppure era uno a cui piaceva godersela, la vita. Da giovane aveva delle maitresses, era un gran marpione e un bel ragazzo, un coureur des jupes. S’imbucava ai matrimoni femminili travestendosi da donna, con il velo e gli abiti tradizionali, e le altre donne lo coprivano per passare la serata con lui a ridere e chiacchierare.”

A. ritorna serio: “Non voleva la riconoscenza della gente, perché non è per quello che ha fatto la rivoluzione. La guerra non è qualcosa per cui aveva voglia di essere ricordato: l’ha fatta perché andava fatta, perché era una questione morale, ma non l’ha mai rivendicata. Al contrario, forse oggi sarei giornalista, chissà” A. ridacchia, poi continua: “Può darsi che alla fine della mia vita rimpiangerò di non aver registrato né scritto niente, però almeno ho queste.”

Indica un paio di foto su una mensola del suo salotto, in cui sono raffigurati il nonno materno, quello paterno e i due genitori che si tengono per mano. Si sono sposati nel 1964, due anni dopo la fine della guerra.
“Ad ogni modo, per me il vero eroe è quello che sta nascosto, che fa giustizia nell’ombra. Dopo la liberazione, gli chiesero di diventare consul général a Parigi: lui rifiutò. Ben Bella in persona, il primo presidente algerino con cui mio padre condivise la cella quando lo arrestarono in Francia, gli propose un posto di ministro in Algeria, e lui rifiutò anche quello. Capisci di cosa parlo? Ha scelto di tagliare i ponti con tutto ciò che riguardava la guerra. La sua idea era: “Io ho partecipato alla rivoluzione, vi ho portato l’indipendenza, ora fatene ciò che vi pare.” Non gli interessava la funzione pubblica, ne aveva abbastanza della politica. Deve aver vissuto cose terribili, ha visto i suoi amici morire e tutto.”
Quando chiedo ad A. se suo padre abbia mai ucciso qualcuno, risponde di non saperlo. Poi, più tardi, ammette che un cugino, una volta, gli ha raccontato che Ibrahim, divenuto chef de guerre durante il periodo francese, reclutava direttamente i militanti sul campo, e che durante le riunioni segrete in cui li inviava a fare azioni, tutti indossavano i passamontagna tranne lui. “Che tipo di azioni?” Insisto io. A. mi parla di attentati, di bombe piazzate, di figure della repressione da assassinare. Una volta, pare che il padre abbia ucciso una spia di mano sua, un traditore che vendeva le informazioni al governo francese. Sotto un caffé della bidonville c’era anche una stanza, un seminterrato dove “faceva parlare le persone”. Qualche secondo dopo, A. utilizza il termine “tortura”.
“Io non giudico” mormora poi. “Mi dico che in certi momenti della Storia, bisogna fare quello che c’è da fare. All’epoca non era nemmeno riconosciuta come una guerra: i giornali parlavano di “eventi di cronaca”, di “terrorismo”. Ma poi è tutto molto complicato, la morte è qualcosa di complicato.”
Fa lunghe pause, meditativo come non l’ho mai visto. La sua chiacchiera tipica è un po’ più spenta del solito.
“Detto ciò, il maltrattamento dei prigionieri o la violenza sui civili per me sono da condannare. Immagino che allora fosse una necessità: altrimenti il colono avrebbe continuato a prosperare in Algeria, l’Algeria oggi sarebbe ancora francese e vai a sapere se non avremmo subito una pulizia etnica come in Palestina.” L’uomo sembra rianimarsi, come se avesse trovato una quadra: “È facile parlare dopo, quando è tutto finito e la vittoria è avvenuta, per giudicare questi periodi a ritroso. Ma credo che ogni popolo abbia la sua chiamata, una chiamata alla libertà e all’indipendenza che non può rifiutare. Per una rivoluzione non bastano le convinzioni, c’è un momento in cui bisogna prendere il coraggio a due mani, e a un certo punto alcuni uomini e alcune donne in Algeria l’hanno fatto. Certo, alcuni sono stati obbligati malgrado la loro volontà: in guerra o sei con me o sei contro di me. Ci sono alcuni algerini che hanno partecipato per paura di farsi ammazzare. Temevano di essere scambiati per degli harkis, dei collaboratori. Purtroppo, c’è anche questa parte oscura della Storia, quella che permette di realizzare le rivoluzioni per davvero. E per gli anni in cui è avvenuta, la lotta algerina è stata veramente una cosa assurda, fuori dal mondo: era ancora prima del Vietnam, capisci? I francesi erano il grand colon, una potenza che sembrava inarrivabile con i suoi carri armati, le sue bombe nucleari, il suo esercito disciplinato e schierato… E dall’altro lato, una manica di beduini e di contadini, e nonostante ciò sono riusciti ad avere la meglio.”

Gli occhi di A. brillano di orgoglio. Gli domando se abbia qualche prova concreta, al di là del vociferare della gente, che suo padre fosse un rivoluzionario: mi parla di un documento che ha trovato nella casa in Algeria, in cui un tribunale di prima istanza comandava l’incarcerazione di Ibrahim per omicidio. L’uomo fu arrestato il 9 settembre 1957, poi condannato a morte. Il suo compagno di cella era Ben Bella, uno dei nove capi storici del Comitato Rivoluzionario che diedero vita al FLN, nonché futuro presidente dell’Algeria, liberato con gli accordi di Évian nel 1962. A. mi spiega che in Francia era ancora in vigore la ghigliottina, soprattutto contro coloro che il potere bramava punire in maniera tanto brutale quanto esemplare: l’ultimo utilizzo avvenne nel 1977, prima dell’abolizione della pena capitale da parte del governo Mitterand, nel 1981. I compagni di Ibrahim tentarono di farlo evadere quattro volte, fallendo. Lui nel frattempo iniziò uno sciopero della fame. Il giorno dell’esecuzione la vita dell’uomo fu messa davanti a una di quelle casualità del fato, una di quelle coincidenze incredibili che abbiamo la tendenza a chiamare miracoli: la ghigliottina s’inceppò e l’esecuzione fu rimandata. Fu chiamata un’ambulanza a causa delle sue condizioni di salute, in seguito allo sciopero della fame: quella stessa ambulanza era un piano architettato dai mujahidin per portarlo al sicuro fuori dai confini francesi, fino a Berlino, dove Ibrahim trascorse l’ultimo anno di guerra. A. mi racconta che a quest’ultimo tentativo di evasione collaborò Hassiba Ben Bouali, una delle più importanti rivoluzionarie algerine, morta in combattimento nella battaglia di Algeri.

Il certificato di condanna a morte di Ibrahim

Finita la guerra, Ibrahim sposò la madre di A. (un secondo matrimonio dopo un primo avvenuto in gioventù, a cui lo avevano costretto i genitori per porre fine alle sue scorribande) e ritornò in Francia a lavorare. Aprì un ristorante, in cui durante il Ramadan c’era sempre una tavola libera per coloro che non potevano permettersi di pagare, a cui veniva offerto un pasto ogni sera. Non posso fare a meno di fare il collegamento con l’associazione di cui facciamo parte io e A., che si impegna a creare momenti di scambio e di dialogo attorno a un piatto gratuito cucinato dai volontari.
“Penso che i cani non facciano gatti” riassume il figlio. Quando gli chiedo che cosa direbbe a suo padre se potesse incontrarlo ancora, risponde: “Che gli voglio bene e che sono fiero di lui.”
Ibrahim morì il 10 giugno 1984, in un presunto incidente stradale nella regione di Sidi Bel Abbes. Le circostanze del decesso sono ambigue: era il Ramadan, l’uomo non aveva dormito per più giorni consecutivi. Una sera, uno dei suoi amici aveva perso la madre; partirono in macchina nel mezzo della notte, per andare a confortarlo. Ibrahim si addormentò al volante e quando un suo compagno gli tirò uno strattone per svegliarlo, l’automobile finì nel fosso a lato della strada: l’autista morì sul colpo, mentre gli altri non si fecero neppure un graffio. La moglie in seguito raccontò che la sera prima Ibrahim le aveva confessato, per la prima volta, di avere paura. Dormiva con la pistola sotto il cuscino. Conduceva affari fiorenti con parecchia gente in Algeria, ma non firmava mai scartoffie ufficiali, non ne aveva bisogno: siglava tutto a voce, e la sua parola bastava. A. mi dice che dopo la sua morte, nel giro di ventiquattro ore l’appartamento fu svuotato dagli amici “per evitare che gli impiegati gli rubassero tutto”, mentre i notabili vendettero tutti i suoi averi nell’arco di una riunione: il piccolo impero commerciale che aveva creato svanì nel nulla. L’eredità che Ibrahim ha lasciato ai posteri, d’altronde, è di un altro tipo.

Costantino Bovina

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