Che la legge scritta della città, il diritto pubblico evocato dalla giustizia statale, sia ben altra cosa dal  sentire etico individuale, dalle leggi non scritte che dimorano in ciascuno, sembra trovare la sua più  grande rappresentazione nella vicenda narrata nell’Antigone sofoclea. Ben prima della moda  novecentesca di Edipo, la cui supremazia è stata indiscussa a partire dalla lettura di Freud, a dominare  la scena culturale del diciannovesimo secolo è stata proprio la figlia prediletta del re di Tebe, colei  che, sfidando il decreto emanato dallo zio Creonte, dà degna sepoltura al cadavere del fratello  Polinice, divenendo portavoce delle leggi non scritte degli dèi. L’atto di insubordinazione di Antigone  sancisce il suo distacco dalla polis – e dal consorzio dei viventi –, approssimandola già a quel mondo  estraneo e oscuro che è quello dei morti, a cui deve la sua lealtà. È un santo crimine il suo, un crimine  che ella fin dalla prima pagina della tragedia è certa di dover compiere, pena il tradimento verso sé  stessa, verso le leggi eterne a cui è decisa a sottostare. Il suo sentire si scontra con quello di Creonte,  figura del tiranno per eccellenza, sordo a verità altre rispetto a quelle cementificate che continua a  difendere.  

Le interpretazioni1che si sono susseguite sulla tragedia di Sofocle sono molteplici e complesse, e  certamente non è scopo neanche auspicabile di questo testo non tanto esaurirle – che, vien da sé,  risulterebbe un’impresa che solo a nominarla peccherebbe della medesima hybris tanto rea agli occhi  dei Greci – ma addirittura citarle. È un obiettivo molto più umile quello che muove la scrittura di  queste pagine: (ri)leggere l’opera di Sofocle, farne trasudare la necessità, mostrarne il carattere – proprio solo delle grandi opere d’arte – potenzialmente sempre aperto a nuove letture, a nuovi lettori.  Dunque, è nella ferma consapevolezza della imprescindibilità dell’Antigone in un qualsivoglia  discorso sulle leggi – ma, mi sia concesso, dell’umano in generale – che si invita a volgere lo sguardo  alla tragedia di Sofocle. 

A fare da sfondo alla vicenda dell’eroina sofoclea sono gli avvenimenti dei Sette a Tebe: dopo la  morte di Edipo, i due figli Eteocle e Polinice si alternano la reggenza un anno ciascuno; tuttavia, nel  momento in cui Eteocle decide di negare il trono al fratello, Polinice marcia contro Tebe alleato con  una città nemica. È alla settima porta della città – da qui il titolo – che i due troveranno la morte, l’uno  per mano dell’altro – un suicidio a due, considerando che, come scrive Nicole Loraux, sullo sfondo  dell’identità che è il génos, uccidere qualcuno equivale ad uccidere sé stessi: ecco che l’assassinio  diventa suicidio2. A salire al potere è Creonte, cognato del defunto Edipo, e il suo primo decreto  riguarda la sepoltura dei due nipoti: mentre la città fornirà gli onori funebri a Eteocle, per quanto riguarda Polinice, invece, «è stato ordinato alla città che nessuno lo onori di tomba e di compianto,  ma sia lasciato insepolto cadavere, pasto ad uccelli e cani, vergogna a vedersi»3. Ma la condanna  vigente sul cadavere di Polinice ad essere lasciato in balia delle forze brute della natura, sembra  trovare una voce di dissenso in sua sorella, colei che ha «un cuore ardente per cose che raggelano»4,  unica portavoce di una giustizia che non è quella rappresentata da Creonte – e accettata  silenziosamente dalla polis –, ma che si appella ad un sentire più profondo, quello che anima la libertà  individuale di agire. E così ha inizio la storia di Antigone. 

Ad aprire la tragedia è il dialogo tra Antigone e sua sorella Ismene – dialogo in cui emerge la  medesima simmetria che caratterizzerà, più avanti nel testo, il dialogo tra Creonte e suo figlio Emone,  promesso sposo di Antigone, e in cui si evidenzia la distanza tra la passività silenziosa di Ismene  dall’azione che Antigone intende intraprendere. Dopo, infatti, che Ismene ha evocato i due fratelli,  «morti di reciproca mano»5, Antigone dichiara il reo intento di seppellire il cadavere di Polinice,  contravvenendo agli ordini di Creonte. «Ma è fratello mio»6: queste le parole con cui Antigone  giustifica il suo atto di disobbedienza, sorda davanti al mero lamento di Ismene. Infatti, alla sorella  che ricorda a lei sventurata che la sepoltura di Polinice rappresenta un reato rispetto all’editto emanato  da Creonte, Antigone risponde: «Ma egli non ha alcun diritto di impedirmelo»7. La legge della polis,  la legge scritta degli uomini, ovvero la legge di Creonte, non ha per Antigone alcuna legittimità. Cos’è  la polis davanti alla passione che anima la figlia di Edipo? Così, contro Ismene, per la quale «non ha  alcun senso fare cose troppo grandi»8e «per natura incapace di agire contro il volere della città»9,  Antigone proclama di voler andare fiera in sposa alla morte, dando degna sepoltura a suo fratello.  Obbedendo alla legge divina interiore, Antigone seppellisce il cadavere di Polinice e, così facendo,  diviene nemica dell’intera città. Il prezzo da pagare per il delitto commesso è una profonda solitudine:  «Incompianta, senza amici, senza nozze, misera sono condotta alla via che mi è pronta»10. Così, la  figlia di Edipo, dopo essersi dichiarata colpevole, inizia la sua discesa negli inferi, condannata a  vivere con i morti a cui ha dedicato la sua stessa vita. 

La scelta di morire, del resto, Antigone l’ha già fatta da tempo. Che Antigone sia destinata ad andar  sposa a qualcuno nell’Ade è dichiarato fin dal suo stesso nome: Antigone, composto di ἀντί e γονή (dalla radice γεν-, «generare»), l’anti-generatrice. Ma è possibile individuare, come nota Umberto  Curi, accanto all’etimologia che vede in Antigone l’anti-generatrice per eccellenza, un’ulteriore  etimologia: «Antigone, colei che è “nata” per essere “contro”, non soltanto si contr-appone alla  sorella, e successivamente allo zio, ma soprattutto si comporta come discendenza (gone, appunto) in  rivolta contro (anti) il destino “duale” della stirpe, assumendo in maniera deliberatamente ed  esasperatamente uni-laterale la figura di Polinice»11

Ancora, la condizione anomala di Antigone – come donna a cui non spetta il ruolo di moglie né  quello di madre – è anticipata dalle parole di Edipo: «E chi dunque vi sposerà? Nessuno, o figlie, ma  certo dovrete consumarvi sterili e senza nozze»12. Antigone, la figlia per eccellenza di suo padre, colei  che vede per sé e per lui, sembra scontare una colpa paterna, erede dell’eccesso che ha portato tutti i  Labdacidi alla rovina. La cifra della stirpe maledetta di Labdaco sembra proprio risiedere nel mancato  riconoscimento dell’alterità costitutiva dell’identità: Edipo stesso incarna questa sorte, figlio, e non  solo marito di sua moglie, fratello, e non solo padre dei suoi figli; Eteocle e Polinice si danno  rispettivamente la morte; Antigone va incontro alla sua fine decisa a non riconoscere alcuna  giustificazione alla controparte rappresentata da Creonte. 

Così, nella tragedia, Antigone, come tutti gli uomini della sua famiglia e, del resto, uomo ella stessa  agli occhi di suo padre13, soccombe per via della tracotanza che fiera le ha fatto scegliere la morte:  

E non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non  scritte e incrollabili degli dèi. Infatti queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono, e nessuno  sa da quando apparvero. E di esse io non volevo scontare la pena al cospetto degli dèi, per paura della  volontà di alcun uomo: sapevo di dover morire, e come no?, anche se tu non l’avessi proclamato. E  se morrò prima del tempo, questo io lo chiamo un guadagno14

Tale fierezza sembra però lasciare il posto nel quarto episodio della tragedia a un tono ben più  infelice. Condotta alla sua tomba, Antigone dà voce al suo lamento: sola tra i mortali a raggiungere  l’Ade, già non appartiene più ai vivi, eppure neanche del regno dei morti può dirsi parte; donna priva  di sposo, esclusa dalla sfera della maternità. Dopo la certezza che ha contraddistinto il suo agire in  tutta la tragedia, l’eroina sofoclea sembra qui mettere in dubbio le ragioni che l’hanno motivata: «o  fratello, avendo trovato, / morto distruggesti me ancora viva!»15; e ancora: «e anche ora, o Polinice,  per avere coperto il tuo corpo questa sorte ottengo»16. A cosa l’ha condotta seguire la legge degli dèi?  Ancora una volta, Antigone segue le orme di suo padre, e, al pari di Edipo nell’Edipo a Colono – la  cui stesura è successiva, e la cui fonte è probabilmente proprio l’ultima orazione di Antigone –, rivolge   un’accusa alle divinità: «E quale legge degli dèi ho trasgredito? Ma perché, infelice, mi rivolgo ancora  agli dèi? Chi chiamo in aiuto? Proprio per essere stata pia mi sono acquistata empietà»17. L’eroina,  oscillando tra empietà e pietà, dichiara però in ultima battuta di aver reso onore a suo fratello  giustamente. Se fosse stata moglie o madre, ella non avrebbe agito allo stesso modo: morto un marito,  avrebbe potuto averne un altro, così come avrebbe potuto avere un altro figlio, «ma ora che mia madre  e mio padre sono in fondo all’Ade, non è mai più possibile che mi nasca un fratello»18.  

Decisa a non farsi piegare dalla condanna alla vivisepoltura indetta dal tiranno, Antigone si toglie  la vita e, così facendo, viene inesorabilmente segnata anche la fine di Creonte stesso, tanto che alla  fine della tragedia si è portati a chiedersi quale tra i loro destini sia stato più amaro: se quello  dell’eroina, suicidatasi nell’antro di pietra in cui era stata imprigionata, o se quello del tiranno, che  da ultimo – questa la chiusura della vicenda – implora gli dèi di graziarlo con il giorno estremo.  Infatti, alla morte di Antigone segue quella di Emone, suo promesso sposo e figlio di Creonte («giace  cadavere presso cadavere»19); e, infine, ad abbandonare il mondo dei vivi è Euridice, moglie di  Creonte e madre di Emone, che si «colpì di sua mano al fegato, come sentì acuto gemito di dolore per  il figlio»20. Creonte si ritrova così ad aver fallito, sì, come sovrano, ma anche come padre e marito.  Che «non esiste città che è di un solo uomo»21 sembra essere la rivelazione a cui egli è tragicamente  condotto alla fine della vicenda. Così, riecheggiano nel finale tragico del tiranno le parole di suo figlio  Emone:  

Dunque non portare in te soltanto questa idea, che è giusto quello che dici tu, e nient’altro. Chiunque  pensa di essere saggio lui soltanto, o di avere lingua o mente quale nessun altro, quando lo apri, si  vede che è vuoto. […] Guarda gli alberi presso le correnti impetuose: se si piegano, salvano i loro  rami; ma quelli che si oppongono sono distrutti con tutto il tronco22.  

Ad essere distrutto con tutto il tronco, alla fine, sarà proprio Creonte (e non solo), vittima e  carnefice al medesimo tempo, colpevole di aver ignorato l’altro volto della giustizia, quello che non  è giustificato dalle leggi della città, ma che governa l’agire di Antigone. «Ti vedo peccare contro  giustizia»23: ecco la condanna finale di Emone verso suo padre. Quale giustizia è quella che Creonte  vuole difendere? Che valore hanno le sue leggi dinanzi a una sorella che vuole dare degna sepoltura  al fratello? Qual è il confine tra giustizia e legalità? Le brave persone non rispettano leggi ingiuste, e  ingiusta è di certo agli occhi di Antigone la legge con la quale Creonte disonora il corpo del defunto  Polinice, e alla quale ella si oppone fermamente fin dall’inizio della tragedia, a costo della sua stessa  vita: 

Sii pure quale a te pare: io lo seppellirò, e per me sarà bello fare questo, e morire. Amata giacerò  insieme a lui che io amo, avendo commesso un santo crimine. A quelli di sotterra infatti io devo  compiacere per più tempo che a quelli di qui: poiché là giacerò per sempre24

1 Cfr. George Steiner, Le Antigoni (1984), trad. it. di Nicoletta Marini, Milano: Garzanti, 1990.

2 Nicole Loraux, La main d’Antigone, in: Metis 1, 1986, pp. 165-196, p. 182.

3 Sofocle, Antigone, in Edipo re, Edipo a Colono, Antigone, a c. e con introd. di Dario Del Corno., trad. it. Raffaele  Cantarella, Milano: Mondadori, 1982, p. 273. 

4Ivi, p. 263. 

5Ivi, p. 259. 

6Ivi, p. 261. 

7Ibidem

8Ivi, p. 263. 

9Ibidem

10 Ivi, p. 317.

11 Umberto Curi, Endiadi. Figure della duplicità, Milano: Raffaello Cortina Editore, 1995, p. 109.  12 Sofocle, Edipo re, cit., p. 139. 

13 Cfr. Sofocle, Edipo a Colono, cit., p. 229: αἵδ’ ἄνδρες, οὐ γυναῖκες (v. 1368) sono le figlie di Edipo, «uomini e non  donne».  

14 Sofocle, Antigone, cit., p. 289. 

15 Ivi, p. 315. 

16 Ivi, p. 317.

17 Ivi, p. 319. 

18 Ibidem. Questo topos è riscontrabile anche in Erodoto III 119 (cfr. ivi, p. 319, nota 47 dell’edizione dell’Antigone citata  supra, nota 3). 

19 Ivi, p. 339. 

20 Ivi, p. 343. 

21 P. 307. 

22 Ivi, p. 305. 

23 Ivi, p. 307.

24 Ibidem.

di Sabrina Sicignano

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