
Lo schieramento delle forze dell’ordine di fronte alla metropolitana di Jean Jaurès, il luogo più attraversato e centrale della città di Tolosa, sembra rallentare il traffico senza nessuna ragione. Mucchi di poliziotti bardati pattugliano gli ampi viali pedonali, mentre l’entrata della metro è chiusa da un nastro improvvisato e sorvegliata da quattro o cinque camionette: l’ennesima inutile dimostrazione di forza dell’apparato repressivo con cui il governo francese affronta la volontà di parola dei suoi cittadini.
Tuttavia, questa volta i fucili per lanciare i lacrimogeni e le tenute antisommossa appaiono come un trambusto immotivato, considerato che di fronte alla stazione di Jean Jaurès ci sono soltanto alcune persone sparpagliate in attesa silenziosa. D’altronde la prefettura dell’Haute-Garonne, il dipartimento della regione Occitania in cui si trova Tolosa, ha vietato qualsiasi tipo di manifestazione in sostegno della causa palestinese, in virtù del fatto che i raduni potrebbero provocare “infrazioni penali” e “disordine pubblico”. Le associazioni Solidarité Palestine Toulouse e France Solidarité Palestine si sono presentate di fronte al tribunale per ottenere un ritiro della misura ideologica e incostituzionale, senza successo: l’unica giustificazione messa in piedi dalle istituzioni è stata che alcune organizzazioni sindacali hanno “delle posizioni apertamente ostili alla politica d’Israele”, un’ovvietà che non è ben chiaro come possa rappresentare una trasgressione delle regole. Forse il motivo di questa scelta inaudita ha più a che fare con il gemellaggio intrattenuto da Tolosa con Tel Aviv, la seconda città israeliana per importanza, gemellaggio che il 12 ottobre il consiglio comunale ha deliberato di voler estendere sul piano economico.
Non diversa è la situazione a Parigi, in cui un tribunale amministrativo ha negato con poche ore di anticipo il permesso per una manifestazione lanciata da numerose realtà sociali, sindacati, organizzazioni politiche e studentesche, sull’onda delle proteste avvenute il 22 ottobre, a cui avevano partecipato più di 15.000 persone nella capitale. Oggi, sabato 28 ottobre, la notizia del bombardamento più massiccio nella storia di Gaza è fresca di poche ore, così come l’annuncio dell’invasione via terra delle forze armate israeliane. Solo ieri, l’Assemblea Generale dell’ONU ha votato a favore di una risoluzione presentata dalla Giordania, che richiedeva una tregua prolungata e l’interruzione immediata dell’assedio israeliano, oltre che la creazione di corridoi umanitari per fornire servizi essenziali ai civili intrappolati nella striscia di Gaza. Israele ha votato contro, così come gli Stati Uniti, dove i grandi imprenditori dell’industria bellica e i fondi di investimento che li finanziano si sfregano le mani ogni volta che il Medio Oriente finisce in prima pagina; i guerrafondai dell’America sembrano aver già dimenticato lo scottante fallimento delle operazioni militari in Afghanistan e insistono nel voler perdere qualsiasi tipo di credibilità internazionale e geopolitica. D’altronde, buona parte dell’Unione Europea ha scelto di astenersi dalla votazione, Italia compresa, dimostrando ancora una volta la propria ipocrisia nel porsi come paladina dei diritti umani e la doppia misura dei principi morali con cui condanna o glorifica i genocidi e le guerre al di fuori dei propri confini.
Malgrado la Francia abbia invece votato a favore della tregua immediata – curiosa eccezione – ecco che sabato 28 ottobre viene soppresso il diritto di espressione di migliaia di persone, cittadini che vorrebbero scendere nelle piazze di più di venti città, chiamate in tutto il Paese, a dare il proprio sostegno ai civili bombardati, lasciati senza viveri, né acqua, né elettricità e massacrati in nome di una guerra contro il “terrorismo”, dietro la quale si nascondono le mire colonialistiche di Israele. Torniamo dunque alla metropolitana di Jean Jaurès, uno dei tanti appuntamenti che la popolazione si è data per manifestare il proprio dissenso nei confronti dei complici assassini da cui è governata. Col passare del tempo arrivano piccoli manipoli di persone: studenti e studentesse, famiglie con le borse piene di aquisti, donne col velo e alcune persone con la mascherina indosso, per non farsi catturare dagli obiettivi delle macchine fotografiche pronte a far scattare la denuncia. Tutti hanno capito che sono lì per la stessa ragione, ma nessuno osa fare il primo passo: quando un paio di studentesse provano a estrarre timidamente due cartelli che denunciano l’esorbitante numero di morti causato dai bombardamenti israeliani, la polizia interviene immediatamente. Un gruppo di energumeni in divisa le circonda con fare minaccioso, strappandogli i cartelli di mano e richiedendo i documenti, intanto che gli altri colleghi tengono a distanza il resto dei manifestanti. Un’altra ragazza prova a fare un video, ma viene immediatamente intimidita da due agenti. Lo stallo continua per qualche minuto, mentre le forze di polizia aumentano di pari passo con la gente in attesa nei dintorni, che però rimane sparpagliata e incerta sul da farsi.
A un certo punto, da un lato provengono delle urla disumane: una signora sulla sessantina si avvicina sulla sedia a rotelle gridando a squarciagola slogan di protesta, una bandiera della Palestina che le nasconde le gambe come una coperta. Arrivata nello spiazzo, la solleva e mostra due pezzi di carne martoriati da chissà quali atrocità, ricoperti di cicatrici. “Questo è quello che mi ha fatto la guerra!” Urla. “Questo è quello che sta succedendo a quella povera gente. Siamo complici di un genocidio, tutti quanti!”
Continua a parlare degli ospedali bombardati e dei bambini uccisi nelle proprie case, delle persone disperse sotto le macerie e della violenza inaudita con cui Israele porta avanti la sua vendetta, del fosforo bianco con cui ha bombardato in maniera indiscriminata in Libano e nella Striscia di Gaza, un’arma incendiaria il cui utilizzo è vietato dalla Convenzione di Ginevra a causa delle sue conseguenze devastanti a breve termine – ustioni, morte quasi certa – e a lungo termine – avvelenamento, anemia, necrosi ossea – senza preoccuparsi di colpire i civili o le milizie. L’anziana continua per un paio di minuti buoni nel silenzio più totale, un monologo di fronte a cui nemmeno i poliziotti sanno come comportarsi. Persino loro hanno qualche remora ad arrestare una signora resa invalida dalla guerra, e questo è l’ariete che permette anche agli altri manifestanti di sfondare qualsiasi barriera intimidatoria: alla fine del discorso parte un applauso enorme, un applauso che risuona per tutto il viale affollato. Subito dopo, un coro in sostegno di Gaza, e poi un altro e un altro ancora: i passanti si fermano, rimpolpando le file di chi batte le mani e protesta, mentre gli agenti cercano di intervenire senza creare troppo scalpore. Ma ormai la protesta si è compattata: spuntano bandiere palestinesi, cartelli contro Macron, denunce dell’apartheid in corso da ormai 75 anni… Tutto quello che possono fare i goffi omoni col distintivo è formare il solito cordone di contenimento e spingere il corteo giù per i viali di Jean Jaurés, ma la riconquista della libertà di parola, in un Paese che ha fatto di questo diritto il proprio asse fondante nella propria storia, non dura a lungo.
Duecento metri dopo infatti la manifestazione viene circondata da ogni lato, senza che siano concesse vie di fuga: il kettling delle forze dell’ordine viene mantenuto a oltranza, lasciando i manifestanti impotenti e chiusi in trappola, tra le file di caschi e scudi antisommossa. Pian piano, vengono prelevate singolarmente dal corteo alcune persone, le quali vengono strappate dal resto del gruppo e trascinate tra le file degli agenti. Per prime vengono isolate le ragazze con la bandiera della Palestina; poi chiunque abbia un cartello in mano; poi i pochi reduci che continuano a lanciare cori di protesta o a fare video. Alla fine tutti gli altri, nessuno escluso, in un’operazione di rastrellamento che dura ore: ognuno viene verbalizzato e multato per manifestazione non autorizzata, un’ammenda che sale a più di 130 euro. Una ragazza appena maggiorenne, una studentessa che non conosce quasi nessuno alla manifestazione, viene caricata brutalmente su un furgone e se ne perdono le tracce fino al giorno seguente, in cui viene rilasciata con l’obbligo di prestare servizio civile a pagamento. Racconta che in prigione i poliziotti non le hanno permesso di leggere interamente i suoi diritti perché era troppo lenta e che l’hanno derisa per la sua scarsa conoscenza del francese, oltre ad averla martellata con discorsi filo-israeliani e ad averla umiliata più volte psicologicamente.
Nel frattempo, diversi stranieri residenti in Francia grazie alla carta di soggiorno rischiano di essere espulsi, a causa di questa e altre manifestazioni in tutto il Paese. Durante la manifestazione di Parigi è avvenuta esattamente la stessa procedura, su scala molto più grande dato che lì si sono radunate migliaia di persone: intorno alle 19, la polizia ha paralizzato la protesta e ha tenuto in gabbia i manifestanti fino a sera, permettendo loro di uscire soltanto a prezzo di essere schedati, multati e in diversi casi arrestati. Comprensibilmente, la percentuale di partecipazione della popolazione straniera a queste manifestazioni è molto elevata, anche a causa del melting pot rappresentato dalla società francese, causato da secoli di imperialismo e colonizzazioni in Africa. Per questo motivo, il 18 ottobre l’apparato repressivo del Paese non ha tardato a mettersi all’opera: quel giorno Olivier Véran, portavoce dell’attuale governo, è uscito dal consiglio dei ministri annunciando l’arrivo di una nuova legge sull’immigrazione, la quale consentirà di espellere gli extra-comunitari anche senza che abbiano commesso un delitto o un’infrazione penale. Quale sarà allora il criterio per valutare se la violazione commessa è sufficiente a fare perdere a queste persone il diritto di soggiorno? “Il rispetto dei valori della nostra Repubblica” afferma il politico.
È chiaro che se i valori della loro Repubblica sono l’adesione a uno dei più brutali genocidi della storia contemporanea, il silenzio mediatico sui bombardamenti contro una popolazione composta per la metà da bambini e il finanziamento di armi a un Paese colonialista e oppressore che porta avanti un regime di apartheid da più di settant’anni, può darsi che l’obiettivo del signor Véran siano tutti quei cittadini, stranieri e non, a cui non va a genio la complicità della sua Repubblica con una serie di crimini che non verranno dimenticati dalla Storia.
Si dà il caso però che nonostante tutto, nonostante le misure coercitive con cui il sistema si muove su ogni piano per mettere a tacere le voci del dissenso e nonostante la violenza istituzionale con cui è represso dappertutto il pensiero critico, il 28 ottobre si siano riunite migliaia di persone a Parigi, Tolosa, Marsiglia, Montpellier, Nizza, Strasburgo, Lione e in un’altra ventina di città francesi. Si dà il caso che quello stesso giorno anche a Londra abbiano manifestato più di 350.000 persone, così come migliaia e migliaia di cittadini hanno sfilato in cortei oceanici da New York a Los Angeles, da Stoccolma a Roma, da Berlino a Copenaghen, per non parlare di tutto il mondo fuori dall’influenza del blocco NATO, in cui la condanna di Israele è pressoché unanime.
Si dà il caso inoltre che ci sia un serpeggiante desiderio di rivolta, spontanea e trasversale, verso una classe dirigente che non si fa problemi a sostenere questo o quell’altro conflitto in nome dei propri interessi economici e politici, sulla pelle delle genti palestinesi, abbandonate al proprio destino disumano. Si dà il caso, infine, che per quanto la propaganda di guerra occidentale si sforzi di difendere quella che verrà riconosciuta dai posteri come la parte del torto, le masse non si lasceranno intimidire e continueranno a rivendicare democraticamente – se ancora si può parlare di principi democratici, sempre più calpestati dagli stessi Paesi che pretendono di difenderli – il proprio diritto alla ribellione, la ribellione in nome di ciò che è giusto.
Costantino Bovina




