
Buffo utilizzare il concetto di crisi per descrivere una situazione che si ripete periodicamente, limitandosi a mutare faccia. In pratica le fantasie masturbatorie cambiano, ma il gesto automatico e ripetitivo rimane lo stesso: può trattarsi di una crisi sanitaria globale come quella del 2020, di una crisi umanitaria come il conflitto del Donbass, di cui l’Occidente ha iniziato ad avere bisogno solo a partire dal 2022, o della crisi israelo-palestinese, a sua volta divenuta oggetto di autoerotismo qualche anno dopo il suo inizio – in particolare una settantina, l’inizio dell’apartheid israeliano risale al 1948 – si potrebbe dire con il feticcio nato dall’operazione del 7 ottobre 2023. I momenti di crisi lasciano un ampio margine di manovra per ritrovare una propria identità occidentale o, ultimamente sempre più spesso, per imporla: la masturbazione sulla guerra è un sintomo della nostra fragilità strutturale.
Gli esperti affermano che solitamente il sesso con se stessi può essere considerato come un “mezzo per prendere confidenza con i cambiamenti del proprio corpo e acquisire familiarità e coscienza di sé”. Dunque l’Occidente non esita a prendere confidenza con il proprio passato recente – non a caso, le due guerre più grandi della storia – e con l’Altro: una confidenza che si salda nel metallo di cingolati e bombardieri. L’oggettificazione delle rivendicazioni e delle esigenze dell’Altro diventa ciò che permette il vero rilascio di dopamina: una volta riconosciuto l’esterno come un pericolo o una conquista, l’Occidente ritrova la propria identità coloniale e con essa la soddisfazione di una bussola morale che mostri i buoni e i cattivi. Da un lato chi vuole mantenere le cose così come stanno può rallegrarsi di essere ancora una volta, guarda caso, dalla parte della ragione, che si tratti di esportare democrazia e benessere americano nel mondo o di salvaguardare la pace nel proprio giardino europeo, sconfiggendo tiranni orientali e terroristi arabi senza scrupoli. Non c’è nulla di meglio di un conflitto per sentirsi nel giusto e dare una dimostrazione della propria coscienza pulita. Dall’altro lato, chi vuole cambiare le cose non è da meno e compie una masturbazione sulla propria fiera denuncia, ancora convinto che la guerra possa funzionare come acceleratore sociale, nel peggiore dei casi oggettificando a sua volta le lotte altrui. L’intero Occidente si masturba sulle crisi che lo circondano, sulla certezza di risolverle attraverso i bombardamenti che finanzia o mette in atto, sul proprio bisogno di alimentarne le conseguenze repressive per mantenere il controllo.
D’altronde, la metafora della guerra è stata utilizzata anche per affrontare il Covid-19: è comoda per imporre uno stato di eccezionalità, identifica un nemico comune e ben rappresenta l’atteggiamento bellicoso con cui la realtà vigente è disposta a lottare per rimanere tale. È noto che l’atto della masturbazione favorisca un sonno migliore; il sonno dell’Occidente è alimentato oggi dalla censura soporifera contro il sostegno del popolo palestinese, iniettata nei mezzi di comunicazione di ogni Paese da questo lato della Storia – quello più privilegiato, fortunato o prepotente, a seconda di come la si voglia vedere – così come ieri avveniva per una guerra già in corso dal 2014 tra due popoli fratelli, l’Ucraina e la Russia, su cui è calata una coltre di menzogne all’altezza del bombardamento mediatico successivo alla caduta del muro di Berlino, mentre non c’è nemmeno bisogno di ricordare l’accentramento delle ricchezze e dei poteri avvenuto a seguito della pandemia globale dell’altroieri, durante la quale ci si masturbava sulle sventure di un altro tipo di milizie: gli operatori sanitari, gli operai costretti a lavorare nelle fabbriche rimaste aperte o i detenuti asserragliati nella quarantena delle carceri, eroi e vittime dimenticate nella ripresa del commercio.
Oltretutto, secondo alcuni la masturbazione rafforzerebbe le difese immunitarie: ciò che è certo è che le multinazionali occidentali non hanno problemi a produrre leucociti sotto forma di munizioni o di costosi vaccini da usare come arma di ricatto, compattandosi dietro una trincea quantomai proficua. La nostra storia recente ci ha insegnato che per salvarci, per difendere i principi in cui crediamo – altro ampio argomento di autoerotismo – dobbiamo stare dietro una cortina di ferro: non c’è da stupirsi che cerchiamo ancora di mantenerla in piedi con una mano mentre con l’altra… Be’, avete capito.
In fondo, il fulcro dell’autoerotismo è trovare occasioni per distrarsi dal proprio inevitabile e a tratti grottesco declino. Fortunatamente, il mondo dall’altra parte – quello subalterno, sfortunato o sottomesso, sempre a seconda di come la si voglia vedere – grazie alla lotta per la fuoriuscita dall’arretratezza economica e dalla dipendenza geopolitica in cui è stato per gran parte gettato ci dà l’opportunità di partecipare a numerosi fronti di guerra, contribuendo con la propria resistenza e le proprie rivendicazioni al nostro stesso crollo. Non a caso anche quella con la Cina è divenuta una guerra, seppur finanziaria e tecnologica per ora; qualcuno non ha esitato a puntare il dito verso Est al momento della diffusione del virus, quando è scoppiata l’ennesima “guerra” contro un caos endemico, mentre oggi assistiamo alla tensione irrisolvibile sul territorio di Taiwan. L’idea di essere in guerra esalta la passione con cui ci si professa in difesa della pace, arroccati nella certezza non solo di conoscere la soluzione del problema in questione, ma di esserne anche i legittimi proprietari e dunque i più tenuti a farlo.
Quest’ultima non è un’immagine poi così lontana dalla realtà, considerando che tutte e tre le crisi citate sono state generate, rispettivamente: da un malfunzionamento degli ingranaggi del nostro sistema e delle nostre abitudini di vita; dall’allargamento dello spazio NATO malgrado la fine della guerra fredda; dalla creazione dello Stato d’Israele da parte delle Nazioni Unite. Tutte azioni assimilabili al frugarsi nelle mutande che anticipa la masturbazione, perché là dove si dichiara guerra al caos, la pace è sinonimo di ordine. Là dove si riesce a far passare una stortura interna come un fronte esterno e un cancro sistemico inguaribile come un nemico situato altrove, ecco che la pace diventa la restaurazione di uno status quo, della calma, l’appiattimento delle esigenze in contrasto sotto il pestacarne della democrazia. È un ordine che viene mantenuto faticosamente, in cui perdono fascino persino le fantasie masturbatorie dei diritti umani o del progresso economico, e l’ombra di una lotta ancora più grande, quella contro l’estinzione, v’introduce lo spettro dell’emergenza. Emergenza è un concetto che rifiuta il feticismo quotidiano delle crisi o delle guerre, in quanto implica in sé l’urgenza di agire, impone un cambiamento immediato. Ma agire come?
Per l’Occidente, per questo vecchio impero malato che si masturba sulle migliaia di morti che produce ogni giorno, che sguazza nel sangue per la gioia di poterlo pulire e ne trae linfa vitale per reggersi in piedi, forse si tratta solo di collassare, di levarsi di torno per lasciare spazio ad altri. Farsi da parte sarebbe molto più nobile che pretendere ancora di salvare l’Altro da se stesso, ma c’è da dubitare che un continente vecchio come il Vecchio Continente faccia questa ammissione di umiltà. Sarebbe meraviglioso invece vederlo bruciare nudo nel rogo delle proprie contraddizioni, una mano ancora tra le gambe e l’altra puntata sugli spettatori della sua fine, additandoli uno a uno con un sempre più limitato repertorio di accuse. Senza dubbio un falò notevole, in cui forse finiranno più le vittime che i veri artefici di questa catapecchia marcia, ma che in ogni caso con le sue fiamme rischiarerà innumerevoli volti, volti che forse potranno finalmente alzare lo sguardo.
Costantino Bovina




