
“Perché oggi non è possibile una rivoluzione” è un libro molto popolare di Byung Chul Han. Troviamo scritto, a pagina dieci, che la grande differenza tra la nostra epoca e quella in cui si facevano le rivoluzioni è la possibilità di identificare con concretezza chi è il bersaglio. Se nell’epoca delle rivoluzioni erano visibili sia gli oppressori che l’oppressione, oggi la grande abilità dell’avversario è quella di non essere tangibile. Il filosofo sudcoreano, a colloquio con Toni Negri, si mostra molto perplesso di fronte alla possibilità sostenuta dall’italiano di organizzare un «resistenza globale contro l’Impero del sistema di dominio neoliberista».
Byung Chul Han vede un “Impero” subdolo, affascinante e che agisce in silenzio direzionando le nostre scelte, le nostre ambizioni e le nostre aspettative. Praticamente un nemico interiore. Spiega:
Il neoliberismo ha modellato, a partire dall’operaio oppresso, un libero imprenditore, un imprenditore di sé stesso. Oggi, ciascuno è un operaio che si sfrutta da solo […] al contempo servo e padrone, per cui la lotta di classe si è trasformata in una lotta interiore.
La parola che affolla questo saggio, ma anche un vasto dibattito che va dai salotti ai bar, dalle assemblee dei collettivi politici ai tassisti incazzati con Uber è neoliberismo. È questo il termine che abbiamo scelto per identificare un nemico esteriore, un sistema di potere globale, enorme, imperiale. Trovargli un nome, del resto, era una scelta obbligata, perché ogni nemico, anche il più insignificante, deve avere un nome. Che si possa fare una rivoluzione oggi, oppure no, passa prima da una corretta presa di consapevolezza verso ciò che si dovrebbe combattere. Quindi cos’è questa cosa che chiamiamo neoliberismo contro cui organizzare una resistenza globale? Da dove viene questo termine a cui imputiamo un po’ tutte le colpe del contemporaneo?
Il neoliberismo non è solo una teoria economica. Possiamo identificarlo come una nuova modalità di pensare al potere, che lega Stato, società ed economia. Non esiste una teoria neoliberale programmatica o un manuale economico di neoliberismo, ma un pensiero sfumato che ha cambiato applicazioni a seconda dei contesti politici con cui è entrato in contatto. Nel tentativo di dare un necessario pragmatismo al termine, Foucault lo interpreta come un “modo di fare”, quindi come una pratica, con degli obiettivi sociali ed economici.
Il corpo neoliberista
Quando oggi pensiamo al neoliberismo pensiamo a una riduzione del perimetro dell’intervento statale nell’economia e nella società, ma quando il termine fu introdotto e reso popolare, Alexander Rüstow pensava a un’autorità pubblica in grado di regolare il mercato, quindi uno Stato forte in grado di esercitare potere sull’autonomia privata per garantire la concorrenza. Non a caso il prefisso “neo” indica una rottura con il pensiero liberale classico, che seppur vario e difficile da definire in modo univoco, s’incentra sull’idea della libertà economica in termini barbaramente approssimabili al lasseiz faire. Per dirla ancora con Foucault, che ha prestato grande attenzione al tema in “Nascita della biopolitica”, «Il neoliberalismo non si porrà, dunque, sotto il segno del laissez-faire, bensì sotto il segno di una vigilanza, di un’attività e di un intervento permanente».
L’idea di Rüstow era creare un’alternativa al minaccioso modello socialista (era il 1938) che sapesse anche arginare le concentrazioni di potere private, come i monopoli e i cartelli, considerate fallimenti di mercato. Al “Colloquio Walter Lippman”, dove questo termine trovò una platea per la prima volta, parteciparono molti rappresentanti del liberalismo europeo che avrebbero influenzato fortemente la successiva fase economica, da Friedric Hayek, Nobel nel 1974 a Wilhelm Röpke, consigliere di Adenauer durante la ricostruzione della Germania Federale. Le idee fuoriuscite da quel colloquio daranno vita a una corrente di pensiero, l’ordoliberismo, che è l’interpretazione principale del neoliberismo europeo.
Quando il mondo anglosassone entrerà in contatto con le idee neoliberiste provenienti dal “Colloquio Walter Lippman”, questo assumerà altre forme, più violente e mercatiste, forme che adesso riconduciamo all’anarcoliberismo. Negli Stati Uniti i liberali erano già entrati in prospettiva critica con il concetto classico e avevano iniziato a diffondersi idee anarcoliberiste, a partire dalla metà degli anni Cinquanta. Il neoliberismo americano per Rothbard in “For a New Liberty” è:
L’ abolizione dello Stato e la sua sostituzione con un sistema di mercato completamente volontario, in cui tutte le funzioni governative sono privatizzate e regolate dalla libera concorrenza.
Ecco che dal corpo neoliberista si delineano due interpretazioni evidentemente diverse. Una europea, ordoliberista, in cui lo Stato è forte e centrale e fornisce un ordine di regole ai mercati, contro una statunitense, anarcoliberista, in cui lo Stato non dovrebbe intervenire mai, riducendosi fino ad annientarsi.
I fatti neoliberisti, l’Italia, l’Europa
In questo affollamento di idee liberali avvengono una serie di fatti storici, precisamente tra gli anni Settanta e gli anni Duemila. Fattori scatenanti come le crisi petrolifere, la sospensione degli accordi di Bretton Woods e la stagflazione mettono in moto “per reazione” alle politiche Keynesiane, interventiste e inefficaci, la macchina del neoliberismo globale.
Gli anni del movimento neoliberista sono una macchia fatta di retorica (del tipo “there is no alternative”) e spietate privatizzazioni. In Inghilterra, mentre la Thatcher sventolava fiera il librone di Von Hayek “The construction of liberty”, quelli con i manganelli spaccavano le teste dei minatori in sciopero. Nel Cile di Pinochet, una specie di banco di prova per gli economisti della scuola di Chicago, si privatizzavano le miniere alla ricerca di profitto dove solo pochi anni prima si sarebbe ritenuto impensabile. Gli economisti che avevano abbracciato le idee di Friedman e di Hayek, i Chicago boys, erano i ministri di una dittatura, di un paradossale sistema economico dove i prezzi erano liberi e le persone erano in carcere. Ma ancora, gli Stati Uniti e l’edonismo portavano al cinema un pugile che chiudeva la guerra fredda a suon di ganci e Reaganomics. Non solo l’occidente, ma anche l’Urss avviava un processo di decentramento statale, la Perestroika, e la Cina poneva le basi del suo vero balzo in avanti smantellando le comuni agricole.
Il solco tracciato è nel segno del neoliberismo, evidentemente nella sua interpretazione “anarco” in alcune esperienze, soprattutto quelle anglosassoni, nelle quali trova fondamento il nostro immaginario comune. In questo processo variegato è indubbio che sia entrato anche il nostro Paese, anche se più tardi. Tra il 1996 e il 2001 l’Italia ha ridotto lo “Stato imprenditore” e ha agito con i famosi tagli alla spesa, principalmente a opera di personaggi della “sinistra”, da Prodi ad Andreatta. Ma questo basta per definirlo un Paese neoliberista?
L’Italia è un Paese indeciso, e rispondere a questa domanda è difficile, non esistendo una vera teoria economica neoliberista che potrebbe dare strumenti di valutazione. Se dobbiamo limitarci a un’analisi macroeconomica, in cui valutiamo l’ampiezza del perimetro dello Stato, allora si potrebbe anche rispondere di no. Vedere del liberalismo in un Paese con questa pressione fiscale è dura. I livelli di spesa pubblica sono rimasti costanti nel tempo, nonostante i famosi tagli (eppure conta come si spende, non quanto si spende). Nonostante la riduzione dello Stato imprenditore, il settore pubblico mantiene ancora proprietà o partecipazioni di molte aziende di peso, soprattutto nel settore energetico, finanziario, delle infrastrutture e della difesa. Tredici tra le cinquanta più grandi aziende quotate nella borsa italiana sono partecipate pubbliche, per una capitalizzazione che arriva fino a un terzo di tutta la borsa italiana. L’Italia può ancora contare su un welfare massiccio, tanto che alcuni liberali tendono a chiamarlo, provocatoriamente, “un Paese socialista”. Sono “quote di Stato” troppo alte perfino per il neoliberale più statalista. Dato che le classifiche piacciono a tutti, secondo questo indice di libertà economica l’Italia fluttuerebbe attorno alla settantesima posizione al mondo.
Gli ultimi interventi comunitari nelle modalità di gestione delle crisi, quella del 2008 prima e quella del Covid poi, possono sembrare una rottura della soluzione di continuità con un modo di pensare al mercato come un luogo senza Stato, dove l’iniziativa privata, provvidenzialmente, corregge da sola le fluttuazioni e le crisi economiche. Questo però è proprio il campo di applicazione del neoliberismo europeo, dove lo Stato è concepito anche come interventista. Citando Leonhard Miksch, ordoliberista: «in questa politica liberale è possibile che gli interventi economici siano tanto ampi e numerosi quanto in una politica pianificatrice». Infatti, tra gli atti del “Colloquio Walter Lippman” si dibatteva anche dell’eventualità di chiamarlo “liberalismo di sinistra”.
Sia il Quantitative Easing che il Next Generation EU, ma anche la sospensione del patto di stabilità e crescita, con le differenze del caso, sono politiche che respirano coerentemente nell’idea ordoliberista dell’intervento pubblico, perché non sono che stimoli economici istituzionali atti a garantire il ripristino di un mercato formato da imprese concorrenziali. È negli atti del “Colloquio Walter Lippman” che ritroviamo i fondamenti dell’Unione Europea per come la conosciamo oggi. Non è sorprendente, perché il Paese europeo in cui l’ordoliberismo ha preso più piede è Stato l’RFT (Repubblica Federale Tedesca), Paese centrale nella costituzione dell’Unione. Quando guardiamo agli interventi comunitari nei mercati digitali (il Digital Service Act, ad esempio) è facile riconoscere una proposta sociale, politica ed economica in cui il settore pubblico fornisce un quadro normativo stringente, un ordine di regole al mercato. In modo assolutamente paradossale, oggi, i più grandi nemici del mercatismo internazionale e del liberalismo economico sono proprio l’amalgama indefinito delle Alt-Right, in cui anarcoliberismo e antiliberalismo possono convivere. Paradossalmente, perché alla fine degli anni Novanta questa lotta antiglobalizzazione sembrava appartenere esclusivamente alla sinistra radicale.

Alla conquista dell’individuo che diventa impresa
Che l’Italia e l’Europa siano o non siano liberali in senso macroeconomico c’entra solo in parte con gli effetti del neoliberismo, ed è un aspetto sempre tralasciato nei “salottini digitali liberali” che spesso ascolto mentre pranzo, i quali riducono l’analisi a una valutazione economica dei dati. La parte più sexy dell’analisi di Foucault sul neoliberismo riguarda un processo di ridefinizione dei ruoli di potere tra governanti e governati, che passa attraverso la creazione della Vitalpolitik, come scriveva Rüstow. Röpke, che riprende il concetto, afferma che il neoliberismo, oltre ad attuare una politica che possa far funzionare la concorrenza sul piano economico, doveva organizzare
Un quadro politico e morale in grado di generalizzare la forma economica di mercato a tutto il sistema sociale e di costituire una trama sociale in cui le unità di base dovrebbero avere la forma dell’impresa.
L’idea neoliberista è di influire sul modo in cui l’individuo si percepisce, narrando la sua vita “non economica” come composta da elementi tipici del rapporto economico, del consumo, della produzione, dello sfruttamento e dell’efficienza. Avere una società che obbedisce e ragiona in funzione delle leggi della domanda e dell’offerta, significa avere una società intellegibile, in cui sono schematizzabili anche i tratti tipicamente non-economici. Ma lo scopo non è solo il controllo. I neoliberisti sapevano che solo una società in cui gli individui sono imprese poteva reggere un sistema economico basato sulla concorrenza.
I neoliberisti europei sono ben consapevoli che la concorrenza sia un principio disgregante, su cui è impossibile fondare una società, a meno che la società non sia il mercato. Proprio per questo Röpke vede come necessaria una “generalizzazione della forma d’impresa” tramite la sostituzione di “valori caldi”, come la giustizia sociale, con i “valori freddi”, come l’efficienza economica. È il passaggio da un discorso dominante che inquadra, ad esempio, il lavoro come un diritto e una questione di dignità, a un altro, in cui il lavoro appare come una posizione da meritarsi, da guadagnare. La flessibilità diventa una condizione da accettare per essere più competitivi sul mercato.
È un cambio di paradigma dell’homo oeconomicus che si compie attraverso il linguaggio, da quello burocratico alla retorica politica.
I neoliberali cercano di spiegare, ad esempio, in che modo la relazione madre-figlio è caratterizzata concretamente dal tempo che la madre trascorre col suo bambino, dalla qualità delle cure che gli dedica, dall’affetto che gli mostra, dall’attenzione con cui segue il suo sviluppo […] tutto questo, dunque, per i neoliberali costituisce un investimento, misurabile in termini di tempo, un investimento destinato a costituire un capitale umano, vale a dire il capitale umano del bambino, un capitale che produrrà un reddito. Mentre la madre, che ha effettuato un investimento, riceverà un reddito psichico, ovvero la soddisfazione che ricava dal prestare le cure al bambino e dal vedere che le cure hanno effettivamente avuto un risultato.- Foucault, “Nascita della biopolitica”.
Credo che nel concetto del capitale umano stia l’esempio della grande abilità del capitalismo, ovvero di aver trovato forme narrative in grado di farlo apparire come un fenomeno biologico, insito nella natura dell’individuo, un nemico interiore. Che si voglia credere o meno alla tesi di Foucault, o alla messa in pratica dei proclami biopolitici dei neoliberisti, è comunque fondamentale riconoscere l’importanza di una narrazione che si svincoli dalle metafore biologiche in cui questo nuovo homo oeconomicus appare come uno stadio del processo di evoluzione umana.
Se la manifestazione più subdola e seducente del neoliberismo è cambiare il modo in cui ci percepiamo, macchinari produttivi o guasti, con target da raggiungere o a cui sparare, il nostro compito non è trovare la metafora migliore o replicare le metafore già presenti, ma resistere ai limiti che queste ci impongono. Perché la naturalizzazione produce inevitabilità, e quindi immobilismo.
Nella ricerca di un nemico esteriore, l’abbiamo trovato all’interno. L’iper-astrattezza del termine, la sua invisibilità, la sua interiorità, rischiano di costruire un Realismo Neoliberista (mi perdonerà Mark Fisher) in cui l’atmosfera in cui si muovono le nostre percezioni è così buia e fitta e onnicomprensiva che nel mondo non rimane luce per proiettare alternative, in una colonizzazione dei sogni che impedisce anche di immaginare qualcos’altro. L’obiettivo di una lotta politica dal basso deve essere anche quello di riempire i termini di significato e non il contrario, “sloganizzando” il discorso pubblico proprio come nella scena dell’assemblea del film PAZ!, dove una voce da un megafono urlava “poetica sensual-ironica, deterritorializzazione, riterritorializzazione!” e tutti si agitavano e gridavano ed erano felici, ma senza veramente entrare in conflitto con i significati, senza criticarli e rielaborali, per comprenderli e renderli attuali.
Riflettere sul neoliberismo come forma di un mutamento sociale, come entità con obiettivi concreti e strumenti per raggiungerli, come forma di espressione del capitalismo, è uno strumento imprescindibile di lotta. Ciò che non passa da qua è populismo, che comunque di un nemico indefinito e indefinibile ha sempre bisogno.
di Marco Scenico




