
Tutto comincia con un battito muto nel petto.
Tamburi senza suono che chiamano i corpi prima ancora delle parole.
Guardo questi occhi: pieni di luce, pieni di rabbia. La tensione ci attraversa come una corrente, ci muove a scatti o ci rallenta, ci tiene sospes3. Forse la risposta non è nell’andare avanti, ma nel restare in equilibrio tra un passo che spinge e uno che trattiene.
Davanti a noi altri corpi rivestiti di divise, occhi opachi, gesti imparati. Ogni manganello che si solleva sembra dire: non cambierete nulla. E invece siamo qui, ancora.
La notizia dello sgombero di Askatasuna è una ferita aperta. Una ferita che sanguina ogni volta che lo Stato cancella spazi di vita, socialità, solidarietà. Camminiamo dentro fumo e slogan, le mani strette come nodi. Ogni passo pesa. Ma nessun3 resta indietro. Nella pratica della lotta siamo un’unica imbarcazione: qui entra un sacco di acqua. Siamo cuori feriti che si cuciono da poppa a prua, mentre avanziamo, piangendo lacrime chimiche che il controllo chiama ordine.
A ogni violenza subita risponde un moto invisibile. A ogni caduta, un braccio che afferra.
Indietreggiamo piano, come una marea che non si ritira mai del tutto. Tutt3 insieme. Qualcun3 inciampa, ma qui nessun corpo resta a terra. Due passi indietro, stringi i denti, leviga la rabbia finché diventa forza.
Penso ad Arendt, alla politica come apparizione, come essere insieme nello spazio del mondo. Ma qui non c’è nulla di astratto. L’azione è bagnata, densa, fatta di pelle contro pelle, di striscioni che picchiano il vento, di voci incrinate che non smettono.
I nostri passi non sono disordinati: sono intrecciati a una storia più larga di conflitto. Siamo dentro un processo di memoria, parliamo un linguaggio condiviso che abbiamo imparato nelle assemblee, nei cortei e in nessun altro spazio istituzionalizzato. Lo sento nei cori, nei canti della resistenza urbana, nelle discussioni a bassa voce prima di scendere in strada.
Su Corso Regina Margherita ogni volto è un Picasso. Chi non ha una casa, chi vive di lavori fragili, chi attraversa confini, chi non ha mai smesso di lottare. E io mi sciolgo in questa moltitudine, smetto di essere centro, divento passaggio.
La tensione è ovunque. C’è chi osserva ogni movimento delle “Forze dell’Ordine” con fronte socratica, chi alza la voce per non farci disperdere, chi piange per la stanchezza accumulata negli anni. Cosa vogliamo? Una vita bella.
Non spegnerete questi lampi di adrenalina che si accendono ogni giorno e resistono al buio della notte.
Per un attimo il pensiero si incrina: e se tutto fosse già scritto? Se il conflitto servisse solo a giustificare il controllo, a ridurre tutto a un’immagine da condannare, a una finestra di violenza utile a chi comanda?
Spegni i pensieri, concentrati. Abbiamo perso un altro spazio. Sembra una sconfitta, sì. Ma la lotta non è un evento: è un campo di sperimentazione politica. Costruisce relazioni, pratiche quotidiane di solidarietà, reti di sostegno reciproco.
Siamo vite precarie dentro la trasformazione sociale. La nostra vulnerabilità condivisa è il fondamento dell’alleanza politica. Trasformeremo la tensione in progettualità, perché sappiamo che un altro modo di vivere è possibile.
Abbiamo perso uno spazio.
Ma non perderemo questo incendio.
Siamo vite esposte, fragili, intrecciate, ma è da questa vulnerabilità che nasce l’alleanza.
La fragilità, quando è condivisa, diventa potenza.
Non difendiamo solo spazi.
Difendiamo forme di esistenza.
Difendiamo la cura, i legami, le comunità che contrastano la logica del profitto.
Da qui la lotta continua.
Passa dai corpi, dalla cura collettiva.
Ogni giorno.
Federica WOR Suriano




