Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d’un dado.
Vittorio Bodini, Foglie di tabacco
In occasione dei 2500 anni dalla fondazione di Napoli, la città partenopea è stata chiamata ad ospitare – dal 15 al 17 ottobre 2025 – per la prima volta i Dialoghi Mediterranei, conferenza organizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dall’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale); la scelta di rendere il capoluogo campano crocevia tra Europa e Mediterraneo risiede nello scopo dichiarato di «ribadire la centralità del Mediterraneo nell’identità politica dell’Italia e scegliere un’area dinamica che vuole costruire il suo futuro insieme ad importanti attori della sponda Sud»[1].
Così, è chiaro che quando nel 1989 Ada Becchi scrive che «chi sogna una Napoli capitale del Mediterraneo e del Mezzogiorno, non coglie l’assenza di capacità imprenditoriali consolidate, di attitudini all’innovazione, di istinto della competizione. Non rileva insomma che le attività manifatturiere localizzate al suo interno sono nella gran parte eterodirette, e che la risorsa fondamentale che ne giustifica l’ubicazione è semmai il “saper fare” del lavoro manuale»[2], si sta parlando di una città che è ormai morta e dalle cui ceneri è invece uscita una nuova Napoli, – o forse la stessa? Possono i fanatici di un Sud che non esiste né è mai esistito sopravvivere all’idea che la Napoli, il Mezzogiorno, che il loro immaginario ha creato in realtà è solo una farsa? –, che ha fatto della vendita di sé il suo miglior pregio.

Forse sarà pur stato vero a cavallo tra anni ottanta e anni novanta che «il solo nome di Napoli evoca oggi una sequenza di problemi: la deindustrializzazione che procede senza innescare alcun meccanismo virtuoso di crescita del terziario privato; il pullulare di attività le più disparate in antichi quartieri che non trovano altri modi di sopravvivenza; la camorra dilaniata da lotte intestine la cui virulenza è solo un segnale dell’importanza dei traffici contesi; le reiterate richieste di fondi statali per operazioni immobiliari o per il potenziamento del l’attrezzatura; un’amministrazione comunale impotente e largamente espropriata dai poteri centrali»[3]. Che tale argomentazione non sia esente da un filtro antimeridionalista, per cui tutto ciò che non è adeguato ai canoni della fantomatica Italia benestante, progressista ed evoluta del Nord risulta mera macchietta, caricatura di una civiltà che al Meridione sembra non possa appartenere, appare un’ovvietà. E anche oggi, che sembrerebbe stata vinta la lotta allo stereotipo che vede Napoli e i napoletani, ma anche il Sud e tutti i meridionali, come terre e popoli di serie b, utili, sì, all’intrattenimento – le bestie negli zoo sembrano avere un destino simile – della benestante Alta Italia, ma inadeguati a qualsivoglia contributo di spessore per questo paese, l’elevazione di Napoli a capitale del Mediterraneo del 2025 e la riqualificazione mediatica di tutta una parte di penisola finora mai davvero considerata, suggeriscono come il pregiudizio non sia stato superato, ma solo camuffato da una patina di adulazione. Meridionali, sì, ma come vogliono loro.

Anche solo esaminando la superficie della Napoli-mania che sembra abbia attecchito negli ultimi tempi e della narrazione che ribalta lo stereotipo del Meridione per farne propaganda, quello che emerge è una costante macchiettizzazione di una cultura che viene assimilata sempre più a quello che l’immaginario comune le attribuisce, allontanandosi progressivamente dalla realtà. Assistiamo oggi quindi a due Napoli o, meglio, a due Sud: da un lato, quello di carta, fatto di sole, mare, e un’etichetta di supposta autenticità che a furia di venir abusata è svuotata di ogni significato, dall’altro, il Sud vero, quello che l’Italia ha sempre lasciato indietro, relegandolo semmai solo a mero luogo di villeggiatura per il Nord. Del resto, ogni Sud è pensato in subordinazione ad un Nord, un luogo culturale più che geografico[4].
Che il pregiudizio antimeridionalista sia parte costituente della cultura italiana sembra provarlo anche il rancore che molti meridionali hanno verso il Sud: a loro suggerisco di riguardare la storia di questo Paese. «Non si può infatti dimenticare quanto il mutamento dell’intero quadro nazionale nei confronti del Sud, proprio a partire dagli anni novanta, abbia profondamente inciso sulla sua storia e abbia interrotto un periodo di espansione e di crescita: la perdita della rappresentanza nazionale, l’affermarsi della questione settentrionale, il costituirsi al Nord di un partito ostile al Mezzogiorno, il diffondersi di un modo di percepire il Sud come freno allo sviluppo italiano»[5].
Ecco così che aumentano gli investimenti al Nord mentre, ad esempio, al Sud il Cristo delle ferrovie sembra si sia fermato a Salerno, vista la mancanza di linee ad alta velocità per la Calabria dopo la provincia campana, così come si potrebbe menzionare la perdita di 35 milioni di euro da parte degli atenei di Catania, Palermo e Messina, perdita funzionale all’incremento dell’immagine di un Mezzogiorno da cui, se si vuole studiare, bisogna evadere[6]. Lungi dall’essere solo meri esempi, questi sono chiara testimonianza di un’Italia in cui chi nasce al Sud ha meno opportunità – causa politiche di governo mai volte alla soluzione di problemi radicati nell’Italia meridionale. Da qui il cosiddetto fenomeno dell’emigrazione dei meridionali: perché un cittadino del Sud Italia che si trasferisce al Nord è sempre, agli occhi pubblici, un emigrato. Che l’andar via dal e il restare al Sud siano scelte e non costrizioni sembra essere la sorpresa di un’Italia per cui i meridionali, si sa, devono cercare opportunità altrove.
L’immagine di un Sud sfaticato sembra offuscare il problema strutturale che è la vera causa della marginalizzazione del Meridione, da sempre assoggettato a un Nord o da cui prendere le distanze o a cui omologarsi – sembrano esserne prova i meridionali antimeridionalisti: se non puoi battere l’oppressore, unisciti a lui. Che il Sud sia stato in tempi recenti reclutato nell’alveo degli interessi mediatici del paese suggerisce come, lungi dal fuoriuscire dalla narrazione canonica, il Meridione stia soccombendo sotto un’altra lente pregiudiziale che – per quanto più lusinghiera rispetto a quella oramai consolidata del Sud come terra di povertà e delinquenza – fa sì che il Mezzogiorno sia comunque visto come il figlio bastardo dell’Italia, ora demonizzato ora elogiato, a seconda del momento, trattato a stregua di mero oggetto di dibattito e mai davvero semplicemente riconosciuto come soggetto.
Sabrina Sicignano
Fotografie di Sara Martinino (@raampicante)
[1] Si veda https://www.esteri.it/it/eventi/med2025/.
[2] Ada Becchi, Napoli contro Napoli. Città come economia e città come potere, in Meridiana, Gennaio 1989, No. 5, CITTÀ (GENNAIO 1989), pp. 143-167, p. 146.
[3] Ivi, pp. 143-144.
[4] Si rimanda all’articolo di Federica WOR Suriano: https://puntaccapo.com/2025/10/02/mediterraneo-memoria-potere-e-resistenza/.
[5] Gabriella Corona, Oltre lo stereotipo. Alla ricerca della Napoli reale, in Meridiana, No. 88 (2017), pp. 219-227, p. 220.
[6] Si veda il focus dell’Istat del 12 ottobre 2023 dal titolo I giovani del Mezzogiorno: l’incerta transizione all’età adulta: «Il Mezzogiorno d’Italia presenta una perdita accentuata di popolazione giovanile. […] Si prevede che nel lungo periodo (2061) gli ultra-settantenni saranno il 30,7 % della popolazione residente nel Mezzogiorno (18,5 % nel Centro-nord)» (Ivi, p. 2).




