
Era un pomeriggio tiepido di Marzo e il sole, apparso nel cielo martoriato dalle nubi, annunciava la primavera. Dalle strade strette si innalzavano voci indistinte che già da lontano si avvertivano come un balbettare festoso; avvicinandosi un poco si potevano udire, dalle labbra tinte e dalle bocche d’ottone dei fiati, i cori che rimbalzavano sui muri delle case fino ai balconi più alti e oltre i tetti. Nell’aria sventolavano bonecos ondeggianti, coi loro sguardi di cartapesta, mentre sull’asfalto nudo ballavano i piedi di centinaia di maschere folli.
Questo è stato il carnevale della Bolognina, un’iniziativa popolare nata dall’assemblea di quartiere con l’obiettivo di narrare un’altra storia, quella che non trova posto sulle testate locali e nell’opinione pubblica; un quartiere brulicante e diversificato in cui tante anime differenti si incontrano in un connubio atipico e inaccettabile per chi parla di decenza e decoro, ma che proprio per questo è in grado di rivoltare la narrazione di una città ordinata, standardizzata, piegata ai flussi di turistificazione e prostrata ai magnati del greenwashing.
Negli ultimi anni, a seguito della pandemia e dei radicali cambiamenti nella prospettiva politica, anche la Bolognina, come il resto del nostro paese, ha visto acuirsi i conflitti già esistenti e venirne alla luce di nuovi. Le problematiche sono evidenti, la strada è un luogo difficile da attraversare in cui si concentrano le frange di popolazione ignorate o invisibilizzate. Questa indifferenza è una violenza che appare solo confrontandosi con chi vive il quartiere. Per questo abbiamo chiesto a Natalia, abitante della Bolognina, di parlarcene, riportandoci il suo punto di vista sul vissuto del quartiere.

Natalia ci racconta del suo arrivo in Italia dal Brasile, sette anni fa, di come da subito sia stata accolta bene, anche grazie alle iniziative portate avanti dagli spazi autogestiti. Primo fra tutti XM24, il quale vive ancora nelle memorie degli abitanti anche a seguito dello sgombero avvenuto ormai più di 5 anni fa e che offriva formazioni sulla riduzione del danno, uno sportello legale, spazi dedicati a giovani e migranti. Tutto ciò, ad oggi, manca nel quartiere, dopo aver perduto XM24 e ben presto numerose altre realtà che sembrano destinate a scomparire, senza che appaia all’orizzonte nessuna soluzione valida per sostituire il loro impegno sociale e sopperire al vuoto creatosi. Un vuoto percepito anche da alcuni abitanti che, Natalia ci racconta, all’epoca erano contrari alla presenza di centri autogestiti, ma che oggi riconoscono l’importanza che avevano nell’instaurare un dialogo con la popolazione.
Così, in Bolognina, si è aperta una voragine che è stata riempita dallo spaccio e dalla criminalità, fenomeni che si diffondono a macchia d’olio e che rendono complesso vivere la propria vita quotidiana. Ciò genera rabbia e frustrazione nei lavoratori e lavoratrici che subiscono, ogni notte, danni ai finestrini delle auto o tentativi di effrazione all’interno delle cantine, senza avere la disponibilità economica per affrontare le spese. Nelle strade l’utilizzo di droghe pesanti, prima fra tutte il crack, è diffusissimo e ciò rende fortemente instabile la vita del quartiere, senza che vengano organizzati interventi massicci per arginare il problema e rompere la condizione di subalternità che porta quasi naturalmente alcuni gruppi di individui alla dipendenza.
Ciò che il comune ha proposto come soluzione è stato l’incremento della presenza delle forze dell’ordine e dei controlli, anche grazie alla recente istituzione di “zone rosse” atte ad impedire l’accesso a “soggetti pericolosi” in zone sensibili del quartiere. Una manovra del genere non risolverà il problema, ma piuttosto ha reso ancora più tesa la situazione, con arresti continui, spesso ingiustificati e la presenza di un numero altissimo di volanti nella zona. Le forze dell’ordine non sembrano intenzionate a dialogare con la popolazione, quanto piuttosto impegnate in una caccia all’uomo destinata a non completarsi mai.

In questo contesto, il malcontento gira portando molti abitanti a radicalizzarsi su posizioni oppressive e securitarie: si richiede l’installazione di telecamere e l’incremento ulteriore del numero di agenti coinvolti nel pattugliamento delle strade, i banchetti di alcuni gruppi di destra hanno iniziato a spuntare al Mercatino Albani proponendo un presidio delle forze dell’ordine 24h su 24; è stato proposto un progetto di conversione del palazzo Acer di Via Serra in un dormitorio per degli agenti, considerata una “mossa anti-degrado” legittima. Negli ultimi mesi gruppi neofascisti hanno incrementato le loro attività nel quartiere, passando da presidi e marce a vere e proprie spedizioni punitive, tutto in nome di decenza, decoro e patria.
Queste derive radicali descrivono la Bolognina come un quartiere malato, in cui è necessario ristabilire l’ordine, appiattendo i conflitti piuttosto che comprenderli, negando qualsiasi forma di dialogo e annullando una divergenza che spaventa. Alcuni abitanti, tra cui Natalia, hanno sentito il bisogno impellente di combattere un’immagine del loro quartiere che sembra ormai imperante e così hanno deciso di organizzarsi in una assemblea in cui varie soggettività sono confluite portando nuove idee e condividendo il proprio sentire riguardo alla situazione. Il primo incontro è avvenuto con successo una sera di dicembre al Mercatino Albani; nonostante la pioggia, si sono presentate numerose persone ed è nata un’assemblea molto stimolante in cui si sono condivisi obiettivi e necessità. L’incontro successivo è avvenuto negli spazi dell’associazione “Casa del Mondo” ed è qui che Natalia ha lanciato la proposta di organizzare un carnevale resistente.
Il carnevale della tradizione dei blocos brasiliani è una festa radicalmente democratica in cui tutte le persone scendono in piazza da pari, mettendo in mostra il proprio estro attraverso la voce, la danza, performance artistiche e travestimenti che rivoltano gli equilibri politici e sociali. Infatti, il carnevale in America Latina è una festa profondamente politica, in cui l’ottimismo dei festeggiamenti si unisce alla lotta per la giustizia sociale ed i cortei, attraverso sketch teatrali con una forte componente satirica, diventano occasioni per evidenziare i conflitti e le problematicità che nel resto dell’anno passano in sordina. La proposta è accolta e, con meno di un mese di anticipo, l’assemblea inizia a costruire il primo carnevale resistente della Bolognina. Si è scelto questo mezzo, dice Natalia, per attirare l’attenzione sul quartiere, far confluire nuove energie e urlare a piena voce che la Bolognina non è degrado, droga e criminalità, ma tanto altro. Si invita la gente a venire a vedere che cos’è sul serio la Bolognina, sperimentando un evento che possa ricucire il tessuto sociale attraverso la partecipazione delle varie comunità che la abitano, che la vivono e la rendono un quartiere unico e variopinto.

Il corteo è stato pensato per attraversarne i luoghi nevralgici: si passa per Via Fioravanti (sede del’ex XM24), Via de’Carracci (sede della casa comune omonima e troppo spesso minacciata di sgombero), Via di Vincenzo e Piazza dell’Unità (centro del quartiere da cui sono partite varie manifestazioni). L’intenzione è di ripensare questi spazi, risignificarli nel controimmaginario che il carnevale ha la volontà di creare; per questo Natalia ci tiene a sostenere che non si tratta di un “carnevale militante”, non ci sono striscioni o una visione politica unitaria, proprio perché l’obiettivo è mettere assieme realtà diverse, superando le scissioni che sono quasi un’identità per il panorama politico bolognese.
La proposta di Natalia e dell’assemblea è da esempio non solo per il panorama cittadino, ma per l’intero paese. Nel contesto sempre più repressivo in cui ci troviamo è fondamentale organizzarsi dal basso per riflettere assieme, condividere la nostra visione del mondo e costruirne una collettiva che si sleghi dalla narrazione ascendente e onnicomprensiva che tutti i giorni ci viene proposta come necessaria. Il carnevale è la risposta a chi vorrebbe un quartiere militarizzato, omogeneo ed ingrigito. Quella Bolognina che sceglie di (r)esistere, insieme ai collettivi, le scuole, le associazioni, gli spazi e le comunità che hanno partecipato alla costruzione di questo evento, ci insegna ad urlare e danzare di fronte a chi rende le nostre città campi di battaglia, ci rende capaci di avvicinarci alla radicalità dei nostri problemi quotidiani piuttosto che cedere al superficiale interventismo di chi vorrebbe sradicare i sintomi di una brutta malattia. La Bolognina e i nostri quartieri non sono malati, non chiedono di essere curati, ma di essere visti, osservati e partecipati con ottimismo e spensieratezza.
di Mattia Paratore




