
Lo spazio di Maya è stato attraversato, abitato, vissuto.
Come Puntaccapo, ci interroghiamo spesso su come restituire al nostro pubblico opere d’arte collettiva, ma mai come questa volta ne sentivamo l’esigenza. D’altra parte, le circostanze lo impongono: impossibile, per una sola persona, rendere conto di tutte le trame che si sono intessute tra le stanze di Camere d’Aria nei due giorni di festival. Impossibile seguire in contemporanea i sentieri che si sono diramati come serpenti su e giù per il teatro, la falegnameria, la ciclofficina, la cucina… Impossibile, per un individuo, catturare lo spirito di Maya, che si aggirava come una pazza a infestare la testa della gente con idee di ribellione e di cura, di amore e di lotta.
Così abbiamo deciso di andare al di là della scala individuale, poco adatta al funzionamento di Puntaccapo, seguendo le preziose tecniche di scrittura collettiva condivise da LASCO (Laboratorio Aperto di Scrittura Creativa Orizzontale) durante il festival. Ci siamo sedutə attorno a un tavolo e abbiamo lasciato scorrere le penne su dei fogli raccattati qua e là: cartelloni del festival e quadernini inutilizzati. Poi li abbiamo incrociati tra loro, i fogli e le penne e le matite e i pensieri, abbiamo scambiato tutto ma senza smettere di scrivere, e alla fine c’era un gran mosaico che aspettava solo di essere messo in ordine. Come dellə archeologhə, ci siamo messə al lavoro per spolverare le parti meno chiare del mosaico, per collegare alcune tessere che si richiamavano da lontano, per risaltare quelle più luminose.
Quasi non è servita la colla, tanto combaciavano bene tra loro. Questo è il risultato, la restituzione che abbiamo scelto di condividere con voi. Non è finita, anzi è un’opera aperta. Chiunque abbia voglia di aggiungere la propria tessera, che sia un pensiero, una frase, una sensazione, è liberə di farlo. Basta scrivere alla mail [email protected], come sempre. Buona lettura, e al prossimo Maya!
C’è un serpente che tiene sempre la porta aperta. Camere d’Aria è un grosso intestino, tutto contorto. E bitorzoloso. E caldo, e vivo, profondamente vivo, e corporeo, muscolare. E in mezzo a tutte quelle frattaglie, è così incredibilmente facile trovare uno spazio in cui poterti incastrare. Tante, tantissime cose ci scorrono attraverso e capita che ti sfiorino, ti si rendano vicine. Allora è proprio bello vedere quanti nutrienti possono abitare questi corridoi. Molti di questi nutrienti si sono affollati su e giù per l’intestino. Uno stava addirittura incastrato nelle assi di legno della falegnameria, nei raggi delle biciclette della ciclofficina. L’intestino filtra le cose che lo attraversano, trattiene il buono, ciò che ci fa bene, ed elimina le scorie, l’inutile, l’insalubre, quello che non serve.
Mi sono piaciute le lenticchie. Non capita tutti i giorni che qualcuno ti offra un caldo piatto di lenticchie con un sorriso. Ed è qualcosa di così speciale attraversare spazi che non conosci e percepirli tuoi. Si respira unione, condivisione, una vittoria. Un seme piantato per crescere insieme. È come un unico, grande organismo che si muove in mille modi. Una persona alla volta, diventiamo più forti, più consapevoli, più ricchi e meno soli. Sentirsi protetti è qualcosa che ti può capitare quando percorri uno spazio che ti rende felice. Foss’anche per quelle spille sulla testa di Wor, quell’elmo guerriero, forte e stabile come le nostre voci unite, potenti, quei corpi che incontri appena apri la porta, che sembrano sul punto di dirti, di rivelarti qualcosa di essenziale per proteggerti.
L’ingresso è un incrocio di percorsi che si accontenta di ospitare socialità di passaggio, stasera. Le persone si riassestano, il cambio di stanza equivale a un cambio di maschera, di filtro, con cui Maya passa attraverso la gente. È come uno spirito che si aggira per le stanze, che si infila negli interstizi. E l’ingresso ne è pieno. Attorno ci sono dei vasi con delle piantine. Negli anni, hanno costruito varie strategie per difendersi dai nemici, principalmente i mozziconi. Arturo li ha notati. Con la cura di un bambino che deve mettere l’ultima torre sul suo castello di sabbia, sceglie le foglie e i rami giusti per il suo banchetto. Trovare un posto proprio è qualcosa che ci scuote e ci anima profondamente. E anche le sue chioccioline di ceramica hanno trovato un guscio. È una sensazione – di quelle del corpo, della pancia.
La confusione iniziale diventa curiosità man mano che ci si addentra nelle camere. Ad ogni passo, sento di appartenere ad un’essenza. Ogni parola è uno spiraglio di luce. Ci sbircio dalla finestra. Abbiamo buggato il sistema che ora ha il sapore di pasta fresca e condivisioni.
Tutto questo muoversi, porta il tutto ovunque: come un fiume, ci passa attraverso. È nel calice di vino, è sotto le suole, è chiuso in una cartina, in chi sistema i piatti e inizia la preparazione per il giorno dopo, in chi si dimena sul palco e in chi urla in risposta. Siamo uniti, siamo inarrestabili. Ognuno è un cecio che rotola da un contenitore all’altro, da una stanza all’altra, da un barattolo a uno stomaco. Incrociano i loro cammini, i ceci. Si prendono per mano, come le biglie di quell’esperimento che sta sulla scrivania di tutti gli impiegati del mondo. Forze sconosciute all’opera intorno a loro.
Penso a quel buffo progetto ambizioso di voler tessere tra loro tre cose in via d’estinzione – la socialità, l’arte e l’informazione – che rifiuta in maniera stoica di sottostare alle norme e ai modelli circostanti. Penso alle pressioni economiche e alla fierezza per quello che stiamo proponendo. E mi sforzo di chiedere ancora una volta il fiorino. Non vogliamo mica mettere le pubblicità sul sito tipo i quotidiani di merda, come ha detto Costi. Per ogni fiorino, poi, io vi prometto non un’idea, ma una direzione. Dal piano di sopra, qualcuno urla: “Sempre a sinistra!”
Ogni giro di basso è un atto di rabbia. Credo si facessero dei grandi salti al concerto dei Senzapalle. Io non lo so, non sono riuscito a salire perché mi sembrava ci fosse troppa gente, ma Lorenzo mi ha raccontato tutto. “Eh, senza soldi, senza palle!” ha cantato per qualche minuto. Lì ho capito che si saltava molto. Voglio contorcermi tra le radici e abbandonarmi al mondo. Mi riconosco nei tatuaggi di Lorenzo, nelle scarpe slacciate, nelle arance e nel tofu. Sul palco Mantragoola parte e io sento i piedi staccarsi da terra, voglio volare, ma a ritmo. La voce di Fra va su su su, e mi ricorda quando cantavamo nelle piazze. La resistenza sarebbe potuta essere un diritto costituzionale. E noi avremmo potuto fare più tagliatelle. Ma non è successo, e va bene così.
Non mi aspettavo che il cuore avrebbe palpitato proprio quando armeggiavo col mattarello, stendendo l’impasto con la voce di Meri che mi guidava. Mi piaceva giocare con lei. Mi sentivo a casa. E non mi aspettavo certo palpitasse quando ho sentito per l’ennesima volta la storia di Puntaccapo. “Se li unisci riesce poco.” Mi dice Meri col suo sorriso sereno e determinato, che appartiene al suo hummus e a nient’altro. “Bro, se unisci subito tutti i ceci non li frulleremo mai. Poi si sentono i pezzi grossi ed è un po’ una merda. Secondo me dovresti provare a frullarne un po’ per volta, ma vedi tu”. Quel vedi tu è la cambusa. Mi sembra di aver messo mano su ogni cibo, ho toccato tutto. Leggevo la storia di Maya in quella ciotola di insalata. Chissà se Meri ha consultato un libro di ricette, prima di venire a Camere. Oppure è andata a braccio. Chissà a cosa pensava, giocando con quei 6 Kg di farina di semola e acqua. Quando le ho chiesto “Perché lo fai?” mi ha risposto che ha iniziato perché non aveva un euro.
Entro in cucina, sbircio tra le foto di Gaia e vedo le facce, i riccioli, i nasi, i sorrisi di chi taglia le cipolle. Ma che cazzo ti ridi mentre tagli le cipolle? Non funziona così, forse sì, non so, mai dire Maya. Qui non è permesso percepirsi soli. Che dolcezza abbracciare Eli e dirle che sta bene con quel suo nuovo taglio. Quando un corpo mi si avvicina posso avvertire la similarità del nostro impasto. Ci puoi mettere praticamente di tutto, basta che poi mescoli. Focacce-tagliatelle-riso-curry-hummus, cosa vuoi? Tutto in un piatto? Ma quanto è bello tirare la pasta, metti la semola sennò si attacca, e quella sensazione, grembiule e mattarello: la bolognesità. È tutto così caldo e fumante, forse proprio come Marco, se continua a restarsene vicino a quella stufa.
Questa stanza, la falegnameria, ha l’odore di tutto tranne che del legno. Eppure di legno ce n’è tanto, accatastato in fondo. Quasi tutta la sera sono stato qua, vicino alla stufa. Eppure non è stato abbastanza. Da queste pareti trasuda umido; un umido contro cui è necessario lottare, per toccare i mille anni di questo posto. Vorrei potermi sedere ancora, qui, ad osservare i maialini dalla pancia a tazza. Sentir parlare Cami mi rende felice anche se so solo come si chiama. Vorrei sentirla parlare ancora, qui, al mio fianco. Le stanze vive non sono molte al mondo, qui non ce n’è una che non lo sia. Sono luogo di rifugio, di riposo, creano tempi immobili nello scorrere perpetuo di questo grande corpo collettivo. Ogni occhio non ha paura dell’altro. C’è chi scende e chi sale: “C’è bisogno di una mano?” C’è bisogno della rivoluzione, e la vogliamo dall’interno verso l’esterno. Le luci del palco si adattano al mio corpo: sono solo un mezzo.
Respiro questo festival per tutte quelle volte che non ho avuto il coraggio di scegliere l’ambiente più adatto a me. Voglio un altro Maya. Voglio un’altra canna. Passa dalla mano di Kappa alla mia, come passa da un piede all’altro Mattia. Forse balliamo perché siamo fiammiferi. Diamo fuoco al mondo. Se non ricordo male, c’è stato un tema del mese a riguardo. Accendere una miccia non è tanto diverso dall’organizzare un festival, in fondo. Dopo che Maya ti ha insegnato come non scottarti, sembra tutto più facile.La mattina ti svegli ed è presto e sei in un teatro, ci sono persone sul pavimento a dormire e le osservi per un attimo nel loro dormiveglia. Celia mi ha guardato, ma deve aver pensato che dormissi. Invece Mattia, che si è tirato su abbastanza velocemente, mi ha fatto un sorriso. Almeno mi pare. Mi sono sentito protetto. Adesso ho bisogno di silenzio. Per apprezzare appieno la gioia ho sempre dovuto ritornarci. Mi allontano in pace da Maya, lei non fa che sospirare e in quei sospiri sento perché sono felice.
“Non vedo l’ora di affossarmi, stasera” ridacchia un tipo con la pelle staccata dal volto mentre legge di sfuggita il manifesto del XIX evento Maya. Diecimila persone nello spazio virtuale-reale-interattivo più alternativo dell’etere, almeno da quando è cambiato tutto. Che poi mica è cambiato davvero: ancora adesso stiamo sempre a interrogarci su cosa renda una società giusta o meno. Anche se ora i confini di un tempo non ci sono più. A uno dei primi Maya, pensate, si faceva già, sì: diffondere il reale, interrogarlo. Non pensare che potesse finire per tutti nello stesso posto. Ma come puoi dire a Maya di lasciarsi cambiare. Da che cosa poi. Da quel mondo che pensi di conoscere? Maya ci è nata in quella fossa, come te. Sa muoversi nel buio. Non hai nulla da insegnarle. Piuttosto lei si arrampicherà, lenta, sulle tue gambe. Troverà un buco, da qualche parte, lo troverà.











































































(Qui in mezzo sono passati quasi quattro anni di storia di Puntaccapo e c’è stato un altro evento, Maya 2, di cui purtroppo non c’è traccia. Mai dire Maya, quello sopra, risale al dicembre 2025, mentre il primo Maya, quello sotto, è di febbraio 2022.)

Puntaccapo nasce a Bologna dal bisogno di dialogo e confronto con un’idea: dare un contributo al mondo dell’informazione indipendente, oltre l’orizzonte cittadino. Ci proponiamo come punto di riferimento per studentə universitarə e non, scrivendo di politica, attualità e della nostre città: degli spazi, delle realtà e delle culture che attraversiamo.
Dalla riflessione nasce la necessità di esporci e di creare un evento che ci permetta di fuoriuscire dai margini consoni all’arte mercificata.
Questo evento è Maya.
Maya è uno spazio. Politico, in quanto si pone come critica all’industria culturale, proponendo
un’alternativa che rompa gli schemi dell’omologazione capitalista. Indipendente, perché libero da etichette e limitazioni sia nelle forme che nei contenuti. Infine, inclusivo: vuole dare voce allə artistə emergentə, sistematicamente esclusə e ostacolatə nel dialogo con il loro pubblico a causa delle dinamiche di mercato.
L’idea è quella di realizzare un esperimento che metta al centro le arti e che le faccia interagire tra loro: troppo spesso le vediamo chiuse nelle loro stanze, isolate. Vogliamo fare un’operazione insolita: creare un’armonia tra opere originali (che andranno dalle arti figurative a quelle plastiche) e musica live, con brani di artistə di vario genere: indie, indie-pop, rap e cantautorato. Nella stessa serata si intrecceranno quindi una vera e propria esposizione e un concerto live, con un dj set conclusivo e un bar a prezzi popolari.
Tema dell’esposizione sarà il rapporto tra realtà e rappresentazione, da cui deriva anche il nome del
progetto. Le domande che poniamo all’osservatorə sono: nell’esperienza sensoriale dell’evento, quanto è reale e quanto è solo il risultato delle nostre percezioni? Un’opera d’arte è definibile come tale solo nel momento in cui è visibile e inserita in uno spazio? Allə artistə il compito di esprimere questi concetti nelle forme e nei modi più vari, scegliendo di squarciare il velo di Maya o di giocare sulla sua illusione.

















































































