
L’editoriale del Courrier International1 numero 1738 è molto chiaro nel riassumere la tendenza al riarmo in tutta l’Unione Europea.
L’autrice fa riferimento al rinnovato dibattito sulla leva obbligatoria: un quotidiano sedicente di sinistra – Der Spiegel – in una nazione pacifista come la Germania odierna propone un articolo in difesa del servizio militare per le nuove generazioni. Oppure cita i 600 bunker che l’Estonia ha promesso di costruire al confine con la Russia; l’obiettivo dei Paesi Bassi di potenziare l’esercito fino al 2030 con finanziamenti regolari; o la diffusione, in Svezia, di un libretto che spiega a ogni nucleo familiare cosa fare in caso di conflitto, come ai tempi della seconda guerra mondiale. E voi, che cosa fareste?
Continuiamo con un paio di dichiarazioni: Donald Trump ha confessato che in caso di rielezione si rifiuterebbe di prestare soccorso a un alleato della NATO2 il quale non risultasse in pari coi pagamenti e con gli investimenti militari previsti – il 2% del PIL. “Non aiuterò l’Europa in caso di attacco russo” ha dichiarato il principale promotore dell’isolazionismo geopolitico americano.
La presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen invece ha affermato: “Una guerra in seno all’Europa non è imminente, ma non è neppure impossibile”, che equivale ad ammettere la propria impotenza o la propria complicità a riguardo, entrambe ipotesi poco incoraggianti.
Non molto più rassicuranti sono le parole di Rob Bauer, presidente olandese del Comitato militare NATO: “Non si può più escludere che una guerra scoppi nei prossimi vent’anni. L’epoca dove si poteva fare come se tutto andasse bene è finita. Gli attori pubblici come i privati devono cambiare il loro modo di pensare, per adattarlo non più a un’epoca in cui tutto era prevedibile e controllabile, ma a un’epoca in cui tutto può succedere, in qualsiasi momento.”
In realtà, i governi cercano di mobilitarsi per questa evenienza da tempo: un recente rapporto di Greenpeace (novembre 2023, lo trovate qui) ha rivelato che negli ultimi dieci anni la spesa per la difesa degli Stati europei aderenti alla NATO è aumentata dai 145 miliardi di euro (nel 2014) ai 215 miliardi (nel 2023). In particolare, la Germania ha aumentato la propria produzione del 42%, l’Italia del 30%, la Spagna del 50%.
A livello collettivo invece l’UE ha lanciato il Fondo Europeo per la Difesa nel 2017, con un budget di 8 miliardi di euro nella ricerca e nella produzione di armamenti, e nel 2021 lo Strumento Europeo per la Pace, nome quantomai orwelliano che fa riferimento a una dozzina di miliardi di euro stanziati per il supporto militare al di fuori dei confini europei, a partire dalle operazioni in Ucraina e, più recentemente, in Palestina. Naturalmente, sono gli Stati Uniti d’America il principale finanziatore di tutti questi investimenti, non tanto proficui per la crescita e lo sviluppo delle economie europee, quanto per una ristretta élite d’imprenditori con il mercato delle armi stretto in pugno, per i signori della guerra, per i generali, i politici e i fondi d’investimento di ampiezza globale.
Di questi tempi, i paragoni storici con gli anni precedenti allo scoppio della seconda guerra mondiale si spendono, spesso senza cognizione di causa. Qui cercheremo di limitare il confronto a uno o due punti chiave.
Primo, nel periodo tra le due guerre l’Europa aveva cercato invano di federalizzarsi per sottrarsi all’influenza economica degli Stati Uniti (si parlava addirittura di Stati Uniti d’Europa); a quell’epoca l’impero britannico assisteva impotente alla sostituzione della propria egemonia militare, mentre il ruolo degli USA come prima potenza imperialista risultava tanto evidente quanto messo in discussione da una sola altra realtà in ascesa, l’Unione Sovietica lanciata sulla via del miracolo economico e della massiccia industrializzazione voluta da Stalin.
Secondo, all’epoca la guerra imperialista nasceva dalla contraddizione tra una dimensione continentale – se non globale – delle forze produttive, le quali erano già molto più interdipendenti di quanto non pensiamo, e le frontiere nazionali dei Paesi, ancora aggrappati alla formula dello Stato nazione, che già allora puzzava di stantio. Il capitalismo non poteva più svilupparsi in un Paese solo, aveva anzi bisogno di trovare nuovi mercati, nuove forme di espansione e, in sostanza, nuovi popoli da sottomettere.
Oggi ci troviamo di fronte a una divisione internazionale del lavoro di stampo ancora colonialista, malgrado l’arrivo di nuovi attori negli equilibri del mondo multipolare; di fronte a un’economia globale tanto interconnessa quanto centralizzata e gerarchica, in grado di favorire la concentrazione del profitto nelle mani di pochi Paesi a discapito degli altri, condannati a un sistemico sottosviluppo; alla delocalizzazione dei processi produttivi per aumentare la competitività. Tutti temi troppo vasti per essere approfonditi e analizzati con cura, ma che ci danno un’idea dell’interdipendenza economica tra i soggetti di cui stiamo parlando.
Allo stesso tempo, l’impero in declino risulta essere proprio quello occidentale e in particolare statunitense, mentre la nuova minaccia che si prospetta a Est è l’egemonia mondiale della Cina. Ricordiamo che la superpotenza asiatica è tra i fondatori del BRICS, il blocco geopolitico di cui fanno parte anche Brasile, Russia, India, Sud Africa, Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti. L’organizzazione internazionale si oppone al blocco euro-atlantico del G7, di cui invece fanno parte Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e USA, e mette in campo un terzo del PIL, un terzo della superficie e quasi metà della popolazione mondiale: un antagonista di fronte al quale la destabilizzazione della Russia in Ucraina sembra solo la prova generale dello spettacolo che ci aspetta. E questo spettacolo, a giudicare dalle tendenze belligeranti dei Paesi europei, sembra essere niente meno che la terza guerra mondiale, come ci tiene a sottolineare con titoli allarmistici ogni quotidiano bisognoso di vendere copie.
Terzo punto: all’alba dello scoppio del secondo conflitto mondiale la borghesia europea e quella statunitense non si fecero problemi ad appoggiare l’ascesa del fascismo, elogiandone peraltro l’efficienza economica laddove aveva attecchito: lo stesso presidente Roosevelt si complimentò con Mussolini, il quale risultava ai suoi occhi “ammirabile, in grado di colpirmi profondamente per tutto ciò che ha ottenuto”. Un suo consigliere definì il fascismo italiano come “il pezzo di macchina sociale più pulito, ordinato ed efficiente che abbia mai visto”, per poi dichiarare che gli faceva invidia. Alla fine del 1922, il New York Times riportava voci sul fatto che l’imprenditore Henry Ford finanziasse i movimenti antisemiti e nazionalisti a Monaco, mentre Winston Churchill pronunciò un discorso nel 1933, anno dell’ascesa di Hitler, in cui elogiò Mussolini come “The Roman genius”, “il genio romano che ha trionfato sul comunismo”, oltre che “il più grande legislatore tra gli uomini viventi”. Tanto nelle fragili democrazie europee quanto in quella statunitense, i movimenti e i partiti nazi-fascisti acquisivano potere e legittimità, talvolta tacitamente accettati dalla piccola borghesia, in cerca di ordine e sicurezza tra guerre e rivoluzioni all’ordine del giorno, talvolta invece esplicitamente appoggiati e finanziati dalla grande borghesia, spaventata dal terrore rosso.
Ai giorni nostri il comunismo è stato sostituito da un dittatore sanguinario e spietato del calibro di Vladimir Putin, ma la Storia si ripete con la banalità di un film hollywoodiano: alla morte di Alexeï Navalny oppositore russo incarcerato dall’inizio del 2021, abbiamo assistito a un’ondata di omaggi e di caloroso supporto alla sua causa. Charles Michel, presidente del Consiglio Europeo, ha dichiarato che “Alexeï Navalny ha combattuto per i valori della libertà e della democrazia”, mentre i quotidiani di tutta Europa lo raccontano come un nobile martire. Basta indagare un po’ nel passato di questo soggetto per riconoscerne l’appartenenza ideologica: assiduo frequentatore della “Marcia Russa”, manifestazione annuale di estremisti di destra, suprematisti bianchi, anti-immigrati e anti-putiniani, oltre che fondatore del partito ultranazionalista Narod, criticato per le sue posizioni xenofobe, Alexeï Navalny sosteneva una “pulizia etnica nonviolenta” tramite la deportazione. In un video per una campagna elettorale paragonò i lavoratori immigrati a carie da estirpare, in un’altra occasione fece un’elaborato confronto tra i musulmani del Caucaso e gli scarafaggi. Nel 2008 si alleò con due partiti neonazisti, “Grande Russia” e il “Movimento contro l’immigrazione illegale” (DPNI) capeggiato dal neonazista Aleksandr Belov, il quale fomentava pogrom e violenze contro gli immigrati. Amnesty International arrivò a privarlo dello “status di prigioniero di coscienza” in quanto era promotore di discorsi di odio, salvo poi reinserirlo e reinterpretare la definizione stessa in seguito a pressioni internazionali.3
L’appoggio cieco a Navalny da parte delle democrazie occidentali non dovrebbe stupire più di tanto, alla luce del ben più concreto supporto militare alla causa in Ucraina. Sono ormai note la presenza di milizie ideologicamente schierate come il battaglione Azov e di personaggi controversi anche nei ranghi più alti dell’esercito e tra i collaboratori di Zelensky. Ciò che forse è meno noto è la riscrittura della Storia avvenuta dopo il golpe di Maidan nel 2014, attraverso la riabilitazione da un lato della simbologia fascista, via via più integrata e consentita nella società post-sovietica, e dall’altro di figure compromesse come Stepan Bandera e altri criminali di guerra, mentre intanto vengono distrutti i monumenti dedicati agli eroi socialisti che liberarono il Paese dall’occupazione nazista (per chi fosse interessato, ne parliamo qui).
Infine le elezioni in arrivo (secondo l’Economist, il 2024 sarà l’anno che ne ospiterà di più nella storia: 76 Paesi e più della metà della popolazione globale) mostrano, tanto per cambiare, un’avanzata nera su tutto lo scacchiere occidentale. Oltre alla recente vittoria dell’estrema destra nei Paesi Bassi, della destra amante della NATO in Finlandia e al probabile ritorno di Trump negli Stati Uniti, si voterà a giugno in Belgio, dove una persona su quattro è intenzionata a sostenere il partito populista Vlaams belang, che basa il suo programma sull’indipendenza delle Fiandre e su uno stretto controllo dell’immigrazione, e in autunno in Austria, dove il Partito della Libertà (FPÖ), estrema destra, si prepara a tornare al potere. A giugno si terranno poi le elezioni del Parlamento Europeo, che stando ai recenti sondaggi vedono un’ampia fetta di poltrone assegnate al Partito Popolare Europeo (EPP), fervente sostenitore della guerra in Ucraina “fino alla sconfitta di Putin e alla redifinizione della Russia”, e una notevole ascesa dei gruppi di estrema destra Identità e Democrazia (ID) e Conservatori e Riformisti Europei (ECR), esplicitamente filo-israeliani e dunque a favore del genocidio in corso contro il popolo palestinese.
Abbiamo cucito un quadro di somiglianze con il periodo che ha anticipato lo scoppio dell’ultimo conflitto mondiale; ora veniamo alle differenze. Quella sostanziale, per una sinistra interessata a indirizzare il corso della Storia, è l’attore con cui avere a che fare a Est: se negli anni Venti e Trenta l’URSS incoraggiava e supportava i movimenti rivoluzionari guidati dai socialisti di mezza Europa, come in Germania nel 1923 o in Spagna durante la guerra civile del 1936, oggi Vladimir Putin occupa militarmente delle nazioni per ricreare l’impero caduto, guadagnando consenso grazie all’eredità degenerata di una nostalgia russa alimentata dalla propaganda. Viene dunque a mancare non solo un punto di riferimento politico e valoriale alla sinistra occidentale, ma anche molto più concretamente un’alleato alternativo alla dominazione statunitense della NATO. La socialdemocrazia è costretta a scivolare su un pacifismo tanto tenue quanto ipocrita: se si poteva ancora mantenere qualche riserva sul fatto che quella in Ucraina fosse una guerra difensiva e non d’espansione – qui spieghiamo che invece è la seconda, – riguardo all’occupazione della Palestina da parte d’Israele e al supporto militare fornito dagli alleati euro-atlantici non ci sono dubbi. L’unità europea viene immaginata solamente in chiave imperialista, come potenza economica da consolidare e territorio da difendere: i timori di un’invasione russa vanno di pari passo con quelli razzisti e xenofobi per il mondo arabo, mentre Ucraina e Israele si prestano bene come Stati cuscinetto e attori terzi in grado di portare avanti una guerra per procura.
Urge invece la ricerca di un’identità europea che si opponga sia all’imperialismo capitalista degli USA sia alle potenze orientali di Cina e Russia, entrambi ugualmente guerrafondai e sfruttatori. L’Unione Europea si è dimostrata più volte incapace di assolvere questo compito, rimanendo intrappolata nelle logiche imposte dal mercato e nel mantenimento di un’egemonia politica derivante dal suo passato imperialista. Di fronte agli interessi belligeranti del neoliberismo e alle paure millantate che accompagnano il suo declino, di fronte all’avanzata di un fascismo quantomai istituzionalizzato e riconosciuto alla luce del sole, di fronte alle inevitabili contraddizioni in cui cade un qualsiasi tendenza riformista all’interno dell’UE e della NATO, cosa rimane?
Lo abbiamo visto nelle piazze degli ultimi anni, mesi, giorni: movimenti pacifisti auto-organizzati e nati dal basso, manifestazioni in cui tutti hanno preso le distanze dal proprio partito di riferimento, sollevamenti popolari in nome di un cessate il fuoco tanto in Ucraina quanto in Palestina. Nessuna fazione politica, salvo in maniera tiepida il governo socialdemocratico in Spagna, ha raccolto la sfida. Quelli attuali sono movimenti per lo più acefali e di massa, senza poteri né un inquadramento istituzionale, ma che stanno prendendo piede dappertutto: la recente ondata di manifestazioni antifasciste in Germania ha superato ogni aspettativa, con oltre 30.000 persone a Berlino e cortei in tutto il Paese. D’altro canto la Francia, il Regno Unito, l’Italia e le altre democrazie occidentali sono alle prese con la spinosa questione palestinese, un focolaio di mobilitazioni che da mesi continua ad attecchire, persino là dove viene soffocato con la repressione. La complicità delle autorità nel genocidio in corso è sempre più riconosciuta e irrompe nel dibattito politico trascinandosi dietro lo scontento per lo stallo in Ucraina, dove la guerra stagnante voluta dai nostri governi continua a mietere vittime da entrambi i lati.4 Riportiamo, a tal proposito, un estratto della relazione annuale dei servizi segreti italiani sulle minacce al Paese (per la quale ringraziamo Contropiano). La relazione parla dell’attivismo “anarco-insurrezionalista”, considerato la minaccia più concreta alla sicurezza interna dell’Italia.
“I diversi scenari di crisi internazionali hanno influenzato anche l’eterogeneo movimento antagonista che, partendo dal tema della guerra, ha riproposto strategie di convergenza di temi e istanze, in un rinnovato tentativo di ampliamento e di compattezza del fronte del dissenso. Gli attivisti hanno dunque cercato di serrare i ranghi facendo perno, sia a livello propagandistico che di “piazza”, soprattutto sull’antimilitarismo che, oltre a ribadire la sua consolidata valenza aggregativa e trasversale, ha trovato nuovo slancio con gli eventi mediorientali. Oltre a cortei e presidi, si è infatti assistito a iniziative di propaganda e controinformazione in chiave “antisionista”, nel più ampio quadro della campagna denominata “Boicotta, Disinvesti, Sanziona” (BDS), volta a orientare l’opinione pubblica verso forme di pressione contro Israele. Il dibattito strumentale sulle diversificate ricadute dei “conflitti imperialisti” e dell’“economia di guerra” su vari dossier sociali, come il carovita, l’immigrazione, l’emergenza abitativa e occupazionale, ha poi costituito il filo conduttore dell’agenda contestativa antagonista”.
I difensori dell’ordine pubblico parlano di “ampliamento e compattezza del fronte del dissenso”, della “consolidata valenza aggregativa e trasversale dell’antimilitarismo”: le forze repressive riconoscono ancora prima di noi la nostra potenzialità, di fronte a un triplice coordinamento.
In primis contro la NATO, contro l’invio di armi e contro il sostegno economico-militare in nome dei falsi miti, sia all’Ucraina che a Israele. Poi contro il generale avanzamento del fascismo e delle conseguenti narrazioni che gli sono proprie, vale a dire la lettura xenofoba della questione migratoria, la lettura islamofoba del terrorismo e dei movimenti di liberazione in Medio Oriente e la lettura antisemita dell’antisionismo insito nel boicottaggio di Israele. Infine, a favore dell’autodeterminazione dei popoli oppressi, come quello palestinese o le ex colonie francesi in Africa, che una a una si divincolano dalla presa imperialista: basti ricordare le proteste contro la presenza dell’esercito francese nel Sahel e i golpe militari che ne hanno costretto il ritiro, in Guinea, in Mali (agosto 2022), in Burkina Faso (febbraio 2023) e in Niger (ottobre 2023). È quantomai necessario rileggere i suddetti campi di battaglia in un’ottica postcolonialista, per allargare il dissenso e tentare di strappare l’Europa attuale alle sue radici intrise di sangue.
Pacifismo, antifascismo e internazionalismo devono essere dunque le parole d’ordine di una sinistra che voglia risultare credibile non solo alla tornata elettorale di giugno nel pressoché ininfluente Parlamento Europeo, ma nella prospettiva a lungo termine di una resistenza che, in caso di escalation della guerra, non potrà fare altro che diventare Resistenza con la R maiuscola, sulle orme di quella partigiana portata avanti dai nostri nonni. Perché “nostri” sono anche i conflitti a cui stiamo assistendo e che rischiano di travolgerci; “nostra”, in quanto occidentali, è l’intenzione d’imboccare la strada della guerra, su tutti i fronti; “nostro” è lo strisciante fascismo che prende piede in quei momenti in cui la Storia accelera e diventa malleabile, con i fianchi esposti tanto a destra quanto a sinistra. Dunque, nostro dev’essere anche il vaccino da iniettare all’alba dell’ennesima crisi che preannuncia la rovina, un vaccino la cui ricetta va trovata e diffusa ora, prima che sia troppo tardi.
Costantino Bovina
- Testata francese di centro-sinistra analoga al nostro Internazionale, riassume articoli e opinioni da quotidiani di tutto il mondo. ↩︎
- Alleanza militare stipulata con gli USA a seguito della seconda guerra mondiale, per fare fronte alla “minaccia sovietica”. ↩︎
- Grazie alla divulgatrice Benedetta Sabene, @nonmipiaci su Instagram, la quale ha raccolto informazioni al posto nostro dalle seguenti fonti: Time, BBC, Amnesty International, canale ufficiale YouTube di Alexei Navalny, Al Jazeera. ↩︎
- L’ennesimo esempio: recentemente il presidente francese Emmanuel Macron ha preso in considerazione l’invio di truppe di terra in Ucraina, rischiando di portare il conflitto a un’escalation. ↩︎




