
Alcune considerazioni a freddo sulla lunga notte bolognese
Come Puntaccapo, abbiamo scelto di partecipare al presidio in Piazza Maggiore in solidarietà con i familiari di Fakir: una piazza che alcunx definirebbero istituzionale, nel pieno centro cittadino, chiamata direttamente dal sindaco Matteo Lepore e dai suoi scagnozzi. Un presidio inizialmente pacifico, in cui studentx e militantx si affiancano a famiglie, persone anziane, bambinx.
Le facce corrucciate sono moltissime, la piazza è talmente stracolma che l’ambulanza, arrivata per soccorrere la sorella di Fakir a causa di un malore, fa fatica a passare. Applausi per la nipote, Yosra, che prende il microfono al suo posto e reclama umanità e giustizia, in un lungo discorso in memoria dello zio. Viceversa, fischi e contestazioni per l’intervento buonista dell’amministrazione comunale, che parla di perdita in senso generico: “È STATO AMMAZZATO!” Urla una voce rotta dall’indignazione.
Poco dopo il presidio si trasforma in corteo e il fiume di persone si fa largo come può, tra i cantieri che stanno sventrando le strade del centro di Bologna. In un modo o nell’altro si finisce in Piazza Roosevelt, dove una fila di camionette è schierata davanti alla prefettura. Un elicottero sbuca tra i portici, la celere è già in tenuta antisommossa. Se da questo lato della piazza c’è stata una certa sorpresa, al lancio dei primi lacrimogeni che hanno interrotto il discorso di una signora venuta a parlare a nome delle famiglie del Pilastro, dall’altro lato pareva un copione già scritto. Nessuno, tra i colleghi dei poliziotti che hanno ammazzato Fakir, pensava che sarebbe andata diversamente: erano già pronti, equipaggiati per la repressione di tutti coloro che osano macchiare il prestigio della loro divisa con parole come verità e giustizia. E allora giù di cannoni ad acqua, lavano via le voci che vogliono ricordare quello che è successo; pioggia di lacrimogeni sulla folla, bisogna oscurare i crimini in una nuvola di fumo; manganellate sui più giovani, che imparino la lezione: le forze dell’ordine, in questo Paese, fanno quello che vogliono, oggi come venticinque anni fa, e nessuno le può criticare. Loro sono al di sopra della legge, anzi, sono la legge stessa; prendetevela tutta nei denti la nostra legge, sembrano dire, come se l’è presa Carlo Giuliani o i ragazzi torturati nella scuola Diaz a Genova nel 2001, o Federico Aldrovandi mentre tornava a casa tra le vie di Ferrara nel 2005, o Stefano Cucchi, pestato a morte in quella caserma di Roma nel 2009, o più recentemente Ramy Elgaml, speronato e ucciso da una pattuglia di carabinieri a Milano, meno di due anni fa.

Oggi, c’è chi si stupisce che la città sia esplosa, mentre due turiste si facevano un selfie prendendo la situazione quasi post-apocalittica come esperienza turistica gentilmente offerta dalla città. C’è chi, dai balconi, dai social, dai palazzi, si affretta a condannare “la violenza” – sempre e solo quella dei cortei, mai quella di uno Stato che soffoca e poi si autoassolve per legge. C’è chi ha il privilegio e l’erronea convinzione di credere che la giustizia funzioni sempre, perché per loro, finora, ha sempre funzionato. C’è anche un’asimmetria paurosa che va evidenziata: da una parte lo Stato, con la sua forza organizzata, le sue leggi scritte ad personam, e dall’altra alcunx manifestantx con il tendone di un dehor con scritto «MERDE». Chiamare entrambe “violenza”, mettendole sullo stesso piano, è una scelta politica che cancella la differenza tra chi utilizza a proprio piacimento il potere e chi invece non ha altro strumento che il proprio corpo e la propria voce in strada.
Ad ogni modo, dopo un primo momento di panico, nessunx si è impressionare troppo dalle vigliaccate della polizia: il movimento del Blocchiamo Tutto ha formato una generazione capace di tenere gli scontri per tempi prolungati, tant’è che la guerriglia urbana prosegue per 4 ore lungo la via principale del centro bolognese. I cantieri per il tram, per la prima volta dall’inizio dei lavori, si rivelano di una qualche utilità cittadina e favoriscono barricate e munizioni. La rabbia che si scarica contro una vetrina o un’auto del comune è lo specchio deformato di un’impotenza reale che cresce ogni giorno, sapendo che la giustizia non arriverà mai per i propri morti. La collera di chi impara presto che le regole del gioco non sono neutre: analizzarla politicamente significa comprendere la sua origine, ricordarsi che non è affatto un capriccio isolato. Persino le forze del disordine non si capacitano di come sia possibile, malgrado la quantità di mezzi dispiegati, che intorno alla mezzanotte ci siano ancora centinaia se non migliaia di persone che resistono alle loro cariche e ballano sotto gli idranti. Chi subisce ogni giorno la forza dello Stato non può permettersi la calma, le paroline dolci, i simboli di pace e l’attesa “che la giustizia faccia il suo corso”. Finché non si riconosce lo squilibrio di potere, ogni condanna del conflitto di piazza resterà un modo miope per proteggere chi quel potere ce l’ha, e non ha paura di usarlo.
In piazza Maggiore, il cinema sotto le stelle è diventato cinema sotto gli elicotteri e la proiezione di Pirati dei Caraibi – La Maledizione della Prima Luna viene rimandata: una donna del Pilastro, forse la stessa che avrebbe dovuto parlare prima degli scontri, interviene sul palco e racconta di Fakir.

I familiari della vittima, nella manifestazione pacifica che si è svolta in quartiere la sera prima, hanno chiesto più volte di non creare conflitto: niente violenza, niente odio, niente provocazioni. Non vogliono che la memoria di Fakir e di quello che è accaduto venga infangata dalle manipolazioni mediatiche. Eppure oggi, due giorni dopo, tutti i giornali parlano solo dell’auto incendiata e dei poliziotti feriti: di chi è la colpa? La notizia la fa l’evento o chi lo racconta?
Può darsi che per lx manifestantx calibrare le proprie azioni, sulla base di una consapevolezza delle possibili strumentalizzazioni future, sia ciò che si definisce una postura “strategica”. O magari è proprio il tipo di auto-censura che vorrebbero imporci: “Non comportiamoci così, altrimenti diranno di noi che siamo cosà, ma in fin dei conti dicono sempre quello che vogliono…” Forse non fare questo tipo di ragionamenti equivale a una mancanza di lucidità, come criticano alcunx; ma fino a che punto si può chiedere alle persone di restare lucide, nell’elaborazione di un qualcosa di così arbitrario come l’omicidio di Fakir, qualcosa che sarebbe stato così facile evitare? Per di più, resta legittimo interpretare il conflitto in piazza come qualcosa che ha sovrascritto la sofferenza e il dolore delle persone, ma la collera e la rabbia sociale non sono forse emozioni altrettanto legittime? C’è chi piange e chi reagisce, entrambi sono modi di elaborare il senso d’ingiustizia per qualcosa che non doveva succedere.
È a questo che dobbiamo rimanere aggrappatx, è questo che ci tiene unitx al di là di tutto: la morte di Fakir non doveva succedere. Se la polizia non avesse ammazzato un civile innocente, niente di tutto questo sarebbe accaduto. Oltretutto, se ieri sera gli scontri sono andati avanti così a lungo è perché non c’erano soltanto lx solitx “facinorosx”, lx “incappucciatx”, lx “agitatorx”: c’erano centinaia di persone che non volevano andare via, che sentivano giusto il fatto di restare, di farsi testimoni viventi della violenza di Stato, la stessa violenza che ha spazzato via unx di noi e che minaccia di farlo ancora, in futuro, sempre più protetta da decreti sicurezza, scudi penali e cameratismi omertosi.
Se i media parlano male, lasciamoli parlare: magari un giorno ne pagheranno le conseguenze. Nuovi media emergono in seno ai movimenti, alle crisi, alle rivoluzioni. Se i benpensanti si lamentano delle vetrine o delle macchine, lasciamoli lamentare: loro si preoccupano degli oggetti, della merce, della “roba”, noi ci preoccupiamo delle vite umane. Ciascunx ha il suo ruolo, e siamo certi che nessuno vorrebbe fare a cambio. Se i poliziotti, il prefetto, il ministro Piantedosi o Giorgia Meloni stessa ci reprimono sempre di più, almeno che sia sotto gli occhi di tutti, alla luce del sole: organizziamoci e impariamo a rispondere, perché è tutto ciò che possiamo fare. Il livello del conflitto lo decide sempre chi ha il coltello dalla parte del manico, noi possiamo solo adeguarci. Ma soprattutto, se le periferie ci chiedono di ascoltarle, ascoltiamole. Se ci chiedono di porgergli un microfono, lasciamogli lo spazio, non esprimiamo la nostra rabbia al posto loro: noi in piazza ci stiamo sempre, loro no. Non si tratta di buonismo paternalista verso le classi popolari e le persone immigrate; si tratta di stare correttamente al loro fianco, dalla parte dellx ultimx. Si tratta di creare un fronte comune, da pari a pari: se vogliamo davvero cambiare tutto, abbiamo bisogno di loro tanto quanto loro hanno bisogno di noi.
La Redazione




