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Scegli, pillola rossa o pillola blu?

Con la pillola blu, puoi continuare a fare quello che facevi prima: andare al lavoro perché ti pagano e credere che questo sia un fatto più rilevante di tutto il resto; studiare all’università senza chiederti a cosa serve, o chi ci guadagna; fare la spesa senza prestare troppa attenzione all’origine o alla marca dei prodotti che compri; lasciare che un genocidio ancora in atto non diventi altro che un riempitivo, un telo opaco su cui si proietta l’immediato brulicare della vita di tutti i giorni, insomma un retroscena da cui ogni tanto provengono suoni ovattati, grida, suppliche, fragore di bombe.

La pillola rossa invece punta i riflettori su ciò che conta, ciò che passerà alla Storia in mezzo a tutto questo baccano, a tutto questo rumore che confonde e distrae. Non che sia la stessa cosa, iniziare ad attivarsi per il clima, per i diritti civili o per un miglioramento della propria condizione di vita e politicizzarsi contro un piano di sterminio di massa. Nel secondo caso, la pillola rossa è molto più amara: comporta di soffrire con l’altro, per l’altro, comporta la frustrazione, l’impotenza, la rabbia, un senso di ingiustizia così acuto da diventare scoraggiante. Eppure, nelle ultime settimane in Italia la gente si sta ingozzando di pillole rosse. Porti bloccati, cortei oceanici, università occupate, ospedali, fabbriche e scuole in sciopero, stazioni prese d’assalto…Nessuno vuole essere lasciato indietro, ognuno pretende la sua pillola, sente di averne non solo la voglia ma anche il diritto, come se ne fosse stato privato per troppo tempo.

Non c’è bisogno di soffermarsi sulla dimensione epocale di quello che sta succedendo, sulle cifre mostruose e sul fatto che per una volta a essere protagonista sul palcoscenico non è il politico di turno, non è l’ennesima star milionaria, ma siamo noi, gli umili, il popolo dei signor nessuno dimenticati dalla Storia, che se uniamo le forze possiamo davvero bloccare tutto e forse chissà, cambiare il mondo. In compenso, quello che viene naturale chiedersi è come, quando e perché sia nata questa ingordigia di pillole rosse. È evidente che non si tratti solo di indignazione, perché il momento per indignarsi era subito dopo il 7 ottobre; sono due anni – in realtà molti di più, ma teniamoci su un piano d’attualità e non storico – che in tutto l’Occidente attivisti e militanti si fanno in quattro per dare visibilità alla causa palestinese, malgrado la censura e l’invisibilizzazione mediatica, la repressione durissima, la complicità di tutte le sfere istituzionali, dalla cultura, all’istruzione, allo sport, malgrado lo stigma sociale, le accuse di “filo-terrorismo” e la marginalizzazione che deriva dalla mancanza di riconoscimento del popolo palestinese. Due anni in cui il movimento ha lentamente preso piede, in cui la narrazione degli oppressi si è progressivamente imposta su quella degli oppressori, facendo chiarezza sui 75 anni di occupazione che hanno preceduto il 7 ottobre, ponendo distinzioni necessarie tra antisemitismo e antisionismo, tra guerra e genocidio, tra Stato democratico e entità coloniale illegittima. Eppure, sebbene questi sforzi siano stati necessari e a volte abbiano dato i loro sorprendenti risultati, ci sono voluti due anni di soffio sulle braci perché attecchisse il fuoco della rivolta, due anni in cui migliaia di persone sono state umiliate, assassinate, mutilate, torturate, fatte morire delle morti più atroci, intanto che a noi erano somministrate vagonate di pillole blu, su tutti gli schermi, colazione-pranzo-cena.

E qui entra in gioco il ruolo della Flotilla. Perché ogni impresa ha bisogno dei suoi eroi, per poter essere raccontata. Questa è una delle regole d’oro che vengono insegnate in quelle scuole élitarie dove spiegano ai “figli di” come diventare qualcuno che conta: non importa che tu debba vendere un flacone di shampoo o convincere i tuoi impiegati a fare gli straordinari, quello di cui hai bisogno è soltanto una buona storia, una storia che si venda. Prendiamo l’esempio d’Israele: il racconto messo in piedi da Benjamin Netanyahu & soci è solidissimo, al punto da mascherare i loro crimini lasciandoli impuniti. Dentro, c’è tutto ciò di cui hanno bisogno: una vittima (il popolo ebraico, assediato e perseguitato ovunque vada), un nemico (i musulmani terroristi), un pretesto (l’attacco del 7 ottobre) e dei valori (la democrazia, la difesa dall’invasione islamica) in nome dei quali agire. Dalla parte pro-palestinese, la strategia comunicativa ha seguito invece due filoni principali: da un lato una narrazione più politicizzata, che fa eco alla guerra d’Algeria e alle lotte di liberazione decoloniale; dall’altro lato una narrazione più umanitaria, che promuove la pace e la non-violenza in senso vago, condannando le atrocità senza riuscire a puntare il dito contro i colpevoli. La prima chiave di lettura si è diffusa lentamente all’infuori della bolla militante da cui è stata promossa: possiamo supporne le varie ragioni. Oltre all’attrito delle contraddizioni con quella che fino a ieri era la narrazione “ufficiale”, c’è anche il fatto che questa visione richiedeva un buon capitale culturale e una buona preparazione storica, oltre che alcuni posizionamenti piuttosto coraggiosi su questioni come la legalità, la violenza (di coloro che resistono), il diritto ad autodeterminarsi. Può darsi che fosse chiedere troppo all’italiano medio, il quale in un primo momento ha preferito rifugiarsi nella seconda interpretazione, di più ampio respiro: una critica della disumanità, un disgusto morale di fronte all’omicidio dei bambini e degli innocenti, un’esigenza di mettere fine al disordine.

Ciò che è riuscita a fare la Global Sumud Flotilla è stato unire queste due narrazioni. Quella che non a caso è stata chiamata “missione umanitaria di pace” ha accolto a bordo delle sue 50 imbarcazioni profili di tutti i tipi, personaggi con interessi e visioni politiche radicalmente differenti, probabilmente anche riguardo alla questione palestinese stessa. Quasi 500 persone provenienti da 44 Paesi, da classi sociali e contesti diversi, si sono unite per un’azione politica concreta, rompere il blocco illegale su Gaza per aprire un corridoio umanitario. Concetti teorici e astratti come le critiche radicali a Israele e il sostegno al popolo palestinese hanno preso la forma materiale di cibo, acqua e medicine caricate a bordo di imbarcazioni che hanno attraversato tutto il Mediterraneo, un mare su cui già più di una navigazione ha prodotto storie epiche, rimaste scolpite nella tradizione per millenni. È questo che ha saputo fare la GSF: spazzare via dal tavolo della discussione tutto ciò che era superfluo, tutte le polemiche che ci dividevano, per fare chiarezza e lasciare spazio a un’immagine limpida, un’immagine in grado di ridare speranza a una lotta che minacciava di rivelarsi esausta. L’immagine di una missione, alcuni eletti incaricati di compierla (una sorta di Compagnia dell’Anello, se vogliamo), poi un obiettivo da raggiungere, quello che in semiotica viene chiamato Oggetto di valore (gli aiuti umanitari per il popolo palestinese), e infine un nemico imbattibile, il mostro che attende in agguato in fondo alla caverna. Il tutto ambientato in un mare che bagna le pagine d’attualità soltanto quando si parla di barconi affondati, di confini e sfruttamento, di politiche migratorie che si lasciano dietro una scia di morti, e che per una volta è stato teatro di un atto di solidarietà e coraggio.

Può darsi che ai materialisti più puri tutto questo sembri solo chiacchiere sovra-strutturali. Ma se lungo tutta la penisola italiana si è formato un “equipaggio di terra” così numeroso – stiamo parlando di milioni di persone in moto, tutte nella stessa direzione – è anche grazie alla potenza simbolica che ha avuto la narrazione intorno alla Flotilla, una potenza che finora era mancata al repertorio di discorsi pro-palestinesi – e non perché mancassero le argomentazioni, ben inteso. Se consideriamo i media come la forma principale che assume la produzione simbolica nell’era capitalista, ecco che emerge il rapporto tra le rappresentazioni mediatiche della Flotilla e l’importanza assunta dalla faccenda nell’immaginario collettivo. Lungi da noi ricadere nel solito dualismo riguardante il ruolo dei media – fautori o soltanto specchi dell’opinione pubblica? –, ci limitiamo a evidenziare alcuni punti strutturali, restando convinti che mobilitazione dal basso e attivismo mediatico non possano sostituirsi l’una all’altro, ma debbano marciare di pari passo.

Il primo punto l’abbiamo già accennato: attraverso la concretezza e la semplicità di una missione come quella della Global Sumud Flotilla, il movimento per la Palestina ha potuto mettere in luce l’evidenza una volta per tutte. In primis è stato individuato il nucleo della questione, al di là delle discussioni su principi, cause e modalità di azione: c’è un genocidio in corso che va fermato.

Attorno a questa certezza basilare, è stato costruito un caso da portare in tribunale, in Parlamento, sulla piazza pubblica, insomma ovunque si parli di Palestina. Un esempio che, nella sua banalità e parzialità rispetto alla complessità della questione, mostri tutto ciò che c’è da mostrare: chi commette un genocidio viola la legge (arrestando civili in acque internazionali) e impedisce al popolo palestinese non solo di vivere, ma anche di sopravvivere (negando gli aiuti umanitari1). Infine, dopo aver costruito l’esempio cardine, c’è da farne un modello: a partire dal caso della Flotilla, risalire il filo fino al gomitolo di contraddizioni con cui i governi occidentali si sono resi complici d’Israele, smascherarne l’ipocrisia e le mani sporche di sangue, denunciarne la repressione e convincere la gente a prendere la posizione radicalmente opposta, quella dalla parte giusta della barricata, al fianco del popolo palestinese e di tutti gli altri oppressi.

Il secondo punto è la copertura mediatica dal basso che è stata imbastita intorno alla Global Sumud Flotilla: malgrado lo shadow-banning degli algoritmi, gli attivisti a bordo hanno saputo riappropriarsi dei social network come mezzi comunitari di informazione, condividendo regolarmente reels che assomigliavano a diari di bordo, spesso in face-cam, dove aggiornavano una comunità online già foltissima – ricordiamo ad esempio i milioni di ricondivisioni della storia Instagram “All Eyes on Rafah” –, ma senza spazi d’espressione. Uno storytelling costante del viaggio, in cui i racconti e le disavventure personali sulle varie barche si tessevano in una trama collettiva il cui baricentro rimaneva la liberazione del popolo palestinese, ha permesso soprattutto una presenza costante della Flotilla nell’agenda mediatica nazionale, i giorni e le settimane precedenti alla sua intercettazione. I grandi esperti del settore sostengono che questo è l’impatto maggiore che l’informazione (o la disinformazione) può avere sulla società: il bombardamento di notizie e la selezione soggettiva che ne viene fatta non ci impone tanto come pensare, ma a cosa pensare. I reportage e le condivisioni degli attivisti a bordo della Flotilla hanno creato una sorta di riverbero mediatico che è rimbalzato anche sui quotidiani e sulle piattaforme televisive e questo ha fatto sì che sia chi era d’accordo con i valori della missione, sia chi era contro, sia chi era completamente indifferente alla faccenda sentisse il bisogno di esprimersi a riguardo, aumentando a sua volta il circolare delle informazioni e l’attenzione dell’opinione pubblica sulla faccenda.

Il terzo punto non riguarda né le narrazioni né i media, ma è di natura più politica. Perché se vogliamo ripudiare fino in fondo la logica deterministica per cui giornali, social e televisione fanno da soli la differenza, dobbiamo parlare anche delle condizioni materiali che hanno permesso l’insorgere di questo movimento. Tali condizioni sono un Paese vittima di un vuoto politico siderale, governato da una classe politica incapace che, da destra a “sinistra”, nel migliore dei casi ha mostrato la propria omertà di fronte ai crimini commessi, nel peggiore si è impegnata attivamente per continuare a perpetrarli. L’Italia è il terzo esportatore di armi al mondo verso Israele e la complicità è sistemica, radicata, passa dai porti e dagli hub industriali per arrivare fino alle università, dove vengono stretti accordi che favoriscono le lobbies dell’industria bellica: nessun politico, nessun partito in Parlamento ha mai avuto la statura morale di schierarsi contro tutto ciò.

Tali condizioni sono una presidente del Consiglio capace di ruggire con i suoi decreti-sicurezza contro i manifestanti, i carcerati o i migranti, per poi miagolare in maniera permissiva di fronte al Donald Trump o al Benjamin Netanyahu di turno, al punto da richiamare le proprie navi da guerra, inviate in protezione dei civili italiani ingaggiati nell’iniziativa, per evitare “incidenti diplomatici”. Tali condizioni sono un corpo di polizia che non è cambiato dal G8 di Genova, non è cambiato dall’omicidio di Aldrovandi o da quello di Cucchi, un apparato repressivo a cui negli anni sono state concesse sempre più libertà ed equipaggiamenti per reprimerci più duramente, come abbiamo visto durante queste giornate di mobilitazione. Tali condizioni sono dei sindacati reazionari, incapaci di rappresentare la classe lavoratrice contro i padroni, incapaci di combattere per ottenere dei diritti basilari come il salario minimo, incapaci di prendere posizione su qualsiasi cosa, incapaci di essere all’altezza del ruolo che viene loro richiesto, un ruolo eminentemente politico e non solo assistenziale. Tali condizioni sono una carcassa di partito sedicente di sinistra, che a forza di fagocitare tutto ciò che nasceva di bello e di fresco più a sinistra di lui, è finito per ingrassare al punto da non avere più niente da dire, e stiamo tutti aspettando solo che scompaia, che scoppi una volta per tutte per lasciare un po’ di spazio a chi ha davvero qualche idea da mettere in gioco. Tali condizioni, infine, sono una gioventù politicizzata, precaria, arrabbiata, senza lavoro né prospettive, una gioventù che ha riempito le piazze, una gioventù sacrificata dall’eredità politica e culturale di vent’anni di berlusconismo, dalla crisi del 2008 e dalla pandemia di Covid-19 e da mille altri malfunzionamenti di questo sistema marcio, sacrificata sull’altare di un progresso e di un benessere a cui non crediamo più, non la vogliamo più la vostra cazzo di pillola blu, una gioventù che ora ha voglia di riprendersi tutto, per la Palestina e per un mondo nuovo.

1 In questo senso, Tel Aviv ha commesso un errore: se la Flotilla fosse sbarcata, gli aiuti non sarebbero certo bastati a sfamare due milioni di palestinesi, ma in compenso forse ora non ci sarebbe questa nuova ondata di indignazione.

Costatino Bovina

 

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