
Il referendum. Che noia. Al tramonto di questa penosissima tornata elettorale, venuta e andata nel silenzio generale nemmeno fosse il Mondiale per Club, non è rimasto niente di quella febbricitante aria che aleggia tra i seggi in altre occasioni. Quando c’è da eleggere un sindaco in un piccolo paese, ad esempio, la democrazia diventa uno spettacolo cinematografico: un fitto viavai di funzionari-spia, rappresentanti di lista incarogniti, presidenti di altri seggi che chiedono aiuto con la compilazione dei registri.
A questo referendum, invece, è mancato il battito di mani che accompagna il saltatore in alto verso l’asticella, come se tutti quelli usciti con la scheda elettorale in mano tra l’8 e il 9 giugno avessero saputo che tanto il quorum, l’asticella, non l’avrebbe superata.
Gli unici testimoni di questa temporanea realtà sociale sono gli scrutatori, i presidenti e i segretari, fauna di un mondo di frontiera che si chiama seggio elettorale, un mondo fatto di giustizia – le forze dell’ordine sonnecchianti sulle loro brandine – e di giustizieri che elevano la propria morale privata sul diritto costituzionale, soprattutto se il conteggio delle schede non torna proprio preciso preciso. Il 9 giugno 2025 alcuni di loro hanno celebrato l’ennesimo funerale della democrazia diretta con il più classico dei rituali: la scrittura. Contro il logoramento del lavoro d’ufficio.
M – 7:38
7.27, ma tutti dormono. Ogni tanto suona una sveglia seguita da qualche “ops”. Sono accanto a Lapo1970, che legge un libro con la copertina rigida. C’è così tanto silenzio che riesco a sentire la sua pelle squamarsi. Ha la psoriasi, sui gomiti e sulle mani. Quest’anno mi hanno trasferito al “capoluogo”, scuola elementare di Ponte Buggianese centro, perché la scuola in cui ho quasi sempre fatto servizio, la scuola elementare di Casabianca, è chiusa. Nessuno lavora lì: non ci sono abbastanza ragazzini per creare una classe di venti e così hanno deciso di non fare nemmeno le elezioni. Era la mia scuola, quando ero piccolo.
Le facce dei colleghi sono inedite: mai viste, ma hanno tutti i connotati della gente del mio paese (calvizie a vent’anni, barbe sistemate male, vari sfoghi intorno agli occhi). Ciò che mi sorprende di più è il senso dell’abitudine nei gesti. È la predisposizione di questi nuovi tizi a far ciò che facevano anche i vecchi. Sfogliano il registro blu, alla ricerca di non so quale amico o parente. “Il Sorini vota qui”, si dicono. “Sorini chi” “Sorini Ilo” “Non lo conosco” “Neanche io”. Poi quello con il registro rosa dice “333”! Con una specie di accento sul tre finale, e l’altro dice “Sì, qua 304”. Ci sono ventinove donne in più degli uomini al seggio di Ponte Buggianese Centro, sede sostitutiva del seggio 5 di Casabianca.
D – 8:01
21 votanti, 14 donne e 7 uomini.
Il presidente di Seggio è il padre di una mia compagna di classe del liceo, le mie colleghe sono anche loro ex compagne. Riaffiora una certa nostalgia anche se nessuno dice che eravamo insieme, non serve, lo sappiamo.
Come sempre cerco il più vecchio e la più vecchia del registro. Trovo una signora nata nel 1927, poi un’altra, diverse nel ‘28 e così via.
Il presidente è in gamba, molto gentile, ma è anche uno di quegli adulti che non disdegna di parlare di sé: so già tante cose della sua vita, ma ricorderò solo la sua selezione di podcast: Morning – Il Mondo – SeiETrenta – Orazio -Indagini – Amare Parole. Ascolta anche in macchina e in moto ma solo sotto i 70km/h.
C – 9:20
Ho dormito solo 4 ore. Dico “solo” perché 4 ore sono meno del mio minimo indispensabile per sostenere un’intera giornata senza ripercussioni psicofisiche. Ripercussioni che cominciano con lo stordimento da appena sveglio e continuano nel corso della giornata in varie forme, come per esempio un curioso mal di pancia verso le 9 del mattino, che suggerisce dei bisogni fisiologici senza la loro effettiva concretizzazione. Ripercussioni che hanno anche lati positivi da segnalare: uno di questi è il favorire un apprezzato scorrimento rapido delle ore, in uno stato di perenne disorientamento e leggeri malesseri intestinali. Uno stato quasi onirico, che se fosse trasposto cinematograficamente sarebbe – come tante cose, oramai – lynchiano. La figura chiave nel lungometraggio sarebbe senza ombra di dubbio il funzionario del comune addetto alla gestione dell’edificio della mia sezione: si aggira lentamente tra le aule con un passo cadenzato, in cui il tacco del piede sinistro è sempre leggermente rialzato, come se camminasse solo col destro ma senza ondeggiamenti e/o pendenze costanti del suo corpo. Ha una chierica notevole tra i capelli una volta neri ora quasi completamente grigi, al di sopra di un volto corposo e a punta – quindi dignitosamente largo, ma senza esagerare. È soprattutto il volto ad essere lynchiano: verso la punta si staglia questo eterno sorriso, che rimane tale anche quando dalle sue fauci tentano di emergere delle parole, vocaboli sussurrati e tendenzialmente incomprensibili, in cui il significato combatte contro un significante inadeguato. Un sorriso da mystery man, accompagnato dalla funzione meno misteriosa del mondo. Ma non un mystery man qualunque, bensì quello di Strade perdute, con cui condivide un’agghiacciante somiglianza. Chissà quando mi sveglierò. Mio padre – presidente della mia sezione – ha appena detto “mio figlio dorme 8 ore filate”. Apparentemente tra un quarto d’ora.
M – 10:27
“Ha tirato un urlo… quando l’ho preso… speriamo che sia l’unico, l’ho preso con un panno, eho, dice di fa’ così.. col panno.”
“Ma era grosso?”
“Era piccolo come una penna”.
Lapo stamattina ha preso in mano un pipistrello. L’ha trovato in camera, che sbatteva qua e di là. Ce lo racconta con faccia furbetta, come quella di uno che ha svoltato il pranzo della domenica. Certo, sarà tutt’ossi quella dolce creatura, ma alla fine avrà il solito sapore di pollo di cui sa tutto ciò che non si conosce.
Lapo è una specie di scrittore. Dopo aver chiuso con gli scacchi ha deciso di dedicarsi a Cristoforo Colombo. Gli chiedo perché proprio Colombo e non tipo Garibaldi e lui dice che la storia gli piace tanto. Faccio una faccia disappuntata. Lui la riconosce e dopo un sorriso meno furbo di prima spiega che comunque ne ha scritto uno anche su Mozart.
Nel tempo di un baleno ne ho subito una copia in mano. Sfoglio il libro, mi si illuminano gli occhi: non c’è copyright, non c’è prezzo. Non c’è codice ISBN, c’è solo una fastidiosa interlinea a 2. Penso di riciclare qualche vecchia suggestione Lanzilliana tipo “Se non ha un ISBN non è un libro”, ma cambio idea. Gli dico solo “Quindi non li vendi questi”.
“No, no. A me piace solo fare la presentazione”. Il 28 giugno, alla biblioteca comunale di Ponte Buggianese, dalle 18 e 30.
C – 11:05
Il figlio del mio professore di filosofia in quarta liceo ha ritirato solo le schede 1 e 3, a differenza del padre, che le ha ritirate tutte, con la faccia sconsolata dell’uomo che spiegava Socrate e Platone mentre la classe intera pian piano si allontanava dall’aula – principalmente per andare a fumare in bagno – nel suo ultimo anno di lezioni, prima di andare in pensione. Una volta presi un 8 parlando esclusivamente della diversa pronuncia – greca e latina – di una parola che ora nemmeno mi sovviene. Non chiesi niente, tra l’altro: si pose la questione e si rispose autonomamente, con un lungo ragionamento, come fanno i filosofi e i professori di filosofia, pensando di emularli.
C- 14:50
Pranzo terminato da poco: la signora – che comincerò a chiamare Patrizia, d’altronde sarebbe anche il suo nome – è tornata con ben venti minuti di ritardo dalla sua pausa pranzo. Al suo rientro ha esordito con un “me sa che ho tardato vè?” e a risposte atte a tranquillizzarla dell’effettivo ritardo ha sottolineato con un certo astio di abitare abbastanza lontano, in una zona dov’è difficile trovare parcheggio – di domenica, con le strisce blu gratuite, mmmmmm. Nell’ultima ora e mezza prima della mia momentanea dipartita non è giunto alcun elettore: alle 14:20, su 1053 aventi diritto i votanti della sezione erano 41 – il figlio del professore di filosofia solo per due quesiti. La media nazionale si può ottenere dalla media della mia sezione con quella immediatamente vicino alla nostra: alle 12 noi avevamo da poco scavallato il 3%, loro il 10%. Ottimo risultato, anche grazie alla componente di voto cattolico giunto da tre suore, di cui una, la più stoica, sorretta da due stampelle e dalla storia dei genitori – ferventi lavoratori. Sorretta anche dal finanziere che l’ha accompagnata per le scale: un uomo che guarda indispettito il prossimo, qualsiasi prossimo, e che ha speso più o meno 25 minuti – in attesa della benintenzionata suora – a scrollare il telefono, alternando la sua espressione di default a dei piccoli sorrisini, che ho inevitabilmente ricondotto alla visione di immagini di ragazze – forse, forse no – minorenni e attraenti. O forse a qualche video di quelli divertenti per i finanzieri costantemente indispettiti. Quanto servirebbe la polizia dello scrolling, ogni tanto.
M -15.37
Fumo. Guardo male tutti dalla porta finestra che dà direttamente sull’aula vuota. Lapo gioca a scacchi online. Matteo si sposta di continuo in cerca di un segnale che lo lasci vedere Sinner in santa pace. Vedo un ex compagno di classe avvicinarsi al seggio, lo conosco, si chiama Sofian Abulmachayl e fa vita di sezione da anni tra le giovanili del PD. “Sofian!” Ci salutiamo calorosamente e parliamo un po’ di quanto male faccia avere 24 anni e vivere in provincia dove nessuno ha orecchie per ascoltare le buone parole di un nero che sarà per sempre straniero, tra gli occhi diffidenti dei suoi vicini di casa e le mani degli altri che stringono le borse mentre cammina nei corridoi di un treno. “Sto facendo praticantato per diventare avvocato” dice, con una certa soddisfazione. Mi congratulo con lui. Da lontano, un uomo ci indica. Canotta bianca, bermuda ombelicali, moglie in tiro al seguito. Ottant’anni. Ci avviciniamo e loro pure fanno qualche passo incerto verso di noi.
“Ma te…”
“No signore non ci conosciamo mi sa” risponde Sofian.
“No ma te…” dice ancora il signore.
“Lo confondi con un altro Mauro” dice sua moglie.
“Ma te non sei quello di Geova?”
Per un attimo cala anche il vento che batte su questa valle da stamattina.
“No… Io son musulmano”
“Mi sembravi quello di Geova che è venuto ieri”.
Mi muovo nel cortile tra le ombre dei pini. Quando rientro il presidente sta prendendo in giro un suo amico che è venuto a votare con la giacca nera, la camicia blu e un cronometro verde pisello al collo. Forse voleva dare il voto più veloce del mondo, ma a giudicare dalle caviglie, che fanno capolino immobili sotto alla tenda nera e svolazzante della cabina da 5 minuti, non credo ce la farà.
L – 15:53
Non so cosa succeda al di fuori di questa sala, dove come poche volte nella mia vita mi accorgo del tempo e della sua relatività.
Vedo il tetto, il cielo e il verde delle foglie ondeggiare al vento delle siepi, dalla finestra su cui dà la mia postazione. Questa staticità sembra rispecchiare l’assopimento a cui oggi è malauguratamente condannato San Martino, con buona pace della democrazia.
Prima del cielo, aldiquà della finestra la vista si posa sulle ballonzolanti tette di Giada, ormai diventata un martello pneumatico per il ticchettio della penna sulle parole crociate e il nervosismo che si sfoga con un ritmato movimento delle gambe.
C – 21:15
Mio padre è andato in pausa per la prima volta, lasciandomi l’onere di controllare il seggio. Sfortunatamente il momento è coinciso con il super tie-break finale tra Sinner e Alcaraz e con l’arrivo delle pizze per tutto il piano. La mente si stava offuscando, c’era la necessità di alimentarsi. Al terzo pezzo della quattro formaggi – mangiata al seggio qui vicino, dove la grande LIM dell’aula stava proiettando il match di cui sopra – sento uno strano insieme di rumori provenire dalla mia sezione. Non corro a vedere, sarebbe stato strano: mi incammino pian piano, cercando di realizzare tutti i singoli rumori prima di entrare in aula. Uno degli scrutatori, Ruggiero, era in videochiamata con un gruppo di amici, alternando discorsi riguardanti vari mezzi di locomozione – principalmente moto – a imprecazioni velate del calibro di “Porco zio”; Patrizia invece ascoltava Achille Lauro col volume a 92 sul suo telefono, appeso al collo con una spessa cordicella nera. L’altro ragazzo borbottava sottovoce, come non si addice a ragazzi della sua età: probabilmente arriverà ai sessanta sfogandosi dalla finestra della sua casa contro l’eccessivo vociare dei ragazzi nelle vie sottostanti.
Fragole, panna e champagne – porco zio.
M – 23.28
Da quando il tramonto ha iniziato a spegnersi dietro ai tetti in via Toscanini ho cominciato a trotterellare nei corridoi della scuola elementare, tra la sezione 5, la 9 e la 3. I brevi attimi di gioia che hanno seguito lo spritz si sono ormai assopiti. Anche Lapo si è assopito: decisamente poco abituato all’alcol, non è riuscito a portare a termine la sua lectio magistralis su Bobby Fischer che fingevo di ascoltare mentre mi giravo una sigaretta dopo l’altra. L’ho lasciato lì, ciondolante, mentre balbettava di una variante della Spagnola giocata a Reykjavik nel 1974.
Butto gli occhi nei seggi altrui. I carabinieri si sono piantonati al seggio nove, in cerca di un’eccitazione. La segretaria è una bellissima donna con dei capelli ricci e lucenti che porta i sandali senza calzetti e un vestito tra il verde e il beige. Osservandoli da lontano noto che l’appuntato napoletano ha un fisico proletario e parla gesticolando a due metri da lei. Ha intavolato questa conversazione che pare più uno spettacolino – alza le mani, si piega sulle ginocchia, poi rapido sulle punte. Si sente la sua voce che ha il timbro di un martello.
“Vedi mo cosa teng in da capa?”
“Il cappello” dice lei
“E sotto?!” Dice l’appuntato alzando il berretto con la mano destra e svelando il cranio pelato.
“Niente.. Neanche un capello” dice lei, facendo ridere un po’ tutte le colleghe.
“Tiene simpatia chista guagliona o!” E si rimette il cappello. Lei sorride e si tocca anche i capelli.
“Ward mo” dice lui, scoprendosi di nuovo la testa calva con lo stesso movimento di piedi e polso. Questa volta sulla testa appare come per magia, proprio appoggiato sulla piattissima sommità della fronte un bellissimo fiore arancione, con i pistilli in fuori e i petali visibilmente profumatissimi. Lo afferra con la sinistra, nello stupore di tutti, e lo lascia sul banco della ragazza ricciola dopo aver fatto un tiepido inchino.
“Wewe, I’m a magician, come dicono a Napole”.
Nessuno parla. Io continuo verso l’uscita, ho un mezzo sorriso sulle labbra. È un sogno lungo un giorno.
Alcuni scrutatori




