Ci sono libri che invecchiano male e libri che invecchiano bene. La biografia romanzata di Eduard Limonov è stata scritta nel 2011, un periodo storico di passaggio che l’autore, Emmanuel Carrère, ha saputo riconoscere con lungimiranza: oggi possiamo dire che “Limonov” è invecchiato addirittura meglio dello stesso protagonista, deceduto nel 2020.

Tredici anni fa Vladimir Putin si ritrova primo ministro dopo due mandati; la carica di presidente è affidata al suo lacché Dmitrij Medvedev,1 la guerra in Donbass è alle porte (scoppierà tre anni più tardi), mentre l’intera Europa dell’Est si lecca le ferite dopo vent’anni di privatizzazioni sfrenate, guerre, rivolte e movimenti nazionalisti in cerca d’identità. Un punto di vista privilegiato, quello del 2011, per gettare un’occhiata su ciò che si può dichiarare concluso e ciò che invece sta sorgendo al suo posto, a est del muro. Carrère, figlio di Hélène Carrère d’Encausse – specializzata in storia della Russia, divenuta celebre in ambito accademico dopo aver previsto, in un momento in cui nessuno la riteneva un’ipotesi plausibile, la disgregazione della federazione sovietica – ha scelto quindi di condurre una lunga e accurata ricerca giornalistica sul personaggio realmente esistito di Eduard Limonov.

Costui ha vissuto una vita talmente frenetica, eclettica e fuori di testa che uno scrittore del calibro di Carrère non ha impiegato meno di 480 pagine per raccontarla: noi ci limiteremo a dire che nell’immediato dopoguerra viene cresciuto da un ufficiale del NKVD (polizia politica antenata del KGB) e da sua moglie in un paesino dell’Ucraina rurale a pochi chilometri da Kharkov, sul bordo dello stesso confine russo-ucraino su cui oggi i popoli fratelli si bombardano a vicenda. Quando muore Stalin, Limonov ha dieci anni e piange come tutti gli altri: il padre della nazione viene ricordato per la sua lealtà, per la miracolosa industrializzazione dell’URSS e per i discorsi alla radio durante gli assalti tedeschi, in grado di confortare e incoraggiare il popolo russo alla Resistenza.2

Negli anni Sessanta, Limonov si perde nella microcriminalità e nella delinquenza adolescenziale, vive il trauma dell’ospedale psichiatrico come forma punitiva; grazie al suo talento con le poesie riesce tuttavia a trasferirsi a Mosca, dove sopravvive rattoppando e cucendo vestiti. Frequenta la scena underground sovietica sotto Brejnev, composta da artisti e intellettuali dissidenti per i quali la censura o l’incarcerazione rappresentano la fine più eroica. Emigra negli Stati Uniti. A Manhattan vive la duplice esperienza del vagabondaggio nei parchi, in quanto clochard senza denaro né prospettive, e del mecenatismo dei salotti borghesi nell’upper-class new-yorkese, in quanto scrittore russo dal fascino esotico. Finisce a Parigi, dove la sua predisposizione per lo scandalo e per l’opinione scomoda trova terreno fertile e la sua produzione incontra finalmente il successo letterario. Più tardi si arruola nelle guerre dei Balcani, schierato a fianco di milizie serbo-bosniache moralmente dubbie come le “Tigri di Arkan”o le forze dell’ex presidente Radovan Karadžić, criminale di guerra in seguito accusato di genocidio. Prende parte a un tentato golpe militare nella Russia post-comunista per deporre il presidente Michail Gorbačëv, il Putsch di agosto 1991; finisce in prigione, poi fonda un partito di giovani disperati insieme al campione mondiale di scacchi Gerry Kasparov, il Partito Nazional Bolscevico, e porta avanti una strenua battaglia contro l’ascesa di Putin fino alla contemporaneità.

Ma questo riassunto confusionario non dice granché né di Limonov né del libro, in cui le vicende personali s’intrecciano al disegno della Storia con la S maiuscola: un equilibrio che Carrère riesce a gestire con maestria, aiutato dal suo punto di vista in prima persona e dalla diversificazione delle fonti nei passaggi più delicati. Lo scrittore francese sceglie d’inserirsi nella narrazione sotto forma di alter-ego di Limonov, ricercando un contrasto che risulti prolifico per la comprensione dell’antieroe russo e l’accettazione da parte del lettore del suo estremismo intransigente. Lo stratagemma narrativo permette a Carrère di dipingere la straordinarietà dell’uomo attraverso le proprie mancanze, le proprie debolezze, la propria banalità d’intellettuale occidentale moderato. Lui – e il lettore modello che si aspetta di colpire con questa biografia – è in favore della democrazia, dei diritti umani, dei compromessi, della ragionevolezza: il suo sistema di valori cozza fragorosamente con quello di un uomo che una volta, nascosto sulla cima di un grattacielo di Manhattan, puntò il fucile da caccia del miliardario per cui faceva da maggiordomo contro il segretario generale dell’ONU e rimase diversi minuti col dito sul grilletto, tentato dall’idea di lasciare un segno indelebile nella Storia. Un uomo in grado di paragonare la guerra all’eroina e di sostenere che fosse necessaria tanto quanto la pace, che si provasse un intrinseco gusto nel fare entrambe, lo yin e lo yang. Un uomo i cui idoli spaziavano da Che Guevara e la Banda Baader-Meinhof3 a Stalin e Charles Manson.

Dopo la caduta del muro, nel tentativo di reclutare sotto l’influenza della rivista Limonka i ragazzi ribelli, sfigati e un po’ punk delle sterminate province russe che sarebbero diventati futuri nasbol, nazionalbolscevichi del partito, quest’uomo scriveva: “Sei giovane. Non ti piace vivere in questo Paese di merda. Non hai voglia di diventare né un tipo ordinario, né un coglione con la fissa dei soldi, né uno sbirro. Hai lo spirito di ribellione. I tuoi eroi sono Jim Morrison, Lenin, Mishima, Baader. Be’, sei già un nasbol.”

Carrère, d’altro canto, si sente sempre in dovere di riavvicinare anche il lettore più ottuso alla figura esplosiva e rivoluzionaria di Limonov, cercando di diluire la portata sovversiva di quest’ultimo con il coinvolgimento di altre fonti, l’allargamento del lavoro giornalistico. Così come si divincola dalle strette ideologiche della situazione in Iugoslavia inserendo i nomi di Jean Rolin e Jean Hatzfeld, due reporter di guerra che si sono conquistati la fama sul campo, l’autore francese s’impegna a intervistare gli innumerevoli personaggi che hanno incrociato il proprio cammino con quello del suo protagonista, come ad esempio Zakhar Prilepine, ex nasbol ora direttore locale della Novaïa Gazeta.

Le fonti principali di Emmanuel Carrère rimangono comunque i libri stessi dello scrittore russo, per lo più autobiografici, e le lunghe interviste faccia a faccia con lui avvenute in Russia, alcune poco dopo l’omicidio della giornalista Anna Politkovskaïa e altre durante la campagna elettorale del 2008.

Un romanzo denso di avvenimenti, nomi, luoghi geografici: l’autore alterna panoramiche incalzanti ed excursus approfonditi, mentre il suo giudizio nei confronti di Limonov cerca di rimanere tanto imparziale quanto i suoi resoconti sull’Unione Sovietica, ma in entrambi i casi pecca di ammirazione e talvolta di benevolenza. Inutile soffermarsi sulla qualità del ritratto storico che emerge dal binomio Limonov-Carrère: la rabbia spiazzante e l’energia vitale del primo vengono filtrate dall’analisi acuta del secondo e man mano che ci si avvicina alla contemporaneità, la storia viva e sconveniente dell’uomo sfiora indirettamente le vicende narrate nelle prime pagine dei nostri quotidiani a partire dal 24 febbraio 2022, data in cui un uomo non troppo diverso da lui ha scelto di invadere l’Ucraina.

Non a caso, l’epigrafe all’inizio di “Limonov” appartiene proprio a quest’ultimo:

Colui che vuole restaurare il comunismo non ha testa. Colui che non lo rimpiange non ha cuore.

  • Vladimir Putin

Nella conclusione del libro, Carrère porta avanti un confronto interessante tra Limonov e Putin, scrivendo che la misera fine del primo consiste nel fare opposizione a un avversario in cui si riconosce più di quanto vorrebbe, con la sola differenza che l’altro ce l’ha fatta, è arrivato al potere, mentre lui ha giocato tutte le sue carte e ha perso. Ora i suoi alleati sono i difensori dei diritti umani e della democrazia, che per le loro intenzioni, la buona fede e la certezza assoluta con cui esportano ai selvaggi il Vero, il Bello e il Bene vengono paragonati da Limonov al colonialismo cattolico della modernità. Quanto al suo rivale, Carrère ne traccia l’ascesa, fin troppo simile a quella del nostro protagonista: padre sottoufficiale, madre donna di casa, famiglia stipata in una camera di una kommunalka,4 cresciuto nel culto della patria, della Grande Guerra vinta col sacrificio, del KGB e dell’orgoglio russo. Adolescenza indomabile, Putin si salva dalla delinquenza grazie al judo, poi s’integra agli organi istituzionali per fierezza e romanticismo, inizialmente in Germania dell’Est. Nella liberalizzazione incontrollata degli anni Novanta, l’attuale presidente si trova tra i perdenti, fa il tassista a Mosca per sbarcare il lunario; diffida della perestroïka,5 teme che la propaganda post-guerra fredda faccia di tutta l’erba un fascio, riguardo ai Goulag e ai crimini Stalin, e vive la fine dell’Impero come la più grande catastrofe del secolo – come afferma ancora oggi. Come il nostro Limonov, l’attuale presidente della Russia è freddo e rude, crede solo al diritto del più forte, al relativismo assoluto dei valori morali; preferisce fare paura che avere paura, e come Limonov detesta i piagnoni che giudicano sacra la vita umana, che si tratti di quella di 150 ostaggi al teatro della Doubrovka, dei 350 bambini massacrati alla scuola di Beslan o delle vittime della guerra in corso.

Eppure Vladimir Putin, inizialmente funzionario-fantoccio scelto da Berezovski e dagli altri oligarchi per sostituire Eltsin ed evitare il ritorno del comunismo,6 è ancora alla guida di uno degli Paesi più importanti del mondo. Può darsi che sia a causa della censura mediatica, dell’accentramento dei poteri, della disinformazione di una popolazione a cui è stato fatto – un’altra volta – il lavaggio del cervello, ma queste sono tutte spiegazioni approssimative, capziose e soprattutto occidentali. Carrère da parte sua dedica una delle ultime pagine del libro a riassumere ciò che Putin rappresenta realmente per la sua gente, un messaggio più semplice e comprensibile di qualsiasi altra analisi eurocentrica. Lo trascriviamo qua per intero:

Non si ha il diritto di dire a 150 milioni di persone che settant’anni della loro vita, della vita dei loro genitori e dei loro nonni, ciò a cui hanno creduto, ciò per cui si sono battuti e sacrificati, l’aria stessa che respiravano, tutto ciò era merda. Il comunismo ha fatto delle cose spaventose, d’accordo, ma non era la stessa cosa del nazismo. Questa equivalenza che gli intellettuali occidentali presentano ormai come scontata è un’ignominia. Il comunismo era qualcosa di grande, di eroico, di bello, qualcosa che ispirava fiducia e che donava fiducia nell’uomo. C’era dell’innocenza in esso e, nel mondo senza pietà che gli è succeduto, ciascuno lo associa confusamente alla propria infanzia e a ciò che fa commuovere quando ritornano i ricordi di quel periodo.”

In questo discorso inventato che attribuisce a Putin in maniera immaginaria, Carrère non solo mostra un’empatia innata per un fenomeno tanto politico quanto emotivo che difficilmente riusciamo a comprendere, dal lato dei vincitori e di chi crede di avere ragione, ma soprattutto riesce a inquadrare un sentimento nazionale che si può applicare anche al conflitto in corso nel Donbass e alla mentalità politica dell’intera area ex-sovietica dal disgelo a oggi. Si tratta dello smarrimento ideologico che queste popolazioni provano di fronte alla riscrittura della Storia, della loro storia.

Ed è proprio alla narrazione universale che Eduard Limonov ha sempre cercato di partecipare: il filo rosso della sua vita – e del romanzo – è dato dalla ricerca del successo inteso come chiave per cambiare il mondo. Le prime avventure letterarie, lo sbarco a Mosca, gli anni a New York e a Parigi dimostrano un’evoluzione delle sue vedute: si tratta dell’ascesa di un uomo ambizioso che ovunque vada cerca la gloria non fine a se stessa, come quella delle celebrità da lui disprezzate che abitano l’ecosistema culturale occidentale, ma strumentale al raggiungimento di altri scopi. Limonov insegue questo obiettivo con tutti i mezzi: il sesso è la scorciatoia privilegiata, le donne con cui lega garantiscono sempre posizioni, status quo, visibilità. La controcultura e la dissidenza si prestano bene, perché non serve essere famosi per essere riconosciuti come talentuosi sotto la censura, ma quando non è più sufficiente Limonov passa allo scandalo (“Il poeta russo preferisce i grandi negri”, romanzo d’esordio sulle esperienze omosessuali coi senzatetto afroamericani di New York). A Parigi l’avventuriero raggiunge la legittimità, la fama, e invece di rammollirsi e ammuffire in qualche salotto letterario si arruola in Serbia, poi torna in Russia e fonda un partito, affronta la prigione e la clandestinità: sembra rincorrere sempre qualcosa, e questo qualcosa forse non è altro che il cambiamento, la voglia di agire e superare i propri limiti.

La chiave di lettura per comprendere il suo percorso non è infine la politica, non riguarda nemmeno l’arte o la letteratura: la sua visione del mondo è più che mai esistenziale, lo porta a dividere l’umanità in forti e deboli, vincitori e falliti, stelle irraggiungibili e plebaglia, e Limonov trascorre tutta la vita nell’angoscia di appartenere inevitabilmente al secondo gruppo. Questa visione si rintraccia nella competitività che lo lega ai colleghi e nella mancanza di stima che prova per ciascuno di loro: dal poeta svenduto all’America Joseph Brodksy, insignito del Premio Nobel nel 1987, al martire Aleksandr Solženicyn, che passò la vita a denunciare gli orrori avvenuti nei campi di lavoro forzato di cui fu vittima – secondo Carrère, il suo mastodontico saggio “Arcipelago Gulag” fu una scossa che colpì profondamente la reputazione dell’Unione Sovietica nel mondo – passando per Venedikt Erofeev, VIP dall’atteggiamento vagamente punk che bazzicò a lungo gli ambienti underground moscoviti, fino ad Arsenij Tarkovskij, poeta di cui Limonov frequentò i seminari e padre del più famoso regista Andrej Tarkovskij… Nessuno si salva dal suo sarcasmo distruttivo. Viceversa, malgrado il generale svilimento degli artisti occidentali, l’uomo riconosce a Andy Warhol, Allen Ginsberg o Lawrence Ferlinghetti di essere riusciti a fare la differenza, di essersi resi indimenticabili. Indicativa a tal proposito è una scena dove un suo amico pittore tenta il suicidio, in preda a un attacco di depressione causato dalla convinzione di essere un artista mediocre: Limonov, di cui Carrère esalta più volte le insospettabilli doti umane, corre in suo soccorso e trascorre la notte a discutere con lui per distoglierlo da quell’idea ossessiva, ma non nega che al suo posto avrebbe fatto lo stesso.

È forse proprio questa volontà di potenza, questa radicale tensione tra la creazione e la distruzione di un fanciullo impulsivo, che rende unica la sua folle vita e, in conclusione, permette al lettore di scoprirlo per gradi, passando dall’ammirazione alla comprensione, fino alla compassione. Perché se scrivere la sua vita non dev’essere stato facile per Emmanuel Carrère, ancora meno dev’essere stato viverla in prima persona, con tutti gli alti e bassi che possa aver comportato. Per citare il diretto interessato: “Io faccio parte di quelle persone che non sono perdute da nessuna parte. Vado verso gli altri, gli altri vanno verso di me. Le cose si mettono al loro posto naturalmente.

Costantino Bovina

  1. La Costituzione russa impedisce di candidarsi per più di due mandati di fila. ↩︎
  2. Ricordiamo che il sacrificio compiuto sul fronte orientale equivale a venti milioni di vite, secondo gli storici più attendibili. Inutile dire che qualsiasi altra narrazione del conflitto mondiale, compreso il dramma dell’Olocausto a noi così emotivamente vicino, esce ridimensionato dalla percezione sovietica. ↩︎
  3. Come veniva chiamata dai media la RAF, la Frazione dell’Armata Rossa, fino alla morte del fondatore Baader nel 1977. A seconda di chi racconta, si trattava di un gruppo terroristico che commise rapine e attentati, oppure di una guerriglia urbana comunista e anti-imperialista impegnata nella resistenza armata in Germania Ovest. Per chi volesse approfondire, consigliato l’ottimo film “Der Baader Meinhof Komplex”. ↩︎
  4. Tipo di abitazione sovietico in cui alcune stanze sono in comune. Le prime nacquero dalla suddivisione dei palazzi zaristi a opera di Lenin. ↩︎
  5. Autosabotaggio con cui il presidente Michail Gorbačëv, per mezzo di una serie di riforme politico-sociali di cui perse il controllo, portò alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. ↩︎
  6. Dopo neanche dieci anni di sregolatezza economica, ingiustizie, diseguaglianze in aumento spropositato, carenza alimentare e altre conseguenze funeste della liberalizzazione sfrenata del mercato, il popolo russo si apprestava a votare in massa per il Partito Comunista: Carrère racconta che nel 1995 al summit di Davos, dove s’incontrano i super-ricchi del pianeta, Berezovski riunì i sei oligarchi più potenti della Russia e propose loro di agire insieme per fare rieleggere Eltsin. L’apparato mediatico si attivò e l’elezione ampiamente truccata rimise la marionetta filo-democratica al suo posto, permettendo ai ricchi di continuare ad arricchirsi e al resto della popolazione di fare i conti con il saccheggio del proprio Paese. Terminato anche il secondo mandato di Eltsin, il problema si ripresentò e Putin, ufficiale leale e ossequioso, venne presentato dal miliardario Berezovski come una soluzione. Per essere sicuri che fosse eletto, una piccola guerra era quantomeno necessaria e nel 1999 una serie di attentati in Cecenia offrì – guarda a caso – l’occasione ideale. La conclusione della favola è che il neo-presidente si rivelò una vera e propria macchina da guerra e una volta preso il potere non lo lasciò più, sgominando invece uno a uno tutti quelli che l’avevano incoronato re. ↩︎

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