“Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone”.
Questa famosa riflessione della poeta Audre Lorde è stata il nostro punto di partenza per interrogarci su forme e significati della violenza in rapporto all’oppressione. La violenza è un mezzo legittimo di risposta alla violenza (sistemica) come fine o solo una riproduzione dei meccanismi del potere dominante? Può la lotta violenta essere lotta per la liberazione anziché per l’oppressione?


Si tratta di domande fondamentali quando si parla di strategie politiche, dalle resistenze anticoloniali ai movimenti studenteschi, dai gruppi extraparlamentari alle rivendicazioni operaie. Ma in questo articolo ci concentreremo sulle lotte femministe.


Il pensiero di Lorde all’interno dell’opera in questione, Sorella Outsider, prende forma a partire dalla metafora (e non solo) della sopravvivenza. “We were never meant to survive”: è così che la poeta nera, lesbica, oppressa dal sistema statunitense si esprime riguardo alla sua lotta.


È giusto chiarire come le parole di Lorde si posizionino in una specifica configurazione dell’oppressione e della lotta, e come l’intento sia riconoscerne, oltre che la potenza, anzitutto la specificità, che abbracciamo ma di cui non pretendiamo di elevarci a portavoce. Come Lorde, vogliamo però partire dalla colpevolizzazione dei corpi femminili da parte del sistema patriarcale, che si interseca con altre forme di svalutazione di tipo razziale, abilista e grassofobico. Esistere, inteso nel senso di occupare uno spazio, viene percepito già come una colpa, espiabile solo tramite la conformità all’ideale sistemico. L’illusione secondo cui i corpi sono entità sociali neutrali si scontra appunto con l’esperienza della realtà delle oppresse, carica di giudizi di valore negativi. Questa prima forma di violenza, l’imposizione del peso di una colpa che consiste nell’occupazione di uno spazio, dunque della semplice esistenza, spinge le oppresse ad essere le uniche a chiedersi quale sia la legittimità della violenza come strumento all’interno di un sistema che la da invece per scontata. È questo il quadro in cui considerare i corpi quando parliamo di riappropriazione violenta di uno spazio-tempo che è stato negato occupare.


Da qui è emersa in noi la necessità di interrogarci sul significato della rabbia nella sua articolazione femminile e del suo rapporto con la violenza. Le due sono infatti mosse da motivazioni differenti. La violenza è azione, fredda in quanto strumento puro, fine a sé stesso, mentre la rabbia è una risposta ad un ambiente che ci vuole silenziare, un sentimento attraverso il quale ci si ribella. La rabbia è dunque sempre inserita in una dimensione relazionale e non si presenta mai come pura negazione dell’altro. Essa diviene così anche pratica di cura che si manifesta nel riconoscimento di un linguaggio comune e nello sviluppo di uno strumento di cambiamento radicale.


La rabbia femminile possiede infatti una genealogia ancestrale, accumulata nella coscienza collettiva di generazioni di donne, che la rende potente, carica di informazioni e di energia: una vera e propria fonte di conoscenza. L’espressione di questo sentimento è fondamentale, rappresenta una dolorosa uscita dal silenzio e conduce ad una profonda consapevolezza di sé e del proprio potere. Pur essendo questo uno strumento incompleto e non risolutivo, crea una connessione con il passato e vuole sovvertirlo:


“L’odio è la furia di quelli che non condividono i nostri scopi, e i suoi obiettivi sono la morte e la distruzione. La rabbia è il dolore delle distorsioni tra pari, e il suo obiettivo è il cambiamento”


Come Lorde evidenzia, la rabbia non va confusa con il “liquido infetto” di cui il sistema è intriso; nulla a che vedere con l’odio che “separa ed infetta”, la rabbia è un grido di libertà e una forma di ricongiungimento del passato con le rivendicazioni presenti. É necessario che toni così carichi di sentimento diventino parte integrante del dialogo politico, il quale deve riconoscere la duplicità del proprio campo di battaglia: la sopravvivenza in quanto soggetto collettivo e molteplice, insieme ad una ricerca profonda del potere di ciascuna. Esplorare il confine fra odio e rabbia assume in questa prospettiva un ruolo centrale; dove il primo crea un muro, la seconda diventa mezzo per “toccare l’odio” e “vedere che faccia ha”, aprendo alla possibilità di una nuova strada comune.


Rabbia non equivale a passare dalla parte del torto e non può essere regolata secondo i criteri del giusto e dello sbagliato. Il peso ancestrale ed intimo della rabbia non chiede permesso ed irrompe violento contro qualsiasi criterio prestabilito. Riprendendo le parole di Louisa Yousfi, giornalista e critica letteraria, “avere qualcosa da dire è tutto fuorché conversare”, occorre riconoscere la valenza sovversiva dei tanto criticati toni accesi che la cultura patriarcale condanna. La conversazione sul piano di una parità che nessuno sa mettere in pratica è una menzogna. La convinzione secondo cui le uniche risposte valide debbano conformarsi alla logica, intesa come discorso razionale, neutro e distaccato, è l’oppio delle élite, le quali hanno creato questi criteri ad hoc, per soddisfare il bisogno di sottrarre legittimità alle masse.


Riteniamo a questo punto interessante considerare, seppur brevemente, anche la prospettiva della non violenza, tanto fisica, quanto nei toni d’espressione. Come l’ideale occidentale del pacifismo dimostra, il lusso della non violenza, intesa come rifiuto del potere, si può praticare solo a partire dalla presa di coscienza del potere stesso che si possiede. Un potere che tanto in questo caso, quanto in altre configurazioni della lotta sociale, è rimasto inaccessibile a molte.


Concentrandoci invece sul piano verbale dell’espressione politica dirompente, non intendiamo sostenere che la logica non abbia valore in sé, ma che essa possa essere legittima solo a patto di lasciare spazio a strumenti alternativi. Se la razionalità ci conduce sbrigativamente lungo un percorso, la poesia è invece lo strumento che ci consente di “onorare i luoghi”, di dare valore a questo percorso, comprendendolo ed immergendoci nei suoi abissi:


“La madre Nera che è la poetessa esiste in ognuno di noi. E quando i pensatori maschi o patriarcali (siano essi maschi o femmine) rifiutano questa combinazione, allora noi restiamo tronchi. La razionalità non è inutile. Serve al caos della conoscenza. Serve al sentire. Serve per andare da questo a quel luogo. Ma se tu non onori i luoghi, allora la strada non ha senso alcuno.”


È proprio grazie alla consapevole necessità di avere a disposizione strumenti nuovi che si distacchino dalle imposizioni sociali dominanti che possiamo ricongiungerci con la citazione che ha introdotto le nostre riflessioni. Che gli strumenti del padrone non ne smantelleranno mai la casa significa che questi, per poter essere inclusi all’interno della lotta, devono necessariamente passare attraverso un percorso di risignificazione. È a questo punto che per Lorde si apre l’orizzonte dell’erotico come potere: “non ci sono nuove idee […] ci sono solo nuovi modi di farle sentire”. Ciò significa che è possibile far acquisire un nuovo valore a questi strumenti, dare loro senso, nutrendoli di sentimento e cura, problematizzandoli senza mai accettarli acriticamente. È solo superata l’acriticità infatti, che essi potranno finalmente cessare di essere considerati “del padrone”. Dunque, con erotico si intende la fusione della dimensione fisica con quella spirituale, un potere del femminile strumentalizzato a livello superficiale ma silenziato a livello profondo. L’erotico fa sì che l’attività politica possa emanciparsi dalla sfera della pura razionalità per entrare in una dimensione più armonica dei corpi.


Ciò che Lorde fa con le parole apre una dimensione di scrittura e rivendicazione politica che ci accompagna nel profondo delle sofferenze e dell’intimità della poeta, la cui potenza emerge violentemente grazie al suo modo di esprimersi sentito, lontano dall’ideale di razionalità validato dal sistema e portato avanti tramite saggistica arida e testi accademici. In questo modo la dimensione politica può abbracciare strumenti a lungo soffocati e svalutati, quelli poetici.


Nonostante queste considerazioni siano solo il primo passo di un lungo percorso di riflessione sulla violenza come strumento di lotta sociale in tutte le sue possibili articolazioni, noi donne, grazie alla rabbia, facciamo emergere un potere che ci è stato storicamente negato. E di cui vogliamo riappropriarci.

Di Alberta Mathew e Anna Girotti

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