Il 21 luglio è il giorno in cui a Genova si ricorda il G8: la mattanza della polizia di stato nelle strade, nella Diaz e la morte di Carlo Giuliani e le torture nella caserma di Bolzaneto. 

Ma a quanto pare, dire che “avevamo ragione” è diventata una frase che infonde più timore che coraggio. Forse, proprio questa volta, ragione non volevamo averla. Non volevamo una conferma della violenza della Polizia che, in questo stesso giorno, decide di mettere fine alla vita di un uomo con tutta la violenza di questo mondo. Il tutto nel silenzio dei volontari della Croce Rossa italiana, perché il male non è una caratteristica innata di qualche tipo, ma uno svuotamento della vita comune, della morale, del pensiero, una burocratizzazione delle pratiche da svolgere. 

Un altro corpo, poi un altro, poi un altro ancora. Ogni corpo senza respiro vale l’altro, se non è bianco, occidentale, economicamente agiato, se non è percepito come “civile” ed è espropriato della sua “umanità”, dei suoi diritti con violenza. Due mani stringono forte il collo fino a non sentire più il respiro, poi si  firmano le carte processuali, si dichiara l’ora del decesso, si inventa una storia credibile quanto basta per non avere problemi con la “giustizia” e si va avanti. Un corpo vale l’altro ormai, mentre il mucchio cresce. E’ così che è andata per Abderrahim Fakir, nel quartiere Pilastro di Bologna, mentre chiedeva aiuto tra le urla. 

Un uomo è in stato confusionale, un residente chiama il 112. Al Pilastro, per inciso, zona calda di Bologna (se ci piacciono gli eufemismi). Due poliziotti intervengono con violenza, e lo tengono ammanettato anche quando smette di agitarsi. Un terzo individuo, in borghese, lo tiene dai piedi. 

Un uomo, senza problemi di salute, che urla perché sta morendo, non perché affetto da patologie – come si tenta di farci credere da parte dei media tradizionali, e grazie tante. 

Cosa c’è, non siete formati abbastanza da arrestare un uomo senza ucciderlo? Cos’è, dovete aspettare che lo Stato di polizia vi dia l’OK per intervenire sulla vittima, nonostante l’imperativo che il vostro ruolo di volontari di primo soccorso vi chiede? 

Non ci sono giustificazioni. Spiace, ma va detto. Che un uomo in stato d’arresto debba morire per strada soffocato, con la gamba di un poliziotto che gli preme sulla guancia, le caviglie legate, è inaccettabile. Soprattutto, non è casuale, come mostrano le testimonianze video di @_actamedia. È stata l’esecuzione di un uomo.

Quando un intervento di polizia si trasforma in una sentenza di morte, il sistema deve fermarsi. Non stiamo parlando di un conflitto a fuoco, di una legittima difesa o di un inseguimento ad alta velocità. Stiamo parlando di un uomo già sotto il controllo delle autorità, già neutralizzato, già in una posizione di estrema vulnerabilità.

COSTRUIRE UN FIUME DI RABBIA?

Ho letto che restare tranquill* di fronte a un sopruso è il sintomo più chiaro dell’incapacità di sentirsi parte di una collettività. Le immagini dell’accaduto mi scuotono, mi fanno tremare di rabbia e di dolore. Video come questo non possono, e non devono, essere ridotti a semplici prove documentali; dovrebbero diventare uno specchio scomodo, una crepa nella nostra indifferenza che ci impedisce di girarci dall’altra parte o di derubricare la sofferenza a un banale dettaglio d’archivio.  Eppure, persino davanti alla morte, la macchina della costruzione del nemico non si ferma: una narrazione torbida e pervasiva impegnata a cercare giustificazioni dove non possono esisterne. È il momento di chiamare le cose con il loro nome: assassinio di stato. Di riconoscere questa violenza per ciò che è: sistemica. E di pretendere verità e giustizia per Abderrahim Fakir.

Abderrahim Fakir. Non un nome bianco, non un viso tipicamente europeo – nel 2026 non dovremmo sentirci in dovere di specificarlo, ma fa la differenza. Come Rami Elgaml, come Abderrahim Mansouri. 

Come le vittime della violenza della polizia di frontiera. Lo Stato uccide Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Carlo Giuliani, Andrea Soldi. Troppi omicidi che chiedono verità e giustizia, ma la verità e la giustizia troppe volte non sono arrivate. Troppe volte abbiamo assistito a pietose dichiarazioni: “sono delle mele marce” e altre strategie di autoconservazione. Il Potere sta sempre dalla parte del suo braccio violento. 

Quanti arresti al giorno vengono effettuati con queste modalità? Quante manganellate per futili motivi, quanti pugni nei reni vengono dati negli spazi bui delle caserme, o nelle volanti, o in carcere dove non possono entrare i nostri occhi? Gli occhi che vengono mutilati nelle piazze, occhi che le FDO non vogliono avere addosso: le violenze su* fotograf* nelle piazze, il rifiuto categorico delle bodycam. I nostri occhi, adesso, non si spostino da Abderrahim Fakir, finché la verità e la giustizia non condanneranno la violenza strutturale e continua dell’istituzione di polizia.

In un quadro di sempre maggiore criminalizzazione del dissenso, anche la discrezionalità degli agenti si allarga sempre di più. Se scendi in piazza ti conviene pensarci due volte, o anche tre. Se ti va che per aver difeso quello in cui credi la conseguenza sia perdere la vista da un occhio, o un DASPO che ti cambia la vita. Se te lo puoi permettere, per il tuo futuro e la sua incolumità. Se sei ner*, e qualcun* decide che gli dai fastidio, vieni fermato per un controllo. Vieni fermat* ogni giorno per un controllo. A volte vieni uccis*, perché l ‘istituzione confonde i pregiudizi dei suoi agenti con il senso pratico, trasformandoli in uno strumento di lavoro, cioè di prevaricazione razzista e di morte.

Al Pilastro, la polizia ti schiaccia e i tuoi soccorritori cincischiano, guardandosi perplessi prima di sfiorarti e certificare che, toh, sei mort*. I civili attorno collaborano al tuo omicidio, con piacere. “Meno uno” scrivono nei commenti sui social. E’ una conta che ci porta al peggio. Un senso di nausea e di rabbia che dobbiamo imparare a riversare collettivamente, come abbiamo fatto in questi ultimi anni per la Palestina, per i Decreti Sicurezza, occupando le strade sempre di più. Anche ieri, subito dopo la notizia, una folla ha attraversato il Pilastro. Ma questo può bastare? Probabilmente no.

Non bastano le scuse, non bastano le procedure interne. Serve una presa di coscienza collettiva: l’abuso di potere non è un effetto collaterale accettabile, è una ferita mortale alla democrazia. 

Non possiamo più permetterci l’estemporaneità della rabbia, non possiamo più lasciare il silenzio nelle strade, perché abbandonarle significa scoprire il fianco all’invasione delle macchine blu, dei lampeggianti, del terrore, dell’insicurezza. 

Alla violenza sistemica delle FDO dobbiamo rispondere con una rabbia permanente. Se non riusciremo a ripetere quella pratica politica, quel “Blocchiamo tutto” anche questa volta, probabilmente dobbiamo chiederci perché. Cosa ci frena, cosa respinge quello stimolo solidale? Mettere in questione la sicurezza da parte del braccio armato dello stato che la esercita con la forza, la morte, l’oblio, l’abuso, è un imperativo che dobbiamo rimettere al centro. 

UN TESTO COLLETTIVO

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