
“Quelli che rendono impossibile una rivoluzione pacifica, renderanno inevitabile una rivoluzione violenta”: un sospiro di storia che sa rinnovarsi anche nella voce di coloro che oggi si oppongono a una presenza di investitori stranieri sempre più imperante nel proprio paese. Ah, sì! La frase è proprio di John Fitzgerald Kennedy, quello con la faccia, i capelli e gli occhi piccoli e il sorriso splendente da buontempone americano, solo ripetuta da un popolo che, ora come ora, con gli americani non vuole avere niente a che spartire (ironico, no? Usare le parole di un presidente americano per cacciare i capitali del genero di un altro presidente americano!). Con la forza, e la debolezza, di un moto che scorre impetuoso e lo fa per un tempo molto prolungato, l3 albanesi a fine maggio sono sces3 in piazza e da lì non si sono più schiodat3. L’aquila bicefala issata sopra le teste e i corpi dell3 manifestanti sudat3, un rosso sangue profondo e virulento che si estende voluttuoso per le strade; ad accompagnarl3, numerose sagome di fenicotteri rosa, simbolo della fauna minacciata dal cemento, tenute in piedi da braccia stanche, talvolta toniche, talvolta flaccide. Un corteo che si accende soprattutto nelle ore tardive, quando il caldo sfiamma e i luoghi di lavoro possono finalmente essere abbandonati. “Rama n’burg! Berisha n’burg!” Tuonano le mille voci. Chiedono che l’attuale capo di governo Edi Rama e il leader dell’opposizione Sali Berisha se ne vadano in galera (eh no! Non si salva proprio nessuno… Del resto qua sono tutti intrallazzati con gli americani). Perché gridarli insieme, nella stessa piazza e con la stessa rabbia, significa fare tabula rasa degli ultimi trent’anni di storia albanese, quella che ha visto il suo inizio proprio lì dove alcuni dicevano che era finita la storia.
Da una parte abbiamo Sali Berisha, fondatore del Partito Democratico, l’uomo che ha dominato gli anni Novanta e Duemila tra presidenze turbolente e ombre di corruzione; dall’altra Edi Rama, l’autocrate progressista che nel 2013 lo ha spodestato promettendo il futuro e che da allora non ha più mollato la poltrona. Due facce della stessa medaglia oligarchica. Sì, perché con la spinta di un corpo sociale capace di abitare la piazza per così tanti giorni consecutivi, quella che era cominciata come una mobilitazione ambientalista contro la costruzione di un mega-resort sull’isola di Sazan si è presto trasformata nella più grande protesta antigovernativa della storia recente dell’Albania (N.d.A: che figata!!). Interrogato sui fatti, Edi Rama ha liquidato la questione con garbo ed eleganza degni di un primo ministro, affermando che se di mezzo non ci fosse il nome di Kushner, per l’appunto il genero di Trump, “a nessuno importerebbe un cazzo del resort”; dopodiché si è ritirato nella sua modernissima ed altissima torre d’avorio (solo l’ultima delle tante che ha costruito: Tirana è irriconoscibile). Occorre però tornare al punto di partenza: cosa diavolo è successo?
In questo imbarazzante video dall’estetica patinata, Ivanka Trump racconta di come, durante un giro in barca insieme a suo marito Kushner, abbia adocchiato questa bellissima isola nel Mediterraneo, di come l’abbia raggiunta con una fresca nuotatina rigenerante e di come, a piedi nudi (wonderful!), l’abbia percorsa tutta fino alla cima. Qualcuno sotto al filmato commenta “stupid tourists” – ma queste sono parole sue, non mie. Sempre parlando di Sazan, nota a noi italian3 come Saseno, mrs. Trump la definisce “un’isola privata”. Peccato che in realtà la sovranità di questo piccolo pezzetto di terra sia albanese e che esso si trovi in un punto di intersezione geopolitica estremamente importante: roba mica da ridere. Tutto comincia il 30 maggio, quando alcun3 abitant3 di Valona insorgono e abbattono i recinti del futuro grande complesso turistico. I disordini non avvengono sull’isola di Sazan, ma sulla terraferma: precisamente a Portonovo di Zvërnec, la striscia di sabbia che guarda in faccia l’isola a pochi chilometri di distanza. La zona sventrata è l’area naturale protetta di Vjosë-Nartë, un santuario di biodiversità che ospita 194 specie di uccelli diversi tra cui, ovviamente, i fenicotteri rosa. Il folle triangolo amoroso Ivanka Trump – Jared Kushner – isola Sazan, riassunto prima con quello squallido quadretto che puzza di privilegio bianco, invece, aveva preso il via nel 2021 con il premier Edi Rama nel ruolo di intermediario d’ufficio. Ma è solo nel 2024 che si avviano i veri preparativi per le nozze: il parlamento albanese approva una controversa modifica alla legge sulle aree naturali protette, alleggerendo i vincoli e spianando la burocrazia. Nella fattispecie, come accade laddove il più becero capitalismo estrattivo impera, se un progetto viene battezzato come “investimento strategico di alto valore economico” i divieti evaporano. Parliamo di hotel a 5 stelle o superiori e resort di lusso che, grazie a questa norma, vengono esentati dal parere vincolante di espert3, scienziat3 e dell’Agenzia Nazionale delle Aree Protette. In pratica, il cemento diventa legale se chi lo porta ha le tasche piene come il fondo di Kushner.
L’allarme lobbismo e corruzione ha subito drizzato sull’attenti tutt3, a partire dalla SPAK, la procura speciale anticorruzione e antimafia nata proprio per recidere i legami tra politica e criminalità che tengono il paese sotto scacco da ormai decenni. Il ronzio è poi arrivato dritto fino alle porte dell’UE, da cui è partito un monito severo: calpestare gli standard ambientali europei per fare un favore ai miliardari d’oltreoceano rischia di far saltare il processo di adesione all’UE che vedeva l’Albania in pole position, seconda solo al Montenegro. Un cortocircuito totale, coronato da una legge umiliante che spodesta l3 cittadin3 albanesi proprio dell’ultimo pezzetto di costa rimasto libero. Un oltraggio oggi più che mai inaccettabile, ultimo atto di una parabola politica che, dalla caduta del regime totalitario di Enver Hoxha (di cui parliamo qui), si è spalancata al capitalismo più sfrenato. Trent’anni di transizione che hanno scavato disuguaglianze sempre più profonde, privilegiando le solite élites con speculazioni edilizie costanti. Manovre che hanno sì messo in moto l’economia e ampliato il turismo (scommetto che avete unə amicə che vi ha proposto un weekend in Albania, e se non ce l’avete, probabilmente quell’amicə siete voi), ma che hanno di fatto reso il paese vittima di un processo di gentrificazione sempre più visibile. L’Albania oggi conta appena 2,4 milioni di abitanti, toccando i minimi storici a causa della fuga di massa delle nuove generazioni. Comunque tutto ok: almeno Tirana adesso è davvero cool (Che cosa? Qualcunə ha mica detto “nuova Dubai europea”?). Bisogna avere fiducia in Rama, del resto è un “socialista”…

Ma ora parliamo di Affinity Partners, il fondo di Kushner. Qui la questione si fa particolarmente succosa. Ecco: questa cassaforte, di americano, ha solo il nome. Circa 2 miliardi di dollari arrivano direttamente dal Public Investment Fund (PIF), il fondo sovrano dell’Arabia Saudita controllato dal principe ereditario Mohammed bin Salman Al Sa’ud. A questi si aggiungono circa 1,5 miliardi di dollari provenienti dagli Emirati Arabi Uniti e dal Qatar. Dunque, se sentite puzza di petrolio, non sono solo le ruspe. La rete si allarga poi fino in Israele: un capolavoro diplomatico che è strettamente consequenziale agli accordi di Abramo del 2020, negoziati da Jared Kushner stesso. Ma perché a questa rete di investitori interessa proprio Sazan?
La risposta sta tutta nella geografia: Sazan si trova esattamente all’imbocco del Canale d’Otranto, il punto più stretto in assoluto tra Albania e Italia, luogo in cui si decide chi entra e chi esce dall’Adriatico e in cui passano infrastrutture energetiche, come il gasdotto TAP, che dal Mediterraneo orientale trasportano il gas verso il mercato europeo. Che sia un punto nevralgico lo dimostra la storia: fascisti, Hoxha, sovietici… ci sono stati proprio tutti. Occupata dall’Italia nel 1914 e trasformata in una vera e propria fortezza, l’isola passerà poi all’Albania nel 1947 con i Trattati di Parigi, diventando la base navale più ad occidente di tutto il blocco sovietico. Al distacco dell’Albania dall’Unione Sovietica, nemmeno Sazan scampa poi al militarismo paranoico di Hoxha, che la innerva di una fitta rete di bunker e tunnel per sottomarini (oltre 3600!). Tutti sforzi che rispondono ad un’unica ossessione, quella della talassocrazia: chi controlla il mare domina il commercio e la guerra. Sono i cosiddetti choke points, i colli di bottiglia marittimi dove la geopolitica si fa strangolamento. Per Edi Rama, dunque, cedere l’isola significa legare il nome dell’Albania ai vertici della finanza americana e del Golfo, consolidando il proprio prestigio internazionale. Per il popolo albanese, invece, significa assistere all’ennesimo esproprio mascherato da progresso.
Mentre i capitali stranieri cementificano le spiagge, la realtà quotidiana parla di salari fermi e prezzi sempre più proibitivi. A dare voce alla rabbia della piazza ci ha pensato Dajana Kaja in un video virale su Instagram, sputando in faccia al governo un elenco che fa terra bruciata della sua propaganda: niente scuole, niente pensioni, niente ospedali, medicine o stipendi normali. Il paradosso è tutto qui: nel ’91 l3 albanesi cercavano la libertà, trent’anni dopo si ritrovano dentro un mercato a cielo aperto dove tutto ha un prezzo e nulla ha più valore. La rivoluzione degli albanesi oggi si fa contro un’illusione di progresso che si arricchisce cancellandoli.
Giorgia Ceccarini




