Sei compagnx sono statx condottx in Questura dopo gli scontri seguiti allo sgombero del presidio permanente nato il 26 febbraio in risposta all’apertura dei cantieri nel parco Mitilini Moneta Stefanini. Un presidio che lx abitanti, insieme al comitato MuBasta, avevano costruito per opporsi alla realizzazione del nuovo Museo dei Bambini (MUBA). Altrx sono finitx all’ospedale a causa dei lacrimogeni lanciati ad altezza uomo.
Ecco il risultato di una notte di violenze incessanti consacrate alla necessità di un progetto voluto dall’alto, fiore all’occhiello della giunta fin dalla campagna elettorale, che avrebbe l’obiettivo di riabilitare un quartiere periferico e distante dal centro. Si millanta un percorso partecipativo lungo tre anni di costante confronto con centinaia di residenti, costruito sulle loro necessità e ampiamente apprezzato.
Questa la versione difesa e diffusa dall’assessore alla scuola Daniele Ara, smontata dalla raccolta firme promossa dal comitato MuBasta, secondo cui un migliaio di persone si dichiarano contrarie al progetto. Un confronto ben scelto e limitato quello dell’assessore per cui il dialogo è un valore fondamentale: “Con chi non è ancora convinto, dialogheremo. Non dialogheremo con chi in maniera violenta impedisce a un cantiere pubblico di potersi sviluppare”. Queste le sue parole su un articolo di BolognaToday.
La repressione attuata nei vari tentativi di sgombero del presidio rivelano l’altra faccia dell’idea di dialogo promossa dalla giunta: cariche immotivate da parte delle “Forze dell’ordine” seguite da una caccia all’uomo. Le persone in presidio hanno risposto difendendosi, a quanto pare un motivo sufficiente a giustificare le notti passate in ospedale o in questura.

Il progetto dovrebbe realizzare “uno spazio educativo innovativo, non un museo statico ma un luogo dinamico con laboratori, aule didattiche e attività interattive sui temi dell’ambiente, dell’alimentazione, della memoria e del territorio”. Ara lo definisce “un’estensione degli ambiti educativi e scolastici, pensato per integrarsi con la rete sociale e culturale del Pilastro, dal polo scolastico Ada Negri alle case di quartiere, fino alle realtà associative”.
Nel frattempo, mentre queste belle parole vengono pronunciate, scritte e diffuse, le scuole del pilastro restano senza insegnanti di sostegno. L’abbandono scolastico cresce. Si portano lx ragazzx a vedere un museo che devasta il loro parco, ma poi lx si lascia solx nel percorso educativo, senza luoghi di incontro e socialità di cui il quartiere è privo. Questa è la contraddizione che brucia il futuro concreto delle famiglie del Pilastro.
Noi, in quanto redazione, rifiutiamo la logica punitiva che trasforma il conflitto sociale in questione penale.
Rifiutiamo l’uso del carcere come risposta automatica.
Rifiutiamo la narrazione che equipara dissenso e pericolosità.
La sicurezza non è reagire in modo violento ad ogni forma di dissenso, ma garantire diritti. La nostra giustizia, poi, non è fretta.
Così come la legalità non è vendetta.
Il quartiere non merita la militarizzazione. Merita ascolto. Merita rispetto. Merita futuro.
Perché difendere un parco non significa soltanto difendere un parco.
Significa difendere la possibilità di dire no, la dignità di un quartiere popolare che non vuole essere laboratorio di sperimentazioni calate dall’alto.
Esprimiamo solidarietà a tuttx coloro che resistono alla repressione.
Contro la repressione, per la libertà nella lotta. Solidarietà allx compagnx.




