
Se “Pinocchio” fosse stato ideato da Mary Shelley, in quell’estate piovosa trascorsa al Lago di Ginevra in compagnia di Lord Byron e di suo marito, quando i tre passavano le notti a inventare storie dell’orrore, il risultato avrebbe avuto parecchio da condividere con l’ultima pellicola di Yorgos Lanthimos, “Poor things”. Tuttavia, nel mezzo di quella tempesta venne invece alla luce la prima versione di “Frankenstein; ovvero il moderno Prometeo”, e d’altro canto il nostro regista greco ha optato per l’adattamento cinematografico di un altro romanzo, scritto nel 1992 dallo scozzese Alasdair Gray, di cui ha inoltre conservato il titolo.
Ed è proprio dal titolo che bisogna partire per avere una chiave di lettura sulle vicende di Bella Baxter (Emma Stone), che tra i tanti esperimenti dello scienziato e chirurgo Godwin Baxter (Willem Dafoe), forse risulta il più azzardato tentativo di raggiungere l’autorità chiamata in causa dal suo diminutivo, “God”. Bella è infatti il cervello di un feto impiantato nel corpo della madre suicida, il cui cadavere viene recuperato in perfette condizioni tra le acque del fiume in cui si è gettata durante una gravidanza. La protagonista incarna dunque il superamento delle leggi della natura, prima tra tutte l’inevitabilità della morte, là dove la scienza gioca a fare Dio. Eppure, il giudizio morale su tale impresa è assente, sostituito da un’ironia grottesca che in un primo momento ridimensiona il ruolo dell’essere umano, messo sullo stesso piano degli altri buffi esperimenti che si aggirano per la dimora pittoresca di Baxter. Da questo punto di vista, il passo claudicante e infantile di Bella non è rappresentato in maniera differente dall’abbaiare mattutino del gallo o dal cane con la testa di anatra. Eppure, nel caso della nostra protagonista entra in gioco l’irrinunciabile dualismo cartesiano tra mente e corpo, anima e materia: la fenomenale interpretazione di Emma Stone passa proprio per l’immedesimazione in un personaggio ingabbiato in un contenitore che non gli appartiene, per la dissonanza tra identità e aspetto.
D’altronde, la storia del suo lungo viaggio per le capitali d’Europa in compagnia di un avvocato marpione (Mark Ruffalo), una serie di tappe dal tocco fiabesco e fantascientifico, non è altro che la sincronizzazione di queste due componenti inizialmente sfasate: la bambina che è in lei cresce e acquisisce coscienza, mentre l’apparenza non cambia – benché Emma Stone riesca a mostrarne visivamente l’evoluzione nei dettagli: la camminata via via più sicura, lo sguardo più disincantato e il volto, inizialmente attraversato da smorfie trasparenti ed espressivo come quello dei neonati, che si fa fermo e imperscrutabile.
Nel corso del viaggio non c’è soltanto la ricerca della propria identità, la quale diventa a sua volta formazione di una personalità, ma anche un processo di emancipazione dalle figure paternalistiche che circondano la donna: dopo la caduta dall’Eden a tratti paradossale e a tratti inquietante in cui Godwin “God” Baxter la tiene al riparo dalle insidie del mondo, Bella si rende via via più indipendente anche dalla figura di Mark Ruffalo. Il sesso, esca con cui l’uomo di mondo la rapisce e la fa sua, è anche il fattore a causa del quale finirà per perderla, nonché il mezzo di sostentamento che permette alla nostra protagonista di liberarsi a tutti gli effetti. Significativa a tal proposito è l’esperienza della prostituzione in un bordello parigino, ritratta da Lanthimos con un’acutezza ironica che da un lato smonta il ruolo maschile fino a renderlo ridicolo e innocuo, mentre dall’altro regala al mestiere più vecchio del mondo la nobiltà degna di uno strumento in grado di offrire l’autonomia a Bella e alle sue colleghe. Come viene recitato in una scena del film: “Noi siamo i nostri stessi mezzi di produzione”.
Difatti la protagonista è sì un’adolescente alla scoperta degli orgasmi e delle relazioni umane, ma al contempo rappresenta una donna già decostruita, che in un modo particolarmente rocambolesco si è prodotta da sola, partorendosi. In assenza di un’educazione sessuale e di un contatto con la società patriarcale esterna alle mura della casa in cui è cresciuta, non è in grado di concepire le convenzioni che si addicono a una “signora” avvenente: la sua ingenuità la protegge dalle pressioni sociali e la rende libera dalle inibizioni, tanto quanto la dimensione giocosa ed esplorativa del sesso permette di non subirne le conseguenze sul piano di un rapporto di potere.
Malgrado la regia cruda e a tratti perversa di Lanthimos (da cui il sesso non è certo esente, basti pensare a “Dogtooth”) faccia sì che il paragone risulti quasi ossimorico, è inevitabile non pensare a “Barbie” e all’innocenza con cui entrambe le protagoniste conoscano la brutale realtà del mondo e ridefiniscano il rapporto con l’altro sesso in maniera surreale. D’altronde, entrambe fuggono alla propria oggettificazione: Barbie dopo essersi interrogata sulla morte, Bella dopo averla sconfitta, entrambe cercano la vita, l’autodefinizione in quanto persone e non in quanto “things”, cose. Non c’è troppa differenza tra un giocattolo e un esperimento di laboratorio, in fondo: sono entrambi artefatti, merce che aspira a “creare valore”, come recita Margot Robbie nel suo finale, insomma capitale, lavoro morto, che vuole ottenere un riconoscimento come soggetto attivo. Sebbene in entrambi i casi lo stereotipo machista venga distrutto da una comicità pungente, la lotta portata avanti non è contro il genere maschile, ma contro la mercificazione del genere femminile e il mondo che inevitabilmente ne consegue; oltretutto, in tutte e due le pellicole la riproduttività è vista come la vittoria di questa sfida, il coronamento della donna in quanto vera, in quanto viva. La scena finale di Barbie è infatti una visita dal ginecologo, vale a dire l’accettazione del ciclo di vita e morte, la fuoriuscita dalle dinamiche asettiche di Barbieland, mentre nel caso di Bella l’atto sessuale e quello – non a caso asessuato – dell’auto-riproduzione sono la fonte stessa della sua indipendenza.
C’è da sottolineare che ad ogni modo “Poor Things” è ben lungi dai toni parodistici di “Barbie”: la narrazione alterna momenti cupi e drammatici, accompagnati dagli immancabili archi e dagli organi pomposi delle colonne sonore di Lanthimos, talvolta in grado di invadere la scena con una prepotenza da opera lirica, a momenti tragicomici che lasciano interdetto lo spettatore, scisso tra la tensione palpabile della situazione e la risata esasperata e nervosa che strappa la sua assurdità. Il ritmo è incalzante, grazie alla sceneggiatura di Tony McNamara – già collaboratore di Lanthimos per “La Favorita” – e alle scelte audaci dell’eccentrico regista greco, tra cui le distorsioni delle immagini con il fish-eye (un obiettivo grandangolare estremo) e l’inversione, nelle prime scene, del tipico semisimbolismo: bianco e nero = flashback e colore = presente. Quest’ultimo è solo uno dei tanti esempi con cui il film si fa beffe dello spettatore, creandone o assecondandone le aspettative per poi smentirle e imboccare tutta un’altra strada.
Nel complesso, una storia di formazione in cui argomenti ontologici ed esistenziali vengono trattati senza pesantezza, perfettamente inseriti in un racconto d’intrattenimento, qualche volta epico, qualche volta di una semplicità spiazzante, ma in ogni caso dallo stampo autoriale di un regista ancora capace di giocare con il cinema.
Costantino Bovina




