
Nel vasto panorama delle teorie femministe, lo xenofemminismo emerge come un’avanguardia radicale che interseca tecnologia, materialismo e un’aspirazione post-genere. Nato nel 2015 con il Manifesto Xenofemminista del collettivo Laboria Cuboniks [1], questo movimento si propone di superare le limitazioni imposte dalla biologia, dal patriarcato e dalle strutture normative che governano il corpo e la soggettività.
Lo xenofemminismo si radica nelle riflessioni del cyberfemminismo degli anni ’90, in particolare nelle opere di Donna Haraway e Sadie Plant. Haraway, con il suo celebre Manifesto Cyborg (1985), aveva già prefigurato un futuro in cui le distinzioni tra naturale e artificiale si sarebbero dissolte, aprendo la strada a nuove forme di agency[2]. Tuttavia, mentre il cyberfemminismo celebrava la fusione tra umano e macchina in un’ottica liberatoria, lo xenofemminismo si spinge oltre, rivendicando la tecnologia come strumento di sovversione strutturale.
Il Manifesto di Laboria Cuboniks afferma con forza che “il femminismo deve essere razionale, materialista e anti-naturalista”. Qui risiede il nodo centrale dello xenofemminismo: l’idea che la natura non sia un destino e che le ingiustizie radicate nel corpo e nel sesso possano essere affrontate attraverso l’ingegneria biotecnologica, la medicina ormonale e l’intelligenza artificiale.
Se il patriarcato ha storicamente utilizzato il corpo come un dispositivo di oppressione, lo xenofemminismo risponde con un assalto alla naturalizzazione delle differenze. Come sottolinea Helen Hester, una delle teoriche più influenti del movimento, lo xenofemminismo si oppone a ogni forma di essenzialismo biologico: il genere e il corpo stesso devono essere considerati come territori fluidi e modificabili, espressioni di una volontà collettiva di emancipazione. La tecnologia, in questo senso, non è un dominio neutrale, ma un campo di battaglia politico. L’accesso alle biotecnologie, la diffusione di farmaci ormonali senza barriere economiche, la promozione di reti peer-to-peer[3] per la conoscenza medica e il coding sono strumenti che lo xenofemminismo rivendica per la sovversione del sistema. “Se la natura è ingiusta, cambiala”, recita il Manifesto, sancendo un rifiuto definitivo della passività e una spinta all’auto trasformazione.
In Xenofeminism (2018), Helen Hester sviluppa e approfondisce le idee del Manifesto di Laboria Cuboniks, analizzando in dettaglio il rapporto tra femminismo, tecnologia e materialismo. L’autrice insiste sulla necessità di un femminismo che non rifiuti la tecnoscienza, ma che la riappropri come mezzo di emancipazione collettiva. Attraverso il concetto di “tecnomaterialismo”, Hester sottolinea come gli strumenti tecnologici possano essere sottratti alle logiche del capitalismo neoliberista e utilizzati per sovvertire le strutture oppressive. Il suo approccio, fortemente ispirato dal postumanesimo e dal femminismo marxista, invita a ripensare il corpo come un’entità aperta alla trasformazione e alla riconfigurazione. In questo senso, il suo lavoro offre una riflessione critica su come le infrastrutture tecniche e materiali modellino le esperienze di genere e di oppressione, suggerendo percorsi concreti per una politica femminista radicale nell’era digitale.
Lo xenofemminismo ha suscitato reazioni controverse. Alcune femministe, soprattutto di matrice ecofemminista, lo accusano di un eccesso di fiducia nella tecnologia e di una certa freddezza nei confronti della dimensione affettiva e intersoggettiva del femminismo tradizionale. Tuttavia, è impossibile ignorare come questa corrente abbia intercettato con lucidità le tensioni del presente: in un mondo di biohacking, intelligenza artificiale e crisi dei modelli binari di genere, lo xenofemminismo appare come una delle poche teorie in grado di dare risposte audaci alle nuove domande politiche.
Lo xenofemminismo non offre certezze, ma spalanca le porte a un divenire radicale, un paesaggio in cui i corpi si trasformano e la soggettività si reinventa. Non siamo radici, siamo vento. Non siamo corpi fissi, siamo flussi. Ogni confine che ci è stato imposto può essere violato, ogni struttura che ci ha ingabbiate può essere riscritta. Se la tecnologia è un’arma nelle mani di pochi, allora il nostro compito è rovesciare il tavolo e hackerare la realtà.

In questo 8 marzo, celebriamo la lotta non solo per ciò che siamo, ma per ciò che possiamo diventare. Perché la nostra rivoluzione non ha volto, non ha un solo corpo, non ha confini. E in questa danza di metamorfosi, siamo prontə a sovvertire il mondo.
L’8 marzo non è una data che appartiene al passato, ma una fessura nel tempo da cui irrompe il futuro. Non è un monumento immobile, ma un respiro collettivo che si propaga nelle vene della storia. Ogni anno, ogni giorno, la lotta si rinnova: nelle mani che si stringono in solidarietà, nelle bocche che gridano, nei corpi che rifiutano di essere addomesticati. Non chiediamo il permesso di esistere, non ci accontentiamo delle briciole di una libertà concessa. La nostra rivoluzione è una promessa che brucia e si propaga, un’onda che abbatte i muri e ridefinisce i confini del possibile.
Se il mondo è stato costruito su misura per pochə, allora il nostro compito è riscriverlo per tuttə. Non vogliamo più adattarci, vogliamo rifare tutto da capo. Vogliamo che ogni corpo sia un territorio di autodeterminazione, che la scienza sia uno strumento di liberazione, che nessuno possa più dire “questa è la tua natura, devi accettarla”. Perché non siamo natə per adattarci: siamo natə per trasformare, per espandere, per ribaltare le leggi del mondo.
L’8 marzo è un canto polifonico di ribellione e rinascita, un incantesimo che ci spinge oltre i confini dell’ordinario, verso l’inimmaginabile.
Che ogni voce che alziamo diventi eco nelle generazioni a venire. Perché la rivoluzione non ha fine, ha solo nuove forme.
L’8 sempre!
di Federica WOR Suriano
[1] Laboria Cuboniks (nata nel 2014) è un collettivo xenofemminista polimorfo. Come anagramma del gruppo di matematici “Nicolas Bourbaki”, Cuboniks avanza anche un’affermazione dell’astrazione come necessità epistopolitica per le rivendicazioni di uguaglianza del XXI secolo. Sposando la ragione e un vigoroso antinaturalismo, cerca di smantellare implicitamente il genere. Cuboniks è una creatura con molti artigli e teste, tetra, naviga con disagio nei campi dell’arte, del design, dell’architettura, dell’archeologia, della filosofia, del tecno-femminismo, degli studi sulla sessualità, della musica digitale, della traduzione, della scrittura e di esperimenti regolari con l’uso di algoritmi evolutivi nella sicurezza informatica offensiva.
[2] In questo contesto, il termine agency indica la capacità di un soggetto—individuale o collettivo—di agire in modo autonomo e trasformativo all’interno di un sistema di potere. Nel pensiero femminista e postumano, l’agency non si limita alla volontà umana, ma può estendersi a entità ibride, come i cyborg di Haraway, che sfidano le dicotomie tradizionali (naturale/artificiale, umano/macchina). Lo xenofemminismo, dunque, riconosce l’agency nei processi tecnologici e biopolitici, vedendoli come strumenti di emancipazione piuttosto che di mera oppressione.
[3] Le reti peer-to-peer (P2P) sono un modello di connessione decentralizzato in cui i nodi (computer o dispositivi) comunicano direttamente tra loro senza la necessità di un’entità centrale che gestisca lo scambio di dati. Nel contesto dello xenofemminismo, le reti P2P rappresentano un’alternativa ai sistemi di controllo istituzionali, favorendo l’accesso libero alla conoscenza, la condivisione di risorse biotecnologiche e l’autogestione delle informazioni mediche e tecniche. Questo modello riflette la filosofia del movimento: distribuire il potere e sovvertire le gerarchie esistenti.




