
“Credo che nell’assurdità della situazione attuale nessuno possa dire con certezza qual è la postura di uno o dell’altro governo: si dice una cosa, se ne pensa un’altra e se ne fa una terza.”
Le parole con cui apre l’intervista Oleg Yasinsky, giornalista ucraino residente a Mosca, lasciano intendere il suo distacco dalle opinioni ufficiali sulla guerra che sta devastando il suo Paese.
“Tu dall’Italia,” mi dice, “Sai bene cosa succede a una persona o a un giornalista che non solo pensa bene della Russia, ma questiona e mette in dubbio la narrazione dell’aggressione russa all’Ucraina: perde il lavoro.”
Fortunatamente, gli rispondo, Puntaccapo è tanto lontano dalla remunerazione quanto dalla propaganda con cui il mondo occidentale avvolge di menzogne ideologiche un conflitto in cui la morale conta ben poco. Perché come Yasinsky sottolinea fin da subito, l’unico modo per provare a capirci qualcosa in questa terribile storia è applicare la logica, pensare con lo stesso realismo geopolitico con cui pensano quelli che l’hanno scatenata. Dunque, non ci resta che addentrarci senza pregiudizi in una differente prospettiva, quella di chi ha vissuto fin da principio fatti a noi lontani nello spazio e nel tempo.
Bisogna innanzitutto capire a chi conviene vincere questa guerra e perché, spiega il giornalista. È un panorama molto differente dai conflitti mondiali del secolo scorso, così come da quelli delle ultime decadi. La stampa è la prima vittima: i media che prima si ritenevano seri e responsabili ora non sono più né l’una né l’altra cosa; sono anzi stati assorbiti dalla guerra cognitiva che il neoliberalismo sta portando avanti. Sembra che al mondo importi ogni giorno di meno di questa faccenda bestiale, per cui risulta facile manipolare e controllare i mezzi di comunicazione per raccontare qualsiasi storia. In fondo, i grandi padroni delle reti mediatiche sono esperti nel perseguire sempre i propri interessi e le proprie necessità.
Yasinsky fa l’esempio della controffensiva con cui l’Ucraina potrebbe riappropriarsi di alcune zone, ultimamente sbandierata da ogni telegiornale europeo: l’obiettivo principale è dimostrare a chi favorisce, promuove e controlla la guerra che questo denaro è usato bene e che l’esercito sta avanzando, così da ottenere altri finanziamenti. Il punto, dice, è che ci troviamo di fronte a un gigantesco affare, un affare così grande che si farà tutto il possibile affinché non finisca mai: sono milioni di dollari ogni giorno. È un affare che costa molte vite e molto sangue, certo, e viene fatto sulla pelle dei popoli europei, ma questo ai complessi industriali e militari che fanno funzionare le economie capitaliste importa ben poco. In Ucraina stanno pensando di poter vincere per poi “democratizzarsi” o “europeizzarsi”, ma nessuno gli regala questo conflitto: il Paese è già fin troppo indebitato e non potrebbe ripagare i prestiti nemmeno con tutta la sua terra, le sue tasse e le sue risorse. Nel caso ipotetico in cui vinca la guerra, perderà la pace: smetterà ugualmente di esistere perché dovrà restituire tutto ciò che ha ricevuto in forma di “aiuti di solidarietà”: si ritroverà condannato a una dipendenza economica pari a quella delle repubbliche bananere dell’America Centrale. Yasinsky sottolinea però che in realtà stanno perdendo tutti i popoli, sicuramente anche quello nordamericano, e di fronte al loro sacrificio c’è un chiaro vincitore in tutta questa faccenda.
Una volta si diceva che l’Ucraina doveva essere Europa: curioso che ora invece sia l’Europa a convertirsi in Ucraina. Secondo lui, tutto il continente è ostaggio degli Stati Uniti e della NATO, ma più in profondità dei conglomerati multinazionali, delle banche mondiali, dei fondi di investimento speculativi che sono i veri padroni del potere, del quale i governi sono solo i direttori di facciata. Il suo Paese, d’altro canto, è un vassallo che compie la volontà altrui, che deve dimostrare di ottenere risultati e di poter vincere qualcosa. Ci sono centinaia di morti giornalieri che si usano come carne da cannone, ma gli interessi in gioco sono di altri: più vittime ci saranno, più difficile sarà la riconciliazione tra i due Paesi fratelli, che alcuni sembrano ansiosi di separare il più possibile.
Uno degli obiettivi non dichiarati di questa guerra è infatti dividere il mondo post-sovietico e debilitare il ruolo dell’Europa nel mondo. Agli Stati Uniti non è mai piaciuto il ruolo ambiguo dell’Unione Europea nella guerra economica con la Cina: negli ultimi anni si sono stipulati importanti trattati da entrambe le parti e sono nate relazioni economiche con la potenza orientale, oltre a quelle già consolidate con la Russia. Si sa che gas e petrolio rimangono tutt’ora i motori delle economie capitaliste occidentali: in seguito alle sanzioni economiche, la dipendenza dell’UE dalle risorse energetiche russe è calata, ma non a caso sono aumentate le importazioni dagli Stati Uniti, esperti nel saccheggiare le ricchezze del Medio Oriente e dell’America Latina per poi rivendere i loro prodotti raffinati nel mondo intero.
Secondo Yasinsky, non si può parlare di guerra tra Russia e Ucraina perché l’Ucraina non ha alcuna soggettività politica, è un’appendice della struttura militare della NATO. Il governo ucraino da parte sua non decide nulla e i governi europei molto poco, ragion per cui anche un’ipotetica negoziazione di pace dovrebbe coinvolgere gli USA e la Cina. Perché alla fine per gli Stati Uniti il bersaglio indiretto è proprio la potenza orientale, che negli ultimi anni è diventata il principale ostacolo sulla via del predominio mondiale che gli yankees sono tanto ansiosi di riconquistare. Vladimir Putin, obiettivo principale della propaganda occidentale, importa in realtà molto meno del controllo sulle infinite risorse naturali della Russia, importa molto meno dell’alleanza tra Russia e Cina.
In questo panorama geopolitico, l’Ucraina fu un esperimento: si trattò delle prove generali per mettere alla prova la Russia, per vedere fino a che punto si potesse destabilizzare l’equilibrio precario che si era creato dopo la caduta del muro di Berlino, fino a che punto si potessero separare i popoli dell’Europa dell’Est, secondo la vecchia strategia del dividi et impera. Sappiamo come funziona il neoliberalismo, dice Yasinsky: da molto tempo le guerre non si combattono più per il territorio. Non c’è bisogno di conquiste militari, quando è sufficiente controllare i governi, le economie e la stampa o il fast-food che in Occidente si chiama cultura, in grado di creare o distruggere qualsiasi mito nazionale. Prima per fare un golpe servivano i carri armati, ora è sufficiente l’ingranaggio oliato ed elegante della stampa. Ma cosa fu nel concreto questo esperimento?
La lezione di storia che tiene Yasinsky nel corso della nostra chiacchierata ha inizio con la perestrojka in Unione Sovietica, che lui definisce una truffa ideologica. Non costituì solo l’auto-distruzione dell’URSS, ma fu anche opera dei servizi d’intelligence occidentali, che trovarono i punti deboli del nemico: approfittarono della depoliticizzazione della gioventù, dell’ingenuità e dell’infantilismo politico dell’URSS, ma soprattutto delle élites sovietiche mai scomparse del tutto, le quali capirono che conveniva convertire il Paese in un sistema capitalista: seguirono privatizzazione e riforme neoliberali.
Per facilitare questo processo, la distruzione della memoria storica era la condizione necessaria: emerse il discorso anticomunista, che iniziò con la critica di Stalin e continuò con quella di Lenin, per poi generalizzare a tutte le idee considerate di sinistra, con l’affermazione che la felicità dell’umanità sarebbe stata capitalista, che il comunismo non serviva a nulla. Nelle repubbliche nazionali come l’Ucraina si aggiunse a questo il discorso antirusso; l’interesse occidentale era dividerle, perché non era possibile dominarle fino a quando si fossero mantenute unite a livello ideologico e culturale. In fondo, il 70% della popolazione ucraina parla russo come lingua nativa: non è un minoranza, ma un Paese bilingue mescolato, in cui è quasi impossibile fare distinzioni nette. Al mondo non ci sono due popoli che si assomiglino come russi e ucraini: prima del conflitto c’erano due lingue, due culture, ed era considerato assurdo contrapponerle.
Si costruì il mito dell’Ucraina sovrana, eroica, lottatrice per i valori democratici europei, l’arma perfetta per destabilizzare la Russia. Quando iniziò la perestrojka e il Paese si rese indipendente, nel 1991 – indipendente per modo di dire aggiunge Yasinsky: quando faceva parte dell’URSS aveva più sovranità di adesso, secondo lui – iniziò la guerra delle autorità ex-comuniste, convertitesi in capitaliste, contro le forze di sinistra. Continuavano a esistere il Partito Comunista e il Partito Socialista, ma erano pura forma senza contenuto: venivano gestiti dai vecchi funzionari che mantenevano il proprio elettorato anziano e nostalgico, ideologizzato ma senza forze combattive. I sindacati d’altro canto non sono mai stati molto forti, avevano una dipendenza totale dal Partito Comunista e in quegli anni non c’era un movimento dei lavoratori solido, radicato come in Occidente nel Novecento. La maggior parte della gente manteneva i propri valori individualisti, mancava l’organizzazione sociale, i partiti venivano appoggiati dai sostenitori inseguendo l’una o l’altra promessa, mentre l’unica forza politica giovane e viva che riuscì ad attivarsi fu l’estrema destra. “Qualsiasi fascismo è una rivoluzione frustrata”, ricorda Yasinsky.
Il governo filo-russo di Janukovyč, piccolo oligarca corrotto e poco popolare in guerra contro gli altri oligarchi più potenti, tra il 2010 e il 2014 iniziò a violare le regole non scritte che ci sono in qualsiasi mafia: all’élite ucraina non piacque e l’Occidente ne approfittò per organizzare questi potenti gruppi economici contro di lui, già di per sé poco popolare a Kiev e in Ucraina centrale.
Molta gente scontenta esigeva la sua rinuncia e uscì per le strade; ingenuamente, credevano nel sogno europeo per combattere la corruzione, mentre dall’altro lato non c’era una forza di sinistra a offrire un’alternativa. L’estrema destra organizzò l’Euromaidan, la “rivoluzione per la dignità”, un movimento nato dalle proteste filoeuropee concentratesi nella capitale ucraina, che Yasinsky definisce un colpo di stato appoggiato dall’Occidente per provocare la Russia e vedere come avrebbe reagito.
Il Donbass non appoggiò né riconobbe il governo nazionalista insediatosi in seguito; non lo riteneva legittimo e si sentiva più vicino ai russi. Il giornalista spiega che la gente lì è molto più sovietica come pensamento, molto più di sinistra a dire il vero, pur senza essere del Partito Comunista, e non voleva l’avvicinamento all’Unione Europea. Il governo ucraino mandò l’esercito nelle repubbliche separatiste e iniziò a bombardarle, in quanto rivendicavano la propria sovranità e indipendenza. A quel punto, nemmeno la Russia voleva riconoscere il governo illegittimo, perché per quanto Janukovyč fosse corrotto e spiacevole, venne eletto regolarmente e la sua deposizione fu una violazione della Costituzione. Tuttavia, si voleva evitare la guerra e Putin si fidò dei governi europei, come quello di Angela Merkel. Questo secondo Yasinsky fu un errore: ora quegli stessi alleati stanno confessando come nessuno fosse intenzionato a rispettare gli accordi di Minsk, un precario “cessate il fuoco” stabilito nel 2014, i quali anzi servivano solo a distrarre la Russia e a guadagnare tempo intanto che si armava l’Ucraina. Yasinsky sostiene che se la Russia avesse reagito alle provocazioni fin da subito avrebbe salvato molte vite, la Crimea e il Donbass farebbero di nuovo parte dell’Ucraina e non ci sarebbe un governo fascista. Invece Putin temporeggiò troppo e negli otto anni successivi i media modellarono la coscienza delle nuove generazioni, preparando la carne da cannone contro la Russia, mentre la NATO riempì l’Ucraina di armamenti e istruttori per prepararla alla guerra.
Dopo il golpe di Maidan, il discorso nazionalista fu rimpiazzato da una vera e propria retorica nazi-fascista: avvenne una riscrittura della Storia e della liberazione del Paese, fu proibita la simbologia comunista, non solo sovietica ma in generale di sinistra, mentre la simbologia nazista divenne gradualmente più consentita e integrata nella società. Furono riabilitate figure compromesse come Stepan Bandera e altri criminali di guerra, mentre dall’altro lato i monumenti dedicati ai soldati sovietici che liberarono l’Europa dal fascismo e dal nazismo vennero distrutti. Questo avvenne non solo in Ucraina, ma anche in Polonia e nelle repubbliche baltiche; le autorità europee e la NATO sono complici indiretti di questa cosa. Ora, l’esercito ucraino è in combutta con gruppi paramilitari come il ben noto battaglione Azov, che fa parte delle forze armate. Non tutti i militari ucraini sono nazisti, aggiunge Yasinsky, la maggior parte sono anzi persone normali vittime di questa situazione, però gli ultranazionalisti sono i commissari politici al comando, padroni del potere ideologico che guida le truppe.
È chiaro che questa è una narrazione completamente diversa rispetto a quella venduta alle masse in tutto l’Occidente: il quadro semplicista che i media offrono da questo lato del fronte è una guerra subita da un Paese sovrano, l’Ucraina, invaso da un impero per rubargli il territorio, la Russia. È evidente che in questo caso sia logico inviare armi all’aggredito e appoggiarlo in ogni modo. Tuttavia, secondo Yasinsky l’Ucraina fu indipendente tanto tempo fa, non certo adesso. La sua speranza di ottenere una propria sovranità durò fino al 2014, quando il golpe di Maidan la infranse. Da quel momento, non stiamo parlando di un Paese unito ma di un regime coloniale costruito dall’Occidente con l’obiettivo di destabilizzare la Russia, in un gioco perverso in cui il popolo ucraino è sacrificato, disposto a combattere fino all’ultimo uomo. Durante i governi successivi all’indipendenza fu distrutto il sistema dell’educazione e della sanità, ma alla gente non importarono mai i saccheggi dell’apparato sociale avvenuti in quegli anni. I ragazzi che ora sono al fronte hanno la colpa di essere nati in un luogo sbagliato nel momento sbagliato, mobilitati a forza e idiotizzati dalla stampa. Per quanto vogliano la pace, stanno lottando eroicamente, sono molto motivati e molto indottrinati: è la verità ed è la parte dolorosa, perché tutti hanno contatti e conoscenti in entrambi i Paesi. È sicuramente anche un tema emotivo, quando il proprio Paese viene bombardato, ma Yasinsky sottolinea che manca un’educazione da troppi anni: in tutto lo spazio post-sovietico, c’è il grande problema che la classe lavoratrice ha poca coscienza critica, soprattutto grazie ai media e al loro lavoro professionale.
Secondo il giornalista, oltretutto, questa guerra è inevitabile. La Russia provò a rimandarla fin troppo in passato, ma anche in Ucraina molti capivano dove si stava andando a parare con questo governo e furono perseguitati: molti che lo criticavano e si opponevano alle sue posizioni ultranazionaliste fuggirono. Conclude dicendo che è interesse del popolo ucraino perdere il conflitto. Nella sua ottica, se la Russia vincerà non ci sarà nessuna garanzia di un mondo felice, ma se la Russia perderà significherà la scomparsa dalle mappe: saliranno al potere i democrati burattini dell’Occidente, come Navalny e Zelensky, e il fantasma del vecchio nemico sovietico verrà definitivamente annientato, perderà la sua sovranità e smetterà di esistere come Paese. Si installeranno regimi neoliberali e fascisti in tutto il territorio post-sovietico e il passo successivo sarà in direzione della Cina. Non si tratta di una guerra contro la Russia, bensì contro l’umanità: Russia e Ucraina si stanno solo dissanguando al suo posto.
Non a caso, nel resto del mondo Paesi come Cina, Iran, India, Turchia e Brasile si stanno schierando su posizioni molto scettiche nei confronti dell’egemonia statunitense e dei finti modelli democratici occidentali, che in un mondo multipolare con vari attori in crescita sono sempre più messi in discussione. Secondo Yasinsky, qualsiasi nuovo equilibrio passa per un forte disequilibrio. È quello che sta cercando di fare l’Occidente, nascondendosi dietro una morale che definisce buoni e cattivi, dittatori e salvatori, ragion per cui il resto del mondo dovrebbe lasciare da parte le proprie differenze interne, rimandare le mille discussioni ad altri momenti e unirsi di fronte al mostro. Un mostro talmente potente, con talmente tante risorse economiche e tecnologiche, in grado di controllare talmente tanto spazio mediatico, che per quanto la politica di uno Stato come la Russia possa non piacere, è da riconoscerne e proteggerne la sovranità, la capacità di prendere decisioni in maniera autonoma e di opporsi a tutto questo.
Perché non a caso, dice Yasinsky, la retorica occidentale contro Putin si sviluppò esattamente nel momento in cui il suo governo tentò di restituire un po’ di sovranità nazionale al Paese, dopo un lungo periodo, applaudito dall’Occidente, in cui l’amministrazione di Boris Yeltsin lo smontò pezzo per pezzo. Ma quali sono i sentimenti prevalenti nella società russa, ora come ora? È in corso anche lì una battaglia mediatica come in Ucraina, o il dibattito pubblico è più centralizzato e controllato?
Yasinsky racconta che ci sono molte realtà diverse, come in ogni società sia chi pensa sia chi non pensa ha un’opinione. La stampa ufficiale è piuttosto piatta, di basso livello; non c’è una tradizione radicata di giornalismo come in Occidente, e nemmeno una proliferazione dei media indipendenti come in America Latina. Quasi tutti i mezzi di comunicazione indipendenti non lo sono davvero, in quanto vengono finanziati da George Soros, miliardario ungherese naturalizzato statunitense che ha contribuito alla transizione dell’Europa dell’Est verso il capitalismo.
Quando iniziò la guerra, i mass media più grandi furono censurati. Sul fronte opposto i social network come Facebook, controllati dagli USA, censurano chi appoggia la causa della Russia: si tratta di una guerra mediatica diseguale, perché dall’altro lato hanno molti più strumenti per creare l’oblio, in forme più eleganti di cui nessuno si rende conto. Un interessante spazio di dibattito della rete cittadina e sociale è invece Telegram, ancora relativamente libero: ci sono blogger, militari, civili e giornalisti di guerra di vari schieramenti politici che gestiscono dei canali pubblici e privati, dove dibattono su temi di attualità. Secondo Yasinsky, è l’unico luogo dentro il panorama mediatico russo dove c’è ancora un pensiero cittadino svincolato.
Parlando invece della società russa, il giornalista sostiene che ciascuno discute con tutte le libertà: non c’è paura e la repressione non è più aggressiva che in qualsiasi altro Paese occidentale, e comunque minore che in qualsiasi altro Paese in guerra. La gente non ha paura di parlare di politica nei caffè e nei ristoranti, di partecipare ai dibattiti: tutti vivono come prima. È difficile, camminando per le strade di Mosca, credere di trovarsi nel mezzo di un conflitto.
Ci sono generazioni cresciute dopo la perestrojka, alimentate dallo stesso fast-food ideologico che fu imposto in Ucraina e nel mondo da quello che Yasinsky chiama “l’impero”. Di conseguenza, si sono plasmate all’interno di un contesto attraversato da valori capitalisti e liberali: quando iniziò la guerra, il loro maggior rimpianto fu l’assenza di prodotti americani come la Coca-Cola. Il rischio maggiore che corre la Russia in questo momento, secondo il giornalista che vive a Mosca, è la mancanza di coscienza politica, di coscienza cittadina e di comprensione degli avvenimenti. Anche all’interno del governo, molti funzionari appartengono ancora all’epoca di Yeltsin e sono prodotti di quell’ideologia: politici filo-occidentali che ora si fingono patrioti per non essere liquidati, ma desiderano la sconfitta della Russia e simpatizzano col governo ucraino. Gli mancano i viaggi in Europa, i caffè a Parigi, la cucina italiana… Conoscono il lato turistico dell’Occidente, ma non hanno idea di come vivano le classi più svantaggiate in Italia o in Spagna o in Francia: vedono l’Europa come civilizzata e il popolo russo come selvaggio.
Tuttavia, la maggior parte dei russi vuole difendere a tutti i costi questo mondo selvaggio, la propria terra. Stanno dalla parte del governo e le uniche critiche che arrivano a Putin sono quelle che lo ritengono troppo blando e moderato: c’è molta corruzione e la gente richiede fermezza. Nella guerra contro i nazisti si usò la mano pesante, oltre al fatto che il nemico con cui sta combattendo ora la Russia è molto più potente e terribile di quello degli anni Quaranta.
C’è anche chi prova nostalgia per Stalin: il governo nemmeno lo menziona, ma nel popolo permane un mito attorno alla sua figura e si è tornati a parlare molto di lui in questi ultimi tempi, rimpiangendo la sua chiarezza ideologica e la sua progettualità a lungo termine. È un fenomeno sociale molto comprensibile secondo Yasinsky, anche se non ha voluto entrare nel dibattito su pregi e difetti del vecchio rivoluzionario.
L’ultima parte della nostra chiacchierata è stata dedicata invece ai profughi di guerra, alla gente che scappa dall’uno e dall’altro Paese: viene da domandarsi quale sia l’estrazione sociale di queste persone, in cosa consistano le loro possibilità e le loro motivazioni. Partendo dalla parte più colpita, Yasinsky spiega che la legge ucraina adesso vieta a tutti gli uomini minori di 60 anni di abbandonare il Paese: stanno mobilitando chiunque. Tuttavia, si può ancora uscire sfruttando la corruzione che pervade anche i controlli alle frontiere: basta avere tra i 7000 e i 9000 dollari in contanti, sicché gli oligarchi e le famiglie più ricche possono entrare e uscire dall’Ucraina liberamente, mentre tutti gli altri sono condannati alla guerra.
In Russia invece da un lato ci sono decine di migliaia di volontari, dall’altro una mobilitazione parziale che non ha coinvolto la maggior parte dei giovani di città, i quali continuano a “mangiare gelato e ascoltare la musica”, ma ha rastrellato soprattutto le campagne e le zone rurali dell’entroterra. Yasinsky ammette che la motivazione degli ucraini al fronte è più forte, perché il caso dell’Ucraina è più semplice da leggere per i propri cittadini. Nel caso della Russia, quelli che sono fuggiti erano soprattutto pacifisti che non volevano avere nulla a che fare con questa guerra, ma nessuno li fermò. Sono andati via in moltissimi, soprattutto gli abitanti delle grandi città e gli appartenenti alla classe media o alle élites, ovvero quelli che avevano questa possibilità economica. Quando ci fu la mobilitazione militare, i prezzi dei voli decuplicarono; serviva parecchio denaro anche per emigrare via terra, ad esempio in Georgia o negli Stati vicini. Diversi di loro però stanno tornando in Russia, o perché hanno finito i soldi, o perché non hanno trovato lavoro, o perché adesso il rischio di essere arruolati è minore. Ad ogni modo, Yasinsky dice che per lo più non c’è discriminazione nei loro confronti, al massimo un po’ d’invidia perché a differenza di altri hanno avuto quella chance. Parlando del Paese in cui adesso vive, il giornalista racconta una società postmoderna abbastanza de-ideologizzata; ad ogni modo, per le strade della capitale stanno ritornando le bandiere russe, a dispetto delle bandiere statunitensi che le invadevano prima: molto lentamente, si sta ricostruendo una coscienza e un’identità nazionale.
Quando gli chiedo come si dovrebbero comportare le sinistre di tutto il mondo nei confronti di questa guerra, Yasinsky ribadisce che la sinistra è contraddittoria, di questi tempi, e spesso non è di sinistra. Il sistema neoliberale, che non può più proporre assolutamente nulla all’umanità, ha sequestrato la sua agenda parlando di ecologia, di diritti umani, di femminismo, di minoranze LGBTQI+, portando avanti queste battaglie nella formalità ma privandole dei loro contenuti e della loro intrinseca spinta al cambiamento sociale, per confondere la gente e spegnere i moti rivoluzionari che minano la propria stabilità. Secondo Yasinsky sta funzionando abbastanza bene: fa l’esempio dei Verdi in Germania, di Gabriel Boric in Cile e degli altri governi europei che si nascondono dietro l’alibi della socialdemocrazia, ma si ritrovano sempre a scendere a patti con l’impero. Tutto ciò è stato possibile grazie alla riduzione dei diritti culturali, dell’educazione, dell’istruzione pubblica: fa parte della ricetta neoliberale e la gente è sempre più disperata, bisognosa di miracoli, esposta a populismi pericolosi. Per essere davvero di sinistra, dal suo punto di vista, bisognerebbe lottare contro il capitalismo, non combattere una guerra per conto di altri a fianco dei nazisti, finanziati dalle grandi corporazioni mondiali: i governi progressisti che appoggiano tutto questo o sono ignoranti o sono traditori, non c’è altra possibilità.
La sua conclusione è piuttosto rassegnata: stiamo vivendo un momento pericoloso per l’umanità intera, mentre la pace sta in mani molto irresponsabili.
Costantino Bovina




