
Che senso ha raccontare una storia inventata, per parlare di un problema così orribilmente reale come la violenza poliziesca? Non sarebbe stato meglio un documentario su uno dei tanti omicidi commessi ogni anno dalle forze dell’ordine, una storia vera che avesse un impatto emotivo sugli spettatori e che permettesse loro di scandalizzarsi?
Nel finale di “Avant que les flammes ne s’éteignent”, primo lungometraggio del regista francese Mehdi Fikri traducibile con “Prima che le fiamme si spengano”, compare un annuncio: “Questo film è una fiction, ma nulla di tutto ciò che avete appena visto è finto.” Non a caso gli ultimi minuti di riprese sono dedicati a una serie di estratti documentaristici, in cui vengono mostrate numerose manifestazioni realmente avvenute in nome delle vittime della repressione di Stato: ragazzi neri o arabi assassinati e sottratti agli occhi dell’opinione pubblica.
Lo stesso Mehdi, prima di dedicarsi al cinema – co-sceneggiatura di alcune serie e il cortometraggio “Descente”, selezionato nel 2020 alla Mostra di Venezia – ha lavorato dieci anni come giornalista per L’Humanité, quotidiano socialista di riferimento del panorama mediatico francese. In quegli anni Fikri si è occupato soprattutto di polizia e giustizia, ma senza distogliere l’attenzione dalle lotte sociali e dalla politica dal basso dei quartieri popolari. Viene dunque naturale domandargli innanzitutto quanto sia biografica e autobiografica la storia di Malika, sorella di un ragazzo ucciso durante lo sgombero di un’occupazione abitativa nelle banlieues parigine. La protagonista della pellicola sceglie infatti di attivarsi politicamente quando capisce che l’omicidio non è stata una disgrazia, ma l’ennesimo caso di una violenza sistemica in grado di perpetuarsi ciclicamente.
“Non ho scelto la banlieu, è lei che mi ha scelto” esordisce il regista quando lo intervistiamo. “Sono nato e cresciuto in una città che si chiama Saint-Denis, a nord di Parigi. Quando ero giovane facevo militanza politica, prima di diventare giornalista: tutt’ora vivo nel novantatreesimo, a Aubervilliers. Quando si fa il primo film credo sia importante parlare di ciò che si conosce: io avevo voglia di filmare quell’angolo di mondo. Si dice spesso che la banlieu sia un deserto politico, un luogo dove non succede mai niente di buono: volevo dimostrare il contrario.”
Non a caso, anche i movimenti di camera durante il film rivelano un’attenzione particolare per le case popolari: c’è un piano-sequenza notevole all’arrivo di Malika (Camélia Jordana) nel palazzo in cui abita con la famiglia, dove uno scorcio della vita collettiva dell’intero condominio rende il caos e la condivisione di numerose esistenze a stretto contatto tra loro, pur senza drammi né esagerazioni grottesche. Più avanti, una veduta aerea inquadra in zoom-out il gigantesco striscione che Malika e i suoi calano dai balconi di quello stesso palazzo, protestando per il fratello assassinato e per tutti gli altri che lo hanno preceduto, in una delle scene più potenti del film. Senza dubbio, il tono della narrazione è critico: non vuole essere un film imparziale né indifferente, bensì profondamente militante. La pellicola prende una posizione netta sulle vicende raccontate, senza per questo scadere nella banalità del giudizio morale: i fatti sono sufficienti a mostrare il feroce senso d’ingiustizia che, insieme alla famiglia al centro della storia, divora anche lo spettatore.
“Di sicuro so che ci sono tanta rabbia e indignazione relative al mio percorso e al mio strato sociale, e che talvolta queste emozioni si esprimono nel mio lavoro” ammette Fikri. “Tutto ciò che facciamo porta con sé la nostra storia, parla per noi. Chiaramente c’è una dimensione emotiva, di collera e anche di tristezza: penso che la prima a volte sia un’emozione-rifugio per non guardare in faccia la seconda. Ma per quanto mi riguarda, sono stato formato al pensiero critico, che sia nella sociologia o nella politica: mi sono creato uno sguardo sul mondo per cercare di comprenderne le strutture e le sovrastrutture, uno sguardo che tutt’ora mi condiziona parecchio.
Quando sono diventato giornalista è stato un momento super-importante per me, mi ha educato a leggere la realtà. Io venivo dai quartieri popolari ma avevo fatto dei buoni studi; eppure, quando ho cominciato a lavorare per l’Humanité sapevo che non ero ancora politicamente autonomo. Negli ambienti di sinistra, equivale a una preparazione sufficiente a livello intellettuale per farsi davvero un parere sulle cose. Per me quel momento è arrivato tra i 28 e i 30 anni, alla fine degli anni Duemila, quando ho cominciato a leggere parecchi saggi: soprattutto roba marxista e in seguito studi post-coloniali, il pensiero anti-razzista e l’intersezionalità. Tutto ciò è ripreso nel film: in una scena si vede che Malika legge James Baldwin, “Une Colère noire” di Ta-Nehisi Coates, eccetera… Quindi il risultato è sia un’emozione che una riflessione: è uno sfogo di rabbia ma anche un film politico – con tutte le difficoltà che implica farlo nell’epoca contemporanea, perché a quanto pare non si può più parlare di politica.”
La pellicola arriva in un momento delicato per il Paese: il Parlamento ha appena approvato una riforma sull’immigrazione molto contestata, a causa della sua deriva destrorsa. È stata definita da numerose associazioni «la legge più regressiva degli ultimi 40 anni per i diritti e le condizioni di vita delle persone straniere, comprese quelle che si trovano da tempo in Francia» mentre il partito di estrema destra Rassemblement National la considera «una vittoria ideologica». La legge porta il marchio del dibattito pubblico degli ultimi anni, incentrato soltanto sul tema dell’immigrazione e proteso sempre più verso tendenze xenofobe e islamofobiche.
“Io sono a favore dell’intersezionalità e penso che sia importante riconoscere i collegamenti tra le questioni di classe, di razza e di genere, così come la solidarietà tra le varie lotte” afferma Fikri. “Essere militanti antirazzisti coerenti significa anche essere antisessisti e viceversa, ma allo stesso tempo la Francia sta attraversando un momento storico in cui nessun’altra battaglia sociale è paragonabile, per livello di ossessione e di violenza fascista, alla questione araba. Al giorno d’oggi, la questione dei neri, degli arabi e dell’islamofobia è il punto centrale della vita politica francese. Per dirla superficialmente e brutalmente – ma in fondo anche il soggetto stesso è superficiale e brutale – la differenza tra partiti di sinistra e partiti di destra è tra chi è pro-arabi e chi è contro gli arabi. Ad esempio Marine LePen, il principale volto dell’estrema destra francese, si vede rubare i voti da Zimour, grazie al fatto che quest’ultimo ne duplica il razzismo intollerante.” Fikri si scalda, poi ritorna analitico: “La questione della violenza della polizia è chiaramente interna a questa. A tal proposito, un’immagine d’archivio importante è quella di Rémi Fraisse1: in suo nome viene portata avanti una lotta politica necessaria e legittima, ma non è come le altre in quanto Rémi è bianco. Non è la stessa cosa di Nahel,2 ad esempio, dove c’è un tentativo di criminalizzazione avvolto da menzogne razziste a cui la gente finisce per credere. Fin troppo spesso la riflessione sulla violenza poliziesca subisce una semplificazione estrema: mi è capitato di partecipare a dibattiti in cui si parlava soltanto dell’aggressività dei singoli poliziotti, ma così si perde la vera radice del problema, che è sociale. L’esempio che faccio sempre è: immagina se tuo fratello muore all’ospedale durante un’operazione d’appendicite. Nell’ambito dello svolgimento di un servizio pubblico, un funzionario di Stato ti uccide per sbaglio il fratello. Immagina che l’intero apparato sanitario cerchi di coprire il caso mentre tu vuoi solo giustizia e verità. Perché è questo che si cerca quando la polizia uccide una persona, la verità su com’è morto e la giustizia che ne consegue. Bada bene, non una giustizia d’eccezione, non una giustizia “anti-sbirro”: solo la banalissima giustizia.
Ciò che è davvero assurdo dell’estrema destra è che non ha programmi economici, non ha programmi nazionali, non ha che una cosa: la violenza politica. Il messaggio che manda, con la difesa a priori delle forze dell’ordine, è proprio questo: “Per impedire che i neri e gli arabi occupino gli spazi pubblici, ogni tanto è ok ucciderne qualcuno. Non è un errore, quindi non verrà punito.” L’ostinazione nel difendere crimini simili attraverso le menzogne e la criminalizzazione, ovvero quell’accanimento istituzionale verso le famiglie della vittima che risulta ancora più frustrante dell’omicidio stesso, deriva da questo tentativo di conservazione dello spazio pubblico, che deve rimanere incontaminato.
Io nel film non mostro la morte della vittima né il responsabile, perché il poliziotto aggressivo non è affatto ciò che mi interessa. Poteva essere il poliziotto più gentile del suo commissariato e può darsi che abbia solo commesso un errore, non è quella la questione! Il punto è tutta la macchina che in seguito si mette in moto per coprire il crimine, ed è quello che genera la violenza… Perché significa che in fondo non c’è niente di male nell’uccidere uno di noi.”
“Ci tengo a specificare che non è un biopic” continua poi Mehdi. “La critica di estrema destra ci vuole usare per attaccare il Comité vérité et justice pour Adama3, sta dicendo che il mio è un biopic di Assa Traoré ed è imbarazzante affermare una cosa simile. È una maniera di dire che non siamo in grado di fare nient’altro al di fuori di ciò che esiste realmente; è voler ridurre tutte le nostre intenzioni ed è doppiamente meschino dato che all’inverso utilizzano quel caso, non ancora concluso, per colpire il nostro film. È un approccio estremamente perverso.
Ad ogni modo, nella storia ci sono elementi che provengono da molti casi differenti: nessuna delle scene è presa da qualcuno nello specifico. Mi spiego meglio: c’è un momento in cui la famiglia scatta di nascosto delle foto del corpo martoriato, all’obitorio, per poter avere delle prove degli abusi subiti la notte del decesso. È una faccenda per la quale mi sono ispirato alla morte di Wissam El Yamni4, ma quando ho fatto una presentazione del film con il fratello Farid, abbiamo parlato del fatto che la loro non è la sola famiglia ad averlo fatto.
Vogliamo parlare del caso Traoré, uno di quelli che ha fatto più scandalo? La repressione che si è abbattutta su Assa Traoré è una cosa che mi ha scosso profondamente, ma non è stata l’unica volta: quella che cala sulle famiglie e sugli amici della vittima è una coltre brutale di menzogne e depistamenti. Analogo è il caso di Ale Seri, un ragazzo morto ad Argenteuil alla fine degli anni Duemila: la lotta portata avanti era, ancor prima della condanna degli agenti, per forzare la procura a trattare il caso durante la fase istruttoria, ovvero lo stato d’inchiesta preliminare in cui la procedura rimane segreta e, soprattutto, viene permesso al procuratore di polizia di tenere l’affare in sospeso. Il Comité Ale Seri si è battuto per ottenere un giudice istruttore: ciò è presente nel mio film, ma anche in tanti altri casi simili.
D’altra parte, nel quadro di un’interpellanza giudiziaria gli elementi di una “morte fantasma” sono sempre gli stessi: è un ciclo ed è sistemico. Si riproduce ogni volta nella stessa maniera, io ho solo creato una famiglia fittizia dentro questo circolo vizioso. Ciò che è completamente finto, e quindi più “mio” in quanto sceneggiatore, sono proprio le dinamiche all’interno della famiglia della vittima. Mi premeva parlare di quanto possa essere traumatico il rimosso familiare, di come reagiscono diversamente le persone, di fronte a un evento così distruttivo. Per fare questo avevo bisogno di scavare fino in fondo: di personaggi di finzione che portassero a galla i loro traumi, la loro parte più oscura. È buffo perché la critica di estrema destra mi definisce manicheo, quando mi pare che questa famiglia sia tutto tranne che manichea… Ciascuno ha le proprie ombre, ha le proprie colpe sulle spalle.
Oltretutto, mi piaceva l’idea di mostrare una famiglia di arabi, tutti intorno ai 30 anni, dove nessuno è ai servizi sociali: una sorella con un business, un fratello maggiore che lavora e che ha la tipa bianca, un’altra sorella che parte per fare degli studi in una grande città… Volevo mostrare la diversità. È una cosa che ho detto anche a Camélia (l’attrice che interpreta la protagonista) quando lavoravamo: devi recitare la parte della mente che sta dietro tutta la faccenda. Malika deve prendersi tutto: volevo avere dei personaggi di colore, neri o arabi, che imparano e soprattutto che agiscono. Noi, gli arabi in Francia, siamo ridotti all’impotenza, all’ignoranza, all’incapacità, alla disperazione, mentre io avevo l’esigenza di trasmettere tutto l’opposto: un film sull’apprendimento, sul percorso formativo che ci spinge ad agire.”
“Avant que les flammes ne s’éteignent” si afferma quindi come storia esemplare della violenza, una violenza che non riguarda solo l’omicidio di Stato in sé, ma anche la criminalizzazione e la colpevolizzazione della vittima a posteriori. È una storia inventata che racchiude in sé tutte le altre, fin troppo reali: guardandola con occhio italiano, è impossibile non fare il paragone con il recente caso nostrano di violenza strutturale, il femminicidio della ventiduenne Giulia Cecchettin per mano del suo fidanzato. La dinamica è infatti molto simile: la sorella della vittima, Elena Cecchettin, denuncia la natura patriarcale dell’avvenimento, portando la tragedia personale su un piano politico e invitando l’intera società a fronteggiare i propri errori, le proprie mancanze, le proprie deformazioni, proprio come Malika, la protagonista del film.
Proprio come, ancora una volta, nei casi di stupro la ragazza non è mai abbastanza vestita, o è troppo ubriaca, o se l’è comunque cercata in qualche maniera, quando la polizia commette l’ennesimo abuso la prima cosa che si cerca non è il numero identificativo o i trascorsi dell’agente colpevole, ma le tracce di alcol o sostanze stupefacenti nel sangue del ragazzo ucciso. Tuttavia, proprio la capacità dei familiari di compiere questo salto, dal personale al collettivo, dal lutto alla lotta, permette di portare alla luce la verità. Nel caso di Malika, la mobilitazione politica ha infatti un effetto terapeutico: quando si convince ad ascoltare i consigli di un vecchio militante di collettivo, la ragazza ricomincia a mangiare, ritrova le forze per andare avanti e soprattutto una motivazione.
“La dimensione terapeutica della militanza politica è qualcosa a cui credo davvero” conferma Fikri. “All’inizio, serve a comprendere e a nominare le cose con il loro nome. In psicologia, quando si è vittima di un abuso, nominare le cose e riconoscere clinicamente ciò che è successo è qualcosa che allevia il dolore, sottopone le emozioni a un occhio scientifico. Quando si è vittime della società è lo stesso: bisogna nominare precisamente le dinamiche che sono andate storte, la loro disfunzionalità. C’è qualcosa di estremamente violento nell’essere aggrediti dallo Stato, dall’entità che sostiene di proteggerci. Lo Stato è la nostra proiezione organizzativa, in quanto società e collettività: è davvero difficile immaginare il livello di terrore profondo e intimo che si può raggiungere quando si è attaccati da esso, per non parlare della perdita di fiducia… Non a caso, quando le istituzioni vengono a raccontare ciò che è successo alle famiglie, la loro prima reazione di solito è credere a quello che gli viene detto: questo fa capire fino a che livello profondo vengono sradicate le loro certezze.
Quindi sì, usare le parole giuste e comprendere la dinamica è fondamentale. Storicamente, anche tra gli operai avvenne un momento di passaggio, quello che Marx chiamò dalla “classe in sé” alla “classe per sé”: il momento di liberazione in cui una classe realizza i propri interessi in quanto classe. Sono alienato, il lavoro mi aliena, a causa di ciò. Identificare le cause e i colpevoli, capisci? Per una donna invece si tratta di comprendere che le dinamiche sessiste, presenti ovunque nella società, si riprodurranno sistematicamente anche all’interno della propria coppia. Il percorso di politicizzazione è fondamentale per l’azione: è ciò che ci mette in movimento, che ci permette di fare delle cose, di rigiocare persino alcune partite. Su Mediapart – sito d’informazione francese – c’era una citazione di Daniel Bensaïd, un filosofo della LCR – Ligue Communiste Française. Bensaïd parla dei fallimenti dei rivoluzionari negli anni Settanta-Ottanta-Novanta, e dice: “Certo, abbiamo avuto più feste rovinate che mattine trionfanti. Ma a forza di perserverare, abbiamo guadagnato il prezioso diritto di ricominciare.”
Ed è anche vero che questa prospettiva di cambiamento è qualcosa che permette di riunire degli obiettivi. C’è molto materialismo in tutto ciò, ma anche molta spiritualità; io credo molto nel detto: “È il cammino che conta, più del punto d’arrivo.”
(SPOILER ALERT) Se ci fai caso, anche la struttura del film segue questa filosofia: io finisco di narrare la lotta nella sua prima fase. Non arrivo alla fine del processo, dieci o cinquant’anni dopo. La mia storia riguarda l’avvio, quella scintilla che trasforma il nulla assoluto in un caso giudiziario. Il punto d’arrivo è un giudice che dice: “Ok, forse era un omicidio volontario, lanciamo un’istruzione.” T’immagini? Tutto quello che succede in due ore di film solo per fare arrivare il fascicolo sulla scrivania di un giudice: è sintomatico della fatica che fanno queste famiglie a ottenere dei risultati.”
L’ultima domanda dell’intervista l’abbiamo dedicata alla rappresentazione delle forze dell’ordine: ogni personaggio del film vi si relaziona in maniera estremamente tesa. Si percepiscono paura e insicurezza in ogni scena in cui sono presenti dei poliziotti e la sensazione è quella di aver bisogno di protezione da loro, più che della loro protezione. In chiusura, chiediamo a Mehdi se ci siano stati dei problemi o dei tentativi di manipolazione mediatica, durante la realizzazione del film, a causa di questa raffigurazione negativa.
“Le difficoltà sono arrivate soprattutto dopo l’uscita nelle sale” ha risposto il regista. “Abbiamo ricevuto una campagna di denigrazione molto forte da parte dell’estrema destra: una campagna razzista che non vuole che raccontiamo la nostra storia. Sono stato intervistato da gente che non aveva nemmeno visto il film, tra l’altro… Il clima è molto degradato e l’estrema destra minaccia l’integrità e l’integralità del cinema francese: vogliono distinguere tra le storie che si ha il diritto di raccontare e quelle che non si ha il diritto di raccontare. Gli attacchi sono molto violenti, colpiscono dove possono per tentare di far indietreggiare ovunque il pensiero di sinistra. Tu sei italiano, quindi ti cito Gramsci e ti dico che i fascisti hanno capito l’egemonia culturale molto meglio di noi: stanno vincendo la battaglia delle idee, e malgrado l’estrema destra sia minoritaria, c’è una grande massa colpita dall’apatia, dall’insensibilità e dalla crudeltà.
È un fenomeno generato anche dalla crisi economica, d’accordo, ma per me non è una spiegazione sufficiente: non è possibile avere ancora così paura nel 2023, con tutte le connessioni globali che abbiamo, non è possibile sentirsi ancora minacciati tutto il tempo dagli stranieri. Se guardiamo all’Inghilterra, solo il 4% dei poliziotti è armato, il 10% a Londra. In Unione Europea invece c’è una battaglia in corso per normalizzare questa violenza, e certi sentimenti collettivi danneggiano tutti, Baldwin ha scritto delle righe molto belle su questo: questo odio è la morte dell’anima di tutti i francesi. Anche Angela Davis ha detto una cosa interessante, lei nello specifico parlava di donne nere ma penso che si possa estendere anche agli altri casi: “Stanotte verranno ad attaccare noi, ma se non fate niente, domattina arriveranno per voi.”
Io per quel che mi riguarda sono molto fiero di aver fatto questo film, sono fiero di aver lavorato con gli attori e con la produzione, di aver portato sul grande schermo il coraggio delle nostre idee. La potenza del cinema è la capacità di fornire una connessione emotiva e ontologica con una realtà che non è la nostra: ciò che permette un “turismo identitario” nell’Altro. “Avant que les flammes ne s’éteignent” non è altro che un mattoncino nella costruzione di una speranza collettiva, il racconto della nascita di un mito politico dentro un quartiere popolare.”
Costantino Bovina
1 Militante ecologista ucciso nel 2014 da una granata lanciata da un poliziotto durante una manifestazione, all’età di 21 anni. Rémi si trovava in un gruppo di manifestanti pacifisti, ma le autorità hanno cercato di insabbiare il caso raccontando di molotov e situazioni ad alto rischio. Ancora nel 2021, dopo numerose inchieste pubbliche e private, un tribunale amministrativo riconosce lo Stato francese “responsabile ma non colpevole” della sua morte.
2 Nahel Merzouk, un adolescente franco-algerino di 17 anni assassinato a bruciapelo dalla pallottola di un agente durante un controllo di routine, il 27 giugno 2023. La versione iniziale delle forze dell’ordine è che il ragazzo abbia rifiutato la perquisizione e si sia gettato sull’agente, ma è stata smentita da diversi video e testimonianze dell’accaduto: è in corso un’istruzione giudiziaria.
3 Comitato nato nel 2016 in seguito alla morte di Adama Traoré, un ventiquattrenne franco-maliano, sotto la custodia della polizia. Inizialmente si è tentato di insabbiare il caso dando la colpa alle sostanze stupefacenti e alle malattie cardio-respiratorie di cui soffriva Adama. In seguito alla mobilitazione politica e alle proteste del Comitato, fondato dalla sorella attivista Assa Traoré, è emersa la verità: gli agenti hanno eseguito un “placcaggio ventrale” – lo stesso che ha ucciso George Floyd – sul ragazzo, malgrado gli avvertimenti dell’amico lì presente sul suo stato di salute, e in seguito l’avrebbero lasciato morire faccia a terra in una cella, sdraiato nella sua stessa urina.”
4 Trentenne franco-marocchino morto nella notte di Capodanno tra il 2011 e il 2012, dopo essere caduto in coma a seguito del suo arresto violento. In seguito all’apertura di un caso tutt’ora irrisolto, varie autopsie sostengono cose contrastanti: arresto cardiaco dovuto all’assunzione di alcol e cocaina, o compressione della carotide da parte di un agente? Il corpo, ad ogni modo, presentava numerosi lividi ed ematomi… Dodici anni dopo, la famiglia lotta ancora per ottenere la verità.”




