Illustrazione di Nira Coletta ispirata all’articolo

Recentemente, ci è stata offerta l’opportunità di partecipare ad un progetto accademico volto ad esplorare la storia delle diverse parti del corpo in vari ambiti della cultura umana, con la responsabilità di redigere un documento focalizzato sull’organo genitale femminile.

Il progetto si propone di tracciare una storia di questa contraddistinta porzione di corpo che sembra costituire, e di fatto costituisce, la base per il delineamento dell’identità dell’individuo. 

Poiché questo argomento ci è particolarmente caro, non solo dal punto di vista accademico, ma in quanto soggettività transfemministe impegnate nella lotta sociale contro l’oppressione di genere, abbiamo intrapreso un approccio principalmente politico e critico. 

Oltre a questa particolarità del nostro elaborato, un tratto distintivo è dato dalla metodologia che abbiamo scelto di adottare. Abbiamo prima di tutto scavato nella ricerca di materiali già prodotti da soggettività compagn3 nel passato, al fine di creare un testo il più orizzontale e completo possibile, cercando appoggio non in scritti e fonti normative, ma piuttosto in quelle che partono dal basso, abitualmente marginali rispetto alle fonti istituzionalizzate.

Ovviamente, è stato necessario effettuare una scrematura tra tutti gli stimoli generati da questo argomento, considerando l’impatto che ha avuto nella storia. 

Impegnandoci nella ricerca di voci di attivist3, accademic3, dissidenti che potessero supportarci nell’approfondimento di un tale tema, abbiamo compreso che l’unico punto di partenza possibile dovessimo essere noi: corpi politici impegnati nella decostruzione quotidiana di narrazioni stereotipizzanti, reificanti, laddove non errate e fuorvianti sulla nostra esistenza, a partire da quelle sul nostro apparato genitale. Abbiamo trovato, così, sostegno nella pratica dell’autocoscienza, nata dal femminismo separatista, “una pratica politica autonoma ed inventata dalle donne1”. 

Citando una descrizione composta da uno dei collettivi che contribuì a creare e sviluppare questa pratica, la Casa delle Donne di Milano, “decidere di “fare autocoscienza” significa porsi al centro di un percorso centrato su di sé, ma indissolubilmente legato alla relazione con le altre. Un profondo scambio intellettuale ed emotivo si instaura tra donne che condividono e confrontano le proprie esperienze personali, dialogano attorno a temi di grande risonanza pubblica, ma soprattutto sperimentano una modalità di rapporto fondata sull’ascolto e sul rispetto2”.

Questa pratica specifica ha avuto origine all’interno del movimento del femminismo separatista, emerso nella seconda metà del secolo scorso (anni ’60/’70). Il femminismo che ha definito le regole e le strutture di questa pratica è fondamentale, ma noi abbiamo tradotto tali strutture in un linguaggio più adatto e vicino alla nostra linea di pensiero. Mentre le pioniere della teoria separatista, come suggerisce il nome, respingevano qualsiasi forma di soggettività che non rientrasse nella categoria – ancora molto stretta e soffocante – di “Donna”, noi, seguendo la teoria Queer più complessa ed inclusiva, abbiamo abbracciato qualsiasi forma di soggettività che non rientri nella categoria di uomo bianco etero cisgender3.

In base a quanto detto, la nostra concezione di autocoscienza come pratica funzionale per la redazione di un articolo riguardante l’organo genitale storicamente e socialmente identificato come femminile, non riguarda solo le persone socializzate in modo binario come donne; pertanto, non intende essere una pratica fondata sul binarismo di genere. 

L’unica decisione di esclusione è stata presa, appunto, nei confronti delle persone che rientrano nella categoria sociale che, invece, ha sempre avuto -troppo- spazio per esprimere la propria visione sull’argomento.

“Come insegna l’autocoscienza femminista, per decifrare la società e per analizzare il mondo bisogna partire da sé, dalle proprie sensazioni e dall’esperienza che si è in grado di raccontare, come se l’atto stesso di prendere la parola fosse qualcosa di rivoluzionario, di utile alla produzione culturale collettiva”4

La scelta di adottare questa pratica come principale punto di partenza per il nostro dialogo nella stesura del saggio è fondamentale. Ragionando sulla ricostruzione della storia dell’organo genitale femminile, tradizionalmente condotta da uomini singoli, è emersa in noi l’esigenza di restituire la voce di tutte le persone che invece lo conoscono davvero, coloro che ne sono portatric3 e/o comprensiv35 del significato profondo di questa esperienza. Da qui, la scelta e la rivendicazione dell’autocoscienza come metodo per indagare la realtà.

Le nostre autocoscienze, abitate e condotte in spazi sicuri ed intimi, hanno come genesi un check-in durante il quale gli stati d’animo di tutt3 vengono verbalizzati per permettere un dialogo rispettoso e accogliente nei confronti di ogni emotività. La pratica, per noi ancora in evoluzione e oggetto di continua scoperta ed entusiastica ri-scoperta, permette un confronto imbevuto di teoria e prassi transfemminista. L’autocoscienza è doverosamente rispettosa di silenzi, e obbligatoriamente fondata sull’assenza del giudizio. Diviene quindi una forma di spazio e tempo in cui le individualità -rispettate ed innalzate- diventano parte di un flusso di coscienza corale e collettivo. La modalità stessa della presa di parola all’interno dello spazio dell’autocoscienza segue la logica dell’ascolto attivo e della risonanza, in cui la libera espressione del vissuto personale si intreccia con quella dell3 compagn3. Ciò che viene verbalizzato durante un intervento viene lasciato depositare, accolto, per poi ispirare, per continuità e discontinuità, per richiamo o diniego, il racconto successivo. 

Abbiamo costruito insieme uno spazio di dialogo basato sull’orizzontalità e sulla comunicazione non violenta, utilizzando un linguaggio attento alle singole parole, alla costruzione delle frasi e ai pronomi. Un linguaggio capace di accoglierci e di mantenerci in uno spazio di cura e di tutela. 

Una comunicazione decostruita nel senso di in-costruzione, perché aperta alla flessibilità in base alle esigenze delle persone che vi prendono parte. Un posto in cui, finalmente, le soggettività di tutt3 hanno la possibilità di far sentire la propria voce, la quale, unendosi alle altre in un grande coro, permette di esplicitare le dinamiche patriarcali insite e incancrenite della nostra quotidianità. L’autocoscienza si configura come una pratica di decostruzione non solo di ciò che è altro rispetto a noi, ma, in primis, di noi stess3. È uno spazio politico. 

 

  1. https://www.casadonnemilano.it/autocoscienza/ ↩︎
  2. https://www.casadonnemilano.it/autocoscienza/ ↩︎
  3. Con “uomo bianco etero cisgender” intendiamo la categoria sociale in cui si collocano le persone di sesso maschile che si identificano con il genere assegnatoli alla nascita (cisgender), attratte romanticamente e sessualmente dalle persone del sesso opposto (eterosessuali) e inserite nel privilegio dell’essere bianco. L’uomo bianco etero cisgender perpetua e supporta gli schemi sociali e patriarcali della nostra società, essendo il protagonista indiscusso di questa struttura sociale. ↩︎
  4.  https://che-fare.com/almanacco/societa/corpi/carla-lonzi-lavoro-culturale-femminista/ ↩︎
  5. Persone che sono riuscite ad iniziare un percorso di decostruzione tale per cui riescono ad essere, appunto, consapevol3 dell’ampio ventaglio di significato che si cela al di sotto della superficie di “solo” organo genitale. ↩︎

 

di Nira Coletta, Maddalena Vanoli, Chiara Russo e Mina Comunello

 

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