1. 10 aprile, 19:06

Ancora pochi minuti, poi scenderò e mi arresteranno.

Penso alle parole che potrei dire. “Mi dichiaro prigioniera politica”. È un po’ fuori moda ormai, ma per i giornali sarà perfetto, sperando che lo riportino al femminile. Semplificare le connessioni con la storia, mettersi in posa decisa di fronte alle interpretazioni, propiziare una tensione drammatica tra la conservazione dello Stato di diritto e la spinta per il cambiamento. Diranno che ci sono i terroristi, la seconda, terza, quarta repubblica degli anni di piombo, anche se non si è sparato un colpo. Adesso un ultimo sguardo, commosso, a quel che resta della nostra mise en scène:

Di sotto, il trenino si è fermato, e ciondola leggero nella tela che gli abbiamo cucito addosso. Via Zamboni è agitata, tanto che mi sembra un giorno di lauree, con l’aria frizzante e i festoni accumulati ovunque, in strada. Le persone corrono, impegnate a inseguire qualcuno, fare un video prima ancora di capire. Non sono così in alto da confondere le voci, o da non vedere i loro tratti del volto. Un americano tutto zuppo si è tolto la maglietta, spremendone il liquido. Mi sembra un comportamento sportivo. Sento nitidamente gli ordini del comandante del reparto mobile, che chiede agli agenti di non far uscire nessuno dai palazzi, che sono i palazzi in cui siamo noi. Di fronte a me, dall’altro lato della strada, Cipo mi guarda e ride, mette le cuffie, gli occhiali veloci e lo zaino sulle spalle. Le brilla il sorriso, poi mi manda un bacio che intravedo nella penombra del lucernario. Metto anche io le cuffie, che devo andare che sono già troppi minuti che trakkeggio amorosamente con lo sguardo e lo sanno tutte che i delinquenti rimangono sempre fregati per qualcosa di romantico. Allora esco dal controsoffitto, con sotto il braccio un libro di ingegneria. Mentre penso a quale canzone vorrei ascoltare durante il mio arresto, YouTube propone Heroes, di Bowie. 

  1. 18 marzo, 11:40

Piazza Verdi. È una piazza solo sulle mappe e nel nome proprio con cui continuiamo a chiamarla. I lavori al Teatro Comunale si sono allungati ai quattro anni, e con loro si è allungata anche la convivenza tra noi e l’ingombrante cantiere che occupa metà dello spazio in cui una volta ci sedevamo, a terra, perché panchine non ce le mettono e non ci interessano, nelle giornate di primavera a suonare, d’autunno a scaldarci con il vino. Litigare, ridere. Ricordare le scene di qualche film su Bologna in cui in Piazza Verdi si allunga la fila per la mensa universitaria che ora non c’è più o comunque non è più così, gli open mic, le giornate di lettura di poesia.

Nessuno ha capito che cazzo devono fare davanti a questo teatro, perché i lavori di ristrutturazione sono all’interno e spiando tra le barricate che nascondono il cantiere dalla vista dei più si vede solo un gran pezzo di piazza vuota. A molte viene il sospetto che il cantiere serva solo per tenere fuori le persone “permale”, la nostra malamovida fatta d’amore e d’arte puzzolente lontana dal centro. Si sa, a pensar male…

Non è solo il cantiere. Adesso il servizio digitale di noleggio bici permette di risparmiare cinquanta centesimi se si parcheggia in piazza. Ogni notte qualcuno sistema le biciclette in un’ordinata fila che ci mangia i centimetri da sotto i piedi. Che è la stessa cosa che fa il dehor del bar all’angolo, sempre più esteso, sempre più a pagamento.

Qualche mese fa un autobus ha sbattuto contro la colonna del portico di Via Petroni. Manutenzione. Altro Cantiere. Installazione di spartitraffico e delimitatori di carreggiata vari. Ci chiedevamo cosa significasse, poi abbiamo capito: Piazza Verdi doveva essere un incrocio stradale.

Piccoli ragionamenti a margine di un’assemblea sul nuovo incrocio:

Cipo: Mi sembra che Piazza Verdi si sia trasformata in un posto che si attraversa, si cammina di fretta, al telefono, o dove passa qualcuno con il taxi o con la macchina.

Tutte ci eravamo accorte. In piazza Verdi nessuna di noi si fermava più. Da quando? Non ci ricordavamo. 

Mela: Adesso ci passa anche un trenino turistico bianco. Non so se lo avete visto, quelli che fanno salire i tedeschi e gli americani in Piazza Maggiore.

Ruco dall’altro lato della stanza diceva che sembrava un incrocio anche perché era pieno di vigili, un sacco di sbirri in divisa con macchine e lampeggianti annessi. Ogni tanto qualche arresto per noia e cattiveria. Il braccio armato che conserva lo Stato metteva in moto un grande cambiamento al servizio della gentrificazione.

Nancy: un’azione si deve fare. Eravamo tutte d’accordo

  1. 10 aprile, 21:53

Al commissariato di fronte a me c’è un uomo dietro alla scrivania al quale lascio alcune parole d’ordine. Gentrificazione, furto di spazi pubblici, autogestione, interessi privati, anestetizzazione del conflitto. Mi sembra di parlare della nostra azione di poche ore fa, e un po’ ci godo a farlo, ma su quella ho negato tutto, non so niente, ho solo sentito un gran casino. Mento, tanto vale provarci. Sono solamente una delle cinquanta studentesse che hanno portato dentro – mi illudo, ci credo davvero? 

Non ho nessun precedente penale. Solo qualche articolo pubblicato col mio nome su riviste di controinformazione, in cui parliamo, come al solito, collettivamente, delle porcherie del capitalismo. Curioso che quella roba fosse nel database della questura. Allo sbirro che fa domande le mie parolone sullo spazio urbano non interessano, percepisco che fa fatica a starmi dietro e spero che mi scambi per una nerd delle scienze sociali, intellettualissima quanto innocentissima.

Mi piace che ci sia un altro, a fianco a noi, che trascrive quello che dico, anche le supercazzole e i miei alibi ingegneristici. Da questa scrivania mi sembra che il lavoro di polizia sia fatto prima di tutto di amministrazione di scartoffie, archiviazione, gestione di dati. Ci sono quelli che stanno in strada e altri che li dirigono, che vigilano sul funzionamento delle procedure e sul modo in cui i regolamenti possono essere bypassati, trasformati. Come negli uffici di un’azienda, la polizia qui ha l’odore del cameratismo e il rumore dei tasti che battono sul pc. Immagino:

Nome: Nancy

Cognome: Bablich

Età: 23

Professione: Psicomaga, Fruttivendola, Geografa, Tatuatrice.

Capi di imputazione: Blocco stradale, Sequestro di persona, Associazione sovversiva, Violenza privata.

  1. 24 marzo, 18:48

La luce di fine marzo si allunga fino alle 19. Un gruppo di ragazzi neri gioca a pallone nell’ultimo angolo libero, al sole. Ormai in piazza stavano quasi soltanto loro. Baha, Tsir, Taji, Chaka. Ci sono sempre stati, in realtà, ma la rapida trasformazione dello spazio ha reso ipervisibili loro e i loro vizi, ma anche la piccola microeconomia di sussistenza con la quale tiravano avanti, un po’ di fumo da vendere per arrivare a fine giornata. Il pallone, come intrappolato nella loro rete fatta di piedi, spalle, pettorali e teste, non cade a terra da minuti, e sul corpo iniziava a splendere una sottile patina di sudore. Loro sono di casa, in qualche modo stanziali, al tempo stesso nomadi.

Il trenino turistico bianco si fa strada tra il cantiere e il palazzo dall’altro lato, spezzando quello spettacolo rituale che gli italiani chiamano brasiliana. Dalle sponde del trenino, le pance e le braccia dei turisti si sporgono con le Nikon, per fotografare i prodigi del calcio di Piazza Verdi e i loro privatissimi passatempi, con il pallone o con il crack, davanti alla sede dell’università più vecchia del mondo. Brasile in vetrina, catturare l’autenticità nel suo habitat, vedo i teleobiettivi fotografare con interesse naturalistico. La fiancata: hop on board to admire some of the stunning porticos, a UNESCO word heritage.

Una contraddizione così non dura. Tsir fa un’eloquente pernacchia e cala i pantaloni, facendo vedere le chiappe a tutte le carrozze. Il trenino accelera e qualche americano dice what the fuck, non è mica abituato ad interagire in questo modo con gli animali dei safari. 

Una fotografia di un turista che immortalava la scena, e quindi anche Tsir e il suo culo rimbalza in poco tempo dall’internet alle prime pagine dei giornali. “A Bologna il degrado tiene in ostaggio i turisti in centro storico”, titola all’indomani un famoso quotidiano borghese a distribuzione cittadina. 

Come se non aspettassero che un segnale, alla sera stessa la piazza si riempie di polizia. Controlli, schedature e un arresto per possesso di sostanze. 

  1. 4 aprile, 15:37

Le informazioni tra noi circolano come hanno sempre circolato, parlando e leggendo i libri collettivamente. Significa che ognuna di noi legge un po’ di un libro e lo racconta alle amiche, poi il libro si può anche non finire, l’importante è che la conoscenza circoli e che gli oggetti che la condensano passino di mano. I libri li rubavamo, o meglio, i grandi database come Anna’s li avevano già espropriati per noi. Noi schiacciavamo solo Download lento del server 3…e aspettavamo qualche secondo. 

– Dovremmo parlarne anche con loro, dice Ruco, appoggiato alle colonne del portico che si affaccia sulla piazza, mentre guarda i ragazzi chiacchierare tra loro al sole, seduti con le spalle al muro.

– Ci rimettono più di tutti, perché poi dove vanno? Dico, è evidente che questa piazza tra sei mesi diventa chic, con il teatro e il suo dehor, con gli sbirri ogni giorno a rendergli impossibile la vita e i turisti a farsi i cazzi loro. 

Io mi ero convinta che la strada fosse quella, stare tutte insieme, soprattutto con chi questa piazza continuava a viverla. Lo pensavano anche Mela, Rosma, Ruco, e tante altre compagne. Là, nelle assemblee, o alle lezioni di qualche conferenziere illuminato non si faceva altro che parlare di utopie e futuri possibili, dell’importanza di immaginare alternative. Ma poi nessuno si inventava niente di nuovo, e il movimento, ogni volta che poteva nascere, si accartocciava su sé stesso. Che noia. Avevamo letto Hourja Bouteldja e il suo invito a formare alleanze tra barbari nelle periferie, tra piccole sottoproletarie bianche e barbare razzializzate e avevamo capito tutte che era importante che l’assalto al treno si facesse tutte insieme, che fosse l’esplosione delle connessioni ribelli che animavano noi tanto quanto i nostri futuri amici. Che questo “degrado” si emancipasse e si facesse voce, per esplicitare ciò che è sotterraneo, cioè che noi tutte volevamo tornare a giocare insieme in piazza. A fare la brasiliana e a suonare il cajon e la chitarra, per uno spazio che fosse veramente pubblico, cioè nostro, gratuito e libero. Il primo passo per un futuro che ci includesse.

  1. 4 aprile, 16:01

Sul taccuino Cipo aveva segnato: agire in pieno giorno. Agire simbolicamente. La violenza verso le cose non è come la violenza verso le persone. Ogni azione collettiva è una performance comunicativa all’interno e all’esterno del movimento. Fondere le azioni con rappresentazioni collettive, con miti di una cultura di fondo che siano facilmente decodificabili dal pubblico. Era importante che si capisse, almeno tra chi ha occhi e orecchie per intendere, che noi eravamo le zapatiste incazzate di Quien Sabe e il treno yankee passava su uno spazio su cui non doveva passare, carico delle armi che ci vogliono lontano dai nostri spazi di aggregazione, che innescano cambiamenti profondi. L’interesse privato è molto più subdolo di una Colt. Non è che abbiamo un vero piano, se non restituire ai turisti, per una volta, una vera esperienza autentica, come dicono sempre di volere. Ma l’autenticità per loro è bella finché sa di mortadella. Rosma si era chiesto se servisse veramente a qualcosa, se poi dopo l’assalto (lui l’aveva chiamato “arrembaggio”) la piazza si sarebbe liberata di tutti i suoi ingombri privati. Non lo credeva nessuno, ma tra stare in un angolino e far scoppiare il caos, che poi era una festa, era meglio il caos. Le contraddizioni devono essere illuminate.

  1. 8 aprile, 13:40

Ruco aveva scritto il report. Titolo: assemblea dell* barbar*, stampato su un foglio A4. L’aveva chiamata assemblea per abitudine, ma alla fine noi eravamo andati in piazza a giocare a pallone con i ragazzi, durante il giorno, che è un momento in cui ancora si può giocare, prima dell’arrivo della polizia. Lì avevano parlato.

Portava la data dell’otto aprile. Era andata che qualcuno dei nostri aveva portato il giornale, quello con la foto delle chiappe e il titolo, e aveva provato a spiegare come i giornali creassero percezioni nei pubblici, convincendoli che il mondo è pieno di pericoli, che spesso questi hanno la pelle non bianca o che vivono la strada come se fosse casa, che dormono sulle panchine o che bevono la birra alle undici la mattina. Insomma, il grande discorso del decoro e della pubblica decenza, che nasconde i processi di privatizzazione dello spazio pubblico, di securitarismo e di gentrificazione, che vanno a braccetto come una coppietta. Nessuno aveva capito un cazzo, Taji aveva detto che era più semplice, una cosa quotidiana e non teorica. A lui il trenino non gli stava bene, soprattutto perché interrompeva le partitelle di calcio e perché non gli è mai piaciuto comparire nelle fotografie di chissà chi. Che gli stava sul cazzo il cantiere perché quando il pallone andava di là dalla recinzione era difficile riaverlo indietro, perché la recinsione era alta e si faceva fatica a scavalcarla. Che gli stava sul cazzo il dehor, perché non si poteva fare partita a tutto campo. 

E allora anche Mela disse che gli stava sul cazzo la polizia, per un sacco di motivi semplici e quotidiani. E che ci sono sempre meno posti in cui si può stare gratis, che siano parchi o piazze. 

Allora eravamo d’accordo e avevamo capito che ci saremmo state tutte.

  1. 10 aprile, 19:20

Uscita dal controsoffitto del palazzo, mi mimetizzo in un gruppo di persone che si è incastrato sulle scale, nel via vai di curiose che hanno cercato di capire cosa stesse succedendo fuori. Intanto, nelle mie orecchie Oh we can beat them, for ever and ever, ma io ho paura Diosanto. Spero non mi abbiano notata. Ho appena lasciato cadere da sei metri di altezza 3 litri di piscio da un boccione per il vino, che ho lasciato vuoto nel controsoffitto, davanti al lucernario. Then we could be Heroes, just for one day. Niente è più autentico di un bel po’ di pipì in zona universitaria, lo penso da giorni e ridacchio. Mi scoccia l’idea di puzzare di piscio. We can be Heroes. We can be Heroes. We can be Heroes. Non è mai facile capire qual è l’odore che emani. Allora fingo di ripassare le sbobine di ingegneria, che ho sotto il braccio, che sono di Mela, e io non ci capisco proprio niente di funzioni matematiche e di questo linguaggio pieno di parole inglesi. Piano piano il gruppo scende, gli sbirri sono arrivati e iniziano a far domande agli altri sbirri di serie b, i guardiani dell’aula studio. But we could be safer, just for one day, poi parte una dissolvenza, che mi lascia senza musica proprio nel momento in cui la divisa mi si para di fronte. Mi dichiarerei prigioniera politica, ma mi accordo di non avere voce. 

  1. 11 aprile, 06:00 Il famoso quotidiano borghese a distribuzione cittadina titolava:

VIOLENZA ORGANIZZATA, BOLOGNA NELLA MORSA DEL TERRORISMO

In Via Zamboni urina sui turisti, poi il sequestro del treno. Le autorità valutano lo Stato d’emergenza

E in uno slancio letterario, un giornalista scriveva:

…con un’organizzazione che può provenire soltanto da una mente criminale, i terroristi hanno prima fermato il trenino turistico, convogliando un gran numero di persone in strada, proprio fuori dalle università. Poi, dopo aver fatto scendere i passeggeri, li hanno ricoperti con una pioggia di urina lanciata dai finestroni dei controsoffitti delle aule studio. Alcuni testimoni affermano che un gruppo, composto apparentemente da italiani e stranieri, visibilmente immigrati clandestini, ha sganciato la “locomotiva” dal resto del convoglio. Poi, in pochissimi minuti, con una rapidità che può provenire soltanto da una mente criminale, questa è stata issata con reti e funi dagli stessi finestroni. La locomotiva è quindi rimasta sospesa per aria, a un metro d’altezza, come un vessillo di guerra. Solo alcune ore dopo le forze dell’ordine hanno potuto riportarla a terra.

E un altro scriveva:

… le reti, posizionate prima del passaggio del treno, erano nascoste sotto un fitto strato di festoni e coriandoli, che non ha dato troppo nell’occhio al conducente “Visto il periodo di lauree”, ha detto il macchinista, sotto shock.

E l’articolo finiva: 

… quando vedrete un giovane per strada, specialmente se ha la faccia da terrorista, sospettate di lui.

Nancy Bablich

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