Non so voi, ma io ho l’impressione che la mia carriera scolastica sia finita di soppiatto, come se gli anni dell’università se la fossero svignata dal retro, senza avvisare. Un’ultima lezione a parlare di roba già studiata con un vecchio marxista tedesco (martedì) e un ultimo esame in cui ho finito decisamente troppo presto il bla-bla culturale da riversare sul foglio (mercoledì) hanno sancito la chiusura del mio ciclo di studi. Un po’ banale come finale, rispetto alle montagne russe che sono stati questi vent’anni da studente – dai sei ai ventisei, me la sono presa con calma – in cui ho cambiato strada mille volte, barcamenandomi come tutta la mia generazione tra riforme pedagocide, pandemie e scelte obbligate a un’età prematura. Un rito di passaggio dopo l’altro, mi sono avvicinato insieme a voi al precipizio dell’essere grandi: un mostro sacro che per noi corrisponde a una vita lavorativa precaria, senza sbocchi né prospettive se non quella del produci-consuma-crepa.

Un po’ quello di cui ho discusso alla mia ultima lezione tra l’altro, chiuso in un’aula di Paris 8 – St. Denis che puzzava di pensieri spremuti, prima di convincermi a prendere la metro insieme alle mie compagne di classe esauste, la testa rimbombante, e di vederle scendere una a una fino a quando non sono rimasto da solo. Mi sono messo il cappuccio e mi sono detto eccoci qua, è finita… Che cosa? Mi guardo riflesso nel finestrino, la faccia stanca di chi ha troppe nozioni che frullano in testa e troppi pochi neuroni rimasti per elaborarle in serenità. Non è l’ultima volta che mi siedo dietro a un banco. Non è l’ultima volta che ho a che fare con un professore. Non è l’ultima volta che entro in università. Continuerò ad andare ai seminari, ai laboratori, in biblioteca, ho una tesi da scrivere e chissà, forse un dottorato in cui avventurarmi. E allora cos’è questa nostalgia strisciante che non riesco a scrollarmi di dosso, che sa di corse fuori da scuola e di zaini strapieni buttati sul prato e di sole tra le tapparelle nelle mattine di giugno anche se è fine marzo?

Le mie compagne di corso hanno proposto di andare a bere una birra per ritardare il momento dei saluti, il momento in cui, tornate a casa, si specchieranno da sole come sto facendo io e realizzeranno che da domani la loro vita sarà un po’ più diversa. Nell’individualismo del mondo che ci aspetta formeremo nuovi gruppi di lavoro: alcunə avranno dellə colleghə dottorandə-dottoratə-dottorissimə, altrə avranno nuovi volti da studiare al lato opposto di una scrivania da ufficio… Ma non saremo mai più una classe. Forse Toni Negri aveva ragione, mi dico, siamo alla frutta.

“Si dà il caso che Toni Negri sia stato mio professore, quando percorrevo questi corridoi in qualità di studente – una vita fa” ha detto il marxista tedesco che ha tenuto l’ultima lezione della mia carriera scolastica. “Condivido con Lei i limiti della visione postmoderna, ma andrei cauto sulle conseguenze storiche dell’operaismo: in fondo ha evidenziato una reale disgregazione del processo produttivo, pur traendone le conclusioni sbagliate.”

Io ho passato buona parte dell’ultimo corso a dare addosso a Toni Negri. Ora che la lezione è finita, mi sembra tutto futile come in uno stadio vuoto a fine partita o in un palcoscenico desolato dopo che il pubblico è rifluito fuori dalla platea. Il filosofo nella mia testa blatera che in qualche modo bisogna voltare pagina, la vita va avanti proprio come la Storia e ci sono certe soglie attraverso cui si passa uno alla volta, ognuno ha il suo uscio da varcare. D’ora in poi, niente più miti appartenenti all’età antica delle scuole elementari, niente più medioevo puberale delle scuole medie, niente più sviluppi dell’età moderna liceale: persino l’università si è conclusa e io mi sento perso e frammentato come gran parte dell’età contemporanea. E dire che chi crede alla fine della Storia mi ha sempre ricordato i terrapiattisti, insomma come si può pensare che ci possa essere davvero un limite ai processi di trasformazione nel mondo? È così lineare e ottuso come pensiero…

Il filosofo nella mia testa è un impostore tanto quanto Toni Negri. Eppure, non posso fare a meno di convincermi che c’è un filo sottile che collega entrambi. La dispersione degli affetti, questo fenomeno centrifugo da privilegiati occidentali che sta proiettando i miei coetanei in tutte le direzioni come elettroni impazziti, ciascuno alla ricerca del succo della vita o di un po’ di stabilità economica – ciascuno in fondo perso dentro i fatti suoi, come diceva Vasco – forse non è poi così differente dalle profezie che si pontificavano negli anni Novanta-Duemila, l’atomizzazione della classe operaia in quanto soggetto politico e tutto il resto. Arriva un momento in cui le chimere su cui sputiamo nella falsa sicurezza dei vent’anni, quando ancora siamo tuttə compagnə di classe, finiscono per sedurci unə a unə. Quellə che prima dicevano “Non sarò mai come loro” decidono di partire, di innamorarsi di una persona o di un’idea, di farsi sfruttare, di riprodursi o di riprodurre il sistema, poco importa. I nostri voti scolastici vengono sostituiti dai salari, con una naturalezza che non osiamo nemmeno mettere in discussione. In fondo, entrambi ci permettono di continuare a partecipare al gioco della crescita, ad avanzare anno dopo anno al pari di tuttə lə altrə, schivando bocciature e licenziamenti: cifre simboliche che servono a sopravvivere, a misurare il nostro supposto valore o merito agli occhi della società, questa fantomatica società che ci ha già catturatə tra le sue spire. Noi che fino a ieri eravamo tuttə spalla a spalla senza nemmeno conoscerci, un fronte compatto dietro i banchi di mille aule diverse, ora ci proiettiamo altrove e scendiamo dall’autobus, da solə o a gruppetti, come a fine lezione in un pomeriggio di primavera. 

Rispondo distrattamente a mio padre: andato anche l’ultimo esame, no pa’, ovvio che non lo so il voto, l’ho letteralmente appena consegnato. Era sulle culture giovanili, le culture popolari, le subculture, le controculture, le culture alternative… A un certo punto mi veniva chiesto di collegare la categoria di “gioventù” ai rapporti di classe. Avrei potuto parlare delle mobilitazioni per la Palestina avvenute in Italia, in cui la Gen Z è stata protagonista in termini di partecipazione storica. O del Nepal nel 2025, in cui i nostri coetanei hanno rovesciato un governo di destra dopo l’ennesima stretta autoritaria – blocco dei social network – prendendo di mira l’intera classe politica. O del Bangladesh nel 2024, dove gli studenti erano alla testa di un movimento sociale represso nel sangue, che si è aperto con una protesta contro le graduatorie di merito del servizio civile e si è concluso con la fuga della prima ministra e più di 1400 morti. O di quando il presidente dello Sri Lanka ha preso un volo per le Maldive nel 2022 e ha abbandonato il suo Paese nella crisi economica più buia, a seguito di manifestazioni oceaniche confluite fin dentro il palazzo presidenziale, con tanto di piscina a libero accesso per lə occupanti: ancora una volta, la nostra generazione si è distinta per la presenza e la radicalità della visione politica.

Perché no, avrei potuto parlare del Marocco, in cui il movimento popolare che vuole meno soldi per gli stadi di lusso e più finanziamenti per la scuola e la sanità ha deciso di chiamarsi Gen Z 212, con il prefisso marocchino. Avrei potuto citare la bandiera di One Piece, esibita alle manifestazioni di mezzo pianeta dopo la mobilitazione massiva della gioventù indonesiana, scesa in piazza l’estate scorsa contro la corruzione, lo sfruttamento e le violenze poliziesche di un governo militarizzato e di estrema-destra.

Per chi come noi è nato all’ombra della crisi del debito, più che all’ombra del muro di Berlino, il 2025 è stato un anno di presa di coscienza collettiva. Si è aperto con gli studenti serbi che in gennaio occupavano tutte le scuole di Belgrado e invitavano la gioventù globale a imitarli “per cambiare il corso della Storia”; si è chiuso con le manifestazioni in Messico e in Paraguay contro la corruzione e il nepotismo della classe politica, in cui apparivano striscioni, scritte sui muri e bandiere pirata che riprendevano il mito di questa fantomatica Gen Z. Allora com’è che io me ne sto seduto sul vagone di una metro e ho l’impressione che non stia cambiando nulla?

Di sicuro c’è un discorso geografico: l’Europa sta precipitando vertiginosamente verso l’insignificanza e da quaggiù non è facile prestare ascolto agli echi dei fragori in corso altrove, là dove la Storia marcia a grandi falcate. Il declino del Vecchio Continente riguarda anche noi giovani disillusi, privati oltretutto del rapporto di forza demografico di Paesi in cui l’età media è meno di trent’anni. Ma mentre mi sforzo di tenere insieme personale e generazionale, mi dico che per quanto siamo più istruitə, interconnessə, scetticə e disperatə dei nostri predecessori, sempre più arrabbiatə contro un ordine economico costituito da vecchie persone e vecchie gerarchie, ci dev’essere per forza qualcosa che stiamo tralasciando. È difficile dare risposte in tal senso che non risultino eurocentriche e parziali: la Gen Z è attraversata da differenze di classe, di genere, di razza e vederci un fenomeno organico e uniforme sarebbe essenzialista e a-storico. Ma possiamo concentrarci sui giovani occidentali che non vogliono votare né lavorare, che non riconoscono la famiglia tradizionale, che non credono più alle menzogne di politici, preti e pubblicitari, e che si riparano come possono dal grigiore di un mondo marcio, costruendo nicchie di resistenza intorno alla musica, alla collettività, alle arti, alla sessualità e al ribaltamento delle norme. Nulla di nuovo, in realtà. Nel mio ultimo esame ho parlato di punk e di skinheads, di tekno e di squat, del Sessantotto e del Settantotto, e più elencavo tentativi di rivoluzioni giovanili, più sprofondavo nelle sabbie mobili del pessimismo storico. A un certo punto, la vita è venuta a chiedere il conto a tutte queste generazioni di ribelli e la società li ha rigirati come l’impasto della pizza, li ha stesi sul tavolo a lievitare soldi e poi li ha riassorbiti nel mercato come nuovi arrivi del menu umano.

E noi, allora? A che punto della vita bisogna aspettarsi che la rivolta dei figli del nuovo millennio possa spegnersi? Quando la Gen Z si scontrerà a sua volta con il rullo compressore che ci vuole mangiare e risputare, una volta che non avremo più forza-lavoro da offrirgli? L’abbandono della dimensione-classe, una volta usciti dalle aule scolastiche, la dice lunga sul nostro futuro. Forse per questo, nonostante tutto, non abbiamo ancora fatto la differenza: a eccezione del Perù e del Madagascar, dove c’è stata un’unione della Gen Z con le organizzazioni sindacali e la classe operaia, lə studentə e lə giovanə lavoratorə del settore informale sono statə lasciatə da solə, disgregatə… Una moltitudine composita che quel volpone di Negri aveva già teorizzato, senza pertanto dare soluzioni valide.

Al pari delle nostre vite quando finisce il percorso di studi, ci ritroviamo sparpagliati e ci affanniamo a ricostruire dei ripari, delle appartenenze collettive, degli schemi… Ma la radicalità del concetto di classe, quell’idea che di fronte alle lavagne e alle cattedre siamo tutti uguali ma diversi ma uguali ma diversi, come diceva Moretti, ugualmente annoiati a scaldare le sedie in ogni caso, quella sensazione di non essere soli nella crescita e nel cazzeggio e nella costrizione, sembra essere svanita per sempre. Dov’è finita la mia classe? Dove siete finiti tutti quanti?

Nessuna via di uscita, sembrerebbe. Ma mentre scendo a mia volta dalla metro di Parigi, mi dico che tra le pandemie, le emergenze climatiche, le guerre mondiali e le crisi economiche, non c’è bisogno di perdere tempo a preoccuparsi delle prospettive: il presente basta e avanza. Tutto ciò che serve è un brivido di umanità lungo la spina dorsale: agire nel bene, il calore di un disegno più grande, la vicinanza dell’altro. Suppongo che non stia a noi redimere l’Occidente da tutte le schifezze che hanno commesso quelli venuti prima… Ma perlomeno è nostro compito dimostrare al resto del mondo che anche se coloro che parlano in nostro nome, in questa Europa sempre più spettro di se stessa, sono pupazzi mostruosi di odio e violenza, noi siamo prontə a riprenderci tutto.

Abbiamo l’opportunità storica di informarci su ciò che avviene in Iran, in Palestina, in Libano, in Ucraina, in Venezuela, a Cuba e in tutti gli altri territori dove le élites a cui diamo la possibilità di governarci hanno prodotto morte e distruzione. Non sappiamo come reagire a tutto questo, ma stiamo imparando a far combaciare il piano globale di un mondo che cade a pezzi con la nostra quotidianità, la condizione esistenziale di una gioventù in perdita. Ad ogni modo, se non saremo noi a cambiare la Storia sarà lei a presentarci il conto, tra qualche anno. Conservatori, reazionari, fascisti, vecchi intellettuali da salotto, fossili del pensiero unico, misogini, sionisti, omofobi, pedofili, viscidi uomini bianchi con troppo potere o troppo denaro: levatevi di torno, trovatevi una ghigliottina e risparmiateci la fatica. È il nostro turno di parola, ora o mai più. Ritorniamo in classe, mettiamo i banchi in cerchio, cominciamo a ricostruire il futuro. Diamogli forma come se si trattasse di un prezioso cumulo di argilla, in mezzo alle macerie della civiltà contemporanea.

Costantino Bovina

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