
Il primo presidente di sinistra nella storia della Colombia, Gustavo Petro, vuole portare a termine uno dei suoi principali obiettivi di mandato: la paz total, la pace totale con i gruppi armati rivoluzionari ancora attivi sul territorio. Dal 3 agosto sarà istituito un “cessate il fuoco” bilaterale con l’ELN, Ejército de Liberación Nacional, il movimento guerrigliero più esteso ancora in vita, in vista del quale è attiva una tregua formale dall’inizio di luglio. Allo stesso tempo, il processo di pace raggiunto con le FARC, Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, si è concluso nel 2016 a Cuba, dopo quattro anni di negoziazioni. Verrebbe da pensare che la guerriglia, dopo aver imperversato per buona parte del secolo scorso, sia destinata a tramontare insieme ai suoi ideali. Ma è davvero questo il panorama che abbiamo di fronte? È la domanda che abbiamo posto a Alexander González Toro, un sociologo colombiano che partecipò alle negoziazioni avvenute a L’Avana: le sue risposte lasciano intendere quante contraddizioni si celino sotto questa narrazione.
Per poter analizzare la situazione bisogna chiedersi perché tale fenomeno, che una volta dilagava in quasi tutti i Paesi dell’America Latina e di quella Centrale, sia sopravvissuto fino ad oggi quasi solo in Colombia. Negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del XX secolo, sull’onda di ciò che era avvenuto a Cuba, i rivoluzionari di tutto il continente si attivarono per portare avanti la lotta armata ovunque: il movimento di liberazione dei Tupamaros combatteva in Uruguay, il Frente Bolivariano in Venezuela, i contadini si ribellavano nella zona del Mato Grosso brasiliano, in alcuni momenti scoppiò la guerriglia urbana in Cile, ci fu il Sendero Luminoso in Perù, fortissimo negli anni Ottanta, e le Fuerzas Armadas Rebeldes in Guatemala, i sandinisti in Nicaragua, il Frente Farabundo Martí in Salvador… Ciascuna soggettività operava in uno scenario diverso, ma tutte erano accomunate da due cose: l’esigenza di un cambiamento radicale e l’uso della violenza per ottenerlo.
In Colombia c’era un panorama totalmente diverso: movimenti di campesinos erano sempre esistiti fin dai primi del Novecento, e sempre furono soppressi nel sangue dei massacri. Le organizzazioni che conosciamo oggi, come le FARC o l’ELN, nacquero negli anni Sessanta in ambito rurale, insediandosi nelle campagne, in mezzo ai monti, presso le comunità più isolate. Non avevano contatti con le grandi città, ma soprattutto le grandi città non avevano contatti con loro: la crescita prosperò in seno alla popolazione dimenticata dallo Stato. Portavano avanti alcune rivendicazioni e difendevano i diritti dei contadini, ma senza intenti guerriglieri, non da subito almeno. Quando l’esercito attuò la sua repressione, questi movimenti si ritirarono ancor di più nella selva, sfruttando la morfologia del territorio colombiano, che è costituito per più del 40% da foresta amazzonica e attraversato per oltre un quarto da varie catene montuose. Qui, la controffensiva del governo non aveva alcun effetto e anzi i provvedimenti produssero il risultato opposto, permettendo ai rivoluzionari di agire indisturbati in maniera clandestina.
Venne così a crearsi una sorta di Stato parallelo, un para-Stato, che riuscì ad affermarsi con una legittimazione crescente presso la popolazione civile. Moltissime delle strade secondarie e terziarie di tutta la Colombia orientale furono costruite dalla guerrilla, che si procurava i macchinari prendendoli alle ditte di costruzione e li portava nelle zone dell’entroterra per organizzare gli alloggi e i collegamenti struturali. Le famiglie più svantaggiate chiedevano di espropriare un pezzo di terreno, affinché potessero uscire dal proprio minifondo e avere una via d’accesso all’esterno. Lo sviluppo stradale di queste zone non risponde a una logica governativa, ma va a vantaggio dei contadini ai quali l’ELN consegnò percorsi in mezzo alle pianure, fino ad allora controllate dai latifondi. Un altro esempio è la giustizia, prosegue Alexander González Toro: ancora adesso molte delle dispute che avvengono nei quartieri di alcune città sono gestite dall’ELN, che agisce come un’istituzione. Quando qualcuno fa domande, si sente rispondere “preguntalo a los muchachos”, vale a dire “Chiedilo ai ragazzi.” Se c’è un problema o un regolamento di conti da sistemare, se qualcuno non paga o avvengono dei furti, la gente non va dalla polizia: va dai muchachos.
“Si dice sempre che in certe zone della Colombia lo Stato non arriva, ma non è corretto” sottolinea Alexander. “Non è quello regolare, formale, ma è fatto dai singoli gruppi, dalla guerriglia, dalle bande criminali, dai paramilitari, che vengono a sostituirne le funzioni. Lo Stato nel territorio non smette mai di esistere: solamente, non è lo Stato legalmente costituito a fare presenza, il quale viene anzi negato dal territorio stesso.”
Secondo lui, fu solo negli anni Settanta e Ottanta che i guerriglieri iniziarono ad attirare l’attenzione degli intellettuali di sinistra, degli studenti, delle classi cittadine, dove si vedeva in queste realtà la possibilità concreta di replicare la rivoluzione cubana. C’erano il movimento indigeno indipendentista che prendeva il nome dal rivoluzionario nativo Quintín Lame, le forze guevariste, l’EPL, Ejército Popular de Liberación… Una decina di movimenti guerriglieri in tutto, che coesisterono prima di essere assorbiti dentro i quattro più grandi, FARC, ELN, M-19 e EPL, di cui nel ventunesimo secolo sono attivi solo i primi due. All’epoca, ognuno manteneva la propria visione e la propria costruzione ideologica, difendendo anche cose molto diverse.
In particolare l’M-19, di cui fece parte anche l’attuale presidente Gustavo Petro, aveva un carattere molto più cittadino rispetto ai capisaldi del contesto rurale. Tutt’ora, parlando con la gente delle capitali si avverte una chiara simpatia per questo movimento, che a differenza degli altri si mobilitò con azioni di boicottaggio e disturbo nel tessuto urbano, ma senza un istoriale di morti alle proprie spalle. Capitava che sequestrassero un carico di carne surgelata o di altri alimenti a una multinazionale e lo regalassero in giro per un quartiere povero, ad esempio. Inoltre, misero a segno una serie di golpe mediatici notevoli, con i quali attirarono l’attenzione delle masse: Alexander González Toro ricorda quando rubarono più di 5000 armi ai militari della base del Cantón Norte, burlandosi del governo e dell’esercito, o quando si impossessarono della spada del liberatore nazionale Simón Bolívar, simbolo culturale importantissimo per la memoria del Paese. Furono azioni che non richiedevano grandi dispiegamenti armati, anche perché l’M-19 non aveva a disposizione gli eserciti di migliaia di unità delle FARC o dell’ELN: bastavano poche persone e molta pianificazione, senza grandi spargimenti di sangue. La gente era stanca della violenza nei territori periferici e questa organizzazione offriva una nuova modalità, una proposta meno aggressiva che attirò i movimenti sociali e intellettuali in maniera più ampia.
Così, a partire dalle montagne e dalla selva la lotta dilagò nelle città, anche grazie ai contatti con la mobilitazione universitaria che si era sviluppata nel frattempo. Alcune erano frazioni minoritarie, come il movimento maoista, ma le folle di giovani colombiani negli anni Ottanta – Novanta si spartivano principalmente in due organizzazioni. La prima si chiamava JUCO, Juventud Comunista Colombiana, ed era la linea studentesca delle FARC, tutt’ora esistente seppur frammentata. L’altra era la JRDC, Juventud Revolucionaria De Colombia, la linea che teneva l’ELN. Entrambe agivano soprattutto a livello universitario, mentre nella scuola secondaria faticò a formarsi qualcosa di efficace e duraturo.
Dal 1985-’86 si tentò il colpo definitivo: giunse l’istruzione precisa da parte dei distaccamenti nelle campagne di circondare e di prendere d’assedio le grandi città. Nel 1986 si contavano più di 17 capitali di dipartimento con “forte presenza” di FARC ed ELN. Tra l’86 e il ’90 si intensificarono sempre di più le incursioni nelle metropoli, tanto che uno dei principali mezzi di comunicazione del Paese, El Tiempo, titolò la prima pagina: “BOGOTÀ CERCADA”, in un articolo dove mostrava come la capitale del Paese fosse avvolta in un perimetro completo da tutte le forze sovversive nelle zone circostanti. Fu così che le élites colombiane, terrorizzate dalla possibillità di perdere tutti i propri possedimenti e i propri patrimoni di dubbia provenienza, andarono a bussare alla porta degli Stati Uniti, da sempre il migliore amico di dittatori, generali e oligarchi corrotti in America Latina. Improvvisamente l’esercito colombiano aveva aerei, elicotteri, truppe addestrate e tutti i nuovi tipi di tecnologie e strutture in grado di combattere i distaccamenti che stavano avanzando. Dall’altro lato il tipo di lotta sovversivo e guerrigliero non riuscì ad adattarsi a questo nuovo contesto di battaglia. Le FARC o l’ELN non ottennero mai un arsenale che potesse competere con quello dell’esercito: tutti i colpi più duri contro le strutture guerrigliere furono bombardamenti aerei, nel tentativo di evitare scontri tra fanterie. D’altronde, il napalm per stanare i ribelli era già stato testato sulle foreste del Vietnam diversi anni prima: la ricetta rimaneva la stessa. I movimenti rivoluzionari iniziarono a perdere molto potere e molti uomini nei conflitti armati. Il Plan Colombia, istituito da Clinton in via ufficiale per sconfiggere il narcotraffico, in pratica per sgominare qualsiasi tentativo di insurrezione che potesse sottrarre la Colombia all’influenza occidentale, fu istituito nel 1999, quando nel concreto andava avanti già da diversi anni: nel 1995 qualsiasi speranza di rivoluzione si era spenta, perché l’esercito aveva ripreso il controllo su gran parte del territorio.
A lato dei militari, oltretutto, fin dagli anni Ottanta i latifondisti furono autorizzati a reclutare persone per difendersi dagli espropri, creando piccoli gruppi di vendetta privata che finirono per diventare eserciti di paramilitari pesantemente armati. Si trattava di un’altra mano, ben più visibile di quella che la governava, che metteva a ferro e fuoco le comunità nei territori dove era registrata presenza di guerriglieri. I paramilitari ottennero molta libertà di movimento dai governi di destra che da sempre si sono succeduti in Colombia; collaborarono con l’esercito regolare, al punto da attribuirsi la maggior parte dei massacri di civili avvenuti durante la guerra. I loro attacchi erano catture di popolazione nei quali assassinarono moltissimi cittadini, seguendo un preciso modus operandi. Prima i militari circondavano i paesi per evitare interventi esterni, poi i paramilitari entravano dentro a saccheggiarli, protetti dalla legge (un’ottima testimonianza, seppure in spagnolo, dello stesso Alexander González Toro: qui). L’esercito diventava così una forza di contenimento posta tra la guerriglia e i paramilitari, che nel frattempo si vendicavano in ogni modo possibile contro la popolazione civile.
“Arrivavano e iniziavano a segnalare e a uccidere, a segnalare e a uccidere, e via così, ammazzando otto, dieci, quindici, venti persone alla volta. Si iniziò a parlarne a livello internazionale: le cifre attiravano l’opinione pubblica. Il numero minimo e arbitrario per definire un massacro era di sette persone… Poi calò a tre, e cambiarono anche le modalità di sparizione. Non ammazzavano più di tre persone nello stesso luogo: se li portavano dietro e li facevano fuori in posti diversi. In un primo momento era tutto legittimo da parte loro, mentre in un secondo momento, con tanti occhi che guardavano alla Colombia, l’attacco si fece selettivo.”
Era l’inizio del Plan Pistola, l’altro grande piano che contribuì a sopprimere la guerriglia armata.
“I ragazzi vanno a una fincha e uccidono il contadino che è il leader comunitario, oppure vanno in una scuola e ammazzano il professore che è il leader sociale, oppure ammazzano gli studenti, però sempre uno alla volta” sottolinea Alexander, “Molti in varie parti ma uno alla volta: non più grandi attacchi, ma assassinii mirati. Parecchi dei nomi nelle liste nere sono forniti dall’esercito stesso. Tutt’oggi ci sono seimila desaparecidos in Colombia: si sperava che diminuissero con il cambio di governo, ma non è successo: il paramilitarismo è infiltrato nell’esercito colombiano, il quale non riconosce il presidente in carica. Si rifiutano di avere al comando un uomo che è stato guerrigliero, che ha passato anni a combatterli.”
I paramilitari furono un quarto attore nella lotta clandestina tra narcotrafficanti, militari e rivoluzionari, in un intreccio di alleanze e tradimenti che fece perdere alla popolazione la fiducia nella causa. La base sociale iniziava a prendere le distanze da quello che era il movimento guerrigliero, perché questo iniziò ad avere una condotta molto simile alla delinquenza, molto simile a quella dei paramilitari stessi. Alla radice dei finanziamenti c’era il traffico e la distribuzione di tutto ciò che aveva a che vedere con le miniere e le coltivazioni illegali; ci fu una perdita del carattere politico e ideologico che aveva caratterizzato gli Settanta e Ottanta, e iniziò a cambiare ogni prospettiva. La sconfitta sul piano militare e quella sul piano ideologico si sommarono nella grande débâcle che fu la perdita di identità e di sentimento rivoluzionario: si tentò di arrivare a delle negoziazioni.
L’accordo raggiunto dalle FARC a L’Avana nel 2016 non fu un risultato solo del governo in carica, per quanto valse a Juan Manuel Santos (2010-2018) il premio Nobel per la pace, ma fu costruito negli anni. Santos, dopo che i governi precedenti fallirono in molte altre occasioni, fu più cauto nell’annunciare pubblicamente la risoluzione completa, continuando a dialogare con le FARC in maniera più discreta, stringendo accordi sotto il tavolo delle negoziazioni. Ora Petro sta cercando di fare lo stesso con l’ELN, ma in un panorama del tutto diverso: l’unica variabile che è rimasta la stessa sono Cuba e la Norvegia, i due Paesi che più si sono impegnati nel ruolo di facilitatori.
La situazione attuale è frammentata, i vari distaccamenti guerriglieri sono meno prevedibili. L’ELN, così come le FARC in passato, ha una cellula che dirige i vari fronti, chiamata Commando Central, abbreviato COCE. Del COCE fanno parte coloro che gestiscono la politica e coordinano militarmente tutte le strutture guerrigliere che ci sono nel Paese: è l’attore con cui si interfaccia anche il governo nelle negoziazioni. Tuttavia, ci sono alcuni distaccamenti che sono molto indipendenti dal COCE, al punto da dichiarare apertamente di non rispondere alle sue direttive. Nella Colombia orientale c’è il Bloque Oriental dell’ELN, che occupa tutto il dipartimento di Arauca e parte del Casanare, mentre tra Arauca e il Meta, tra Arauca e il Vichada, oltre che nelle zone al confine con il Venezuela, ci sono le forze del Catatumbo: sono le più potenti di tutta l’organizzazione, con più uomini e più controllo territoriale. Alexander sottolinea che non si può calcolare né fare stime di quanti militanti ci siano in ciascun fronte, è sempre una speculazione perché l’ELN sostiene una cifra, il governo un’altra e i media un’altra ancora, ma è chiaro che queste due fazioni non possano essere escluse dal processo di pace, che altrimenti risulterebbe vuoto e inutile. Altre zone, alla frontiera del nord con il Venezuela, sono combattute tra l’ELN e i gruppi dissidenti delle FARC ancora in vita, coloro che rifiutarono gli accordi del 2016. Sempre lì si incontrano persino i residui dell’EPL, per cui tre gruppi guerriglieri più i paramilitari più l’esercito mantengono la pressione sul territorio, contendendosi le aree in una lotta senza fine. Allo stesso modo il dipartimento di Antioquia, le sue vicinanze orientali e la parte alta delle pianure alla frontiera con il Venezuela ospitano un’alta presenza di guerriglia e di varie brigate mobili dell’esercito colombiano: ci sono territori talmente lontani, talmente montagnosi, che possono coesistere cinque gruppi nella stessa area, senza che si incontrino. Una volta le FARC dominavano tutto il Vichada e parte del Guaviare: sono zone limitrofe a quelle dell’ELN, ma nessuno interferiva con l’altro. Erano invece i paramilitari a fare le scorribande avanti e indietro, colpendo prima gli uni e poi gli altri per non farsi prendere, ma senza danneggiarli realmente, dato che la presenza dei movimenti era capillare. Oggi invece non c’è più alcun tipo di rispetto reciproco, né da parte dei dissidenti FARC né dell’ELN, né delle frazioni sopravvissute dell’EPL. Inoltre, a differenza di quello che viene percepito dall’opinione pubblica, ci sono città come l’omonima capitale del dipartimento di Arauca, in cui lo stesso esercito ammette che la situazione è ingestibile.
Per Arauca passano gli oleodotti principali della regione: per moltissimo tempo fu controllata dall’ELN, che faceva resistenza contro lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio. Il movimento nasceva a lato dei grandi giacimenti del Paese, nelle pianure orientali, perché questa era la sua missione iniziale: si poneva tra le multinazionali e il petrolio, tra le imprese straniere e i minerali sotterranei. Il Bloque Oriental che opera lì è fondamentale per la paz total, perché fino a quando non si decide a partecipare, non si può parlare di una vera negoziazione. Il COCE, il Commando Central dell’ELN, non è rappresentativo di tutto il movimento: questo va tenuto in conto perché non si ripeta quello che è successo a Cuba, ovvero la frammentazione dell’organizzazione in sottogruppi dissidenti che non hanno accettato un processo di pace non abbastanza inclusivo.
Arauca si è trasformato quindi in un obiettivo militare e politico. Si trova vicino al Venezuela, fattore chiave per le possibilità di guadagno, i rischi che si possono prendere e la protezione offerta dalla foresta. L’ELN rimane sempre attento a qualsiasi grosso intervento dell’esercito, nel qual caso si disperde nel Paese adiacente, che viene utilizzato come via di fuga e spazio di libera circolazione. Inoltre è facile avere gruppi che mantengano posizione vicino ad Arauca (città), per questioni morfologiche. I militari non si allontanano mai dalla capitale, perché così facendo la lascerebbero scoperta ad eventuali incursioni. La città non è nemmeno particolarmente grande, un terzo di Medellín, ma comunque l’area d’influenza dello Stato è ridotta al circolo urbano più centrale. Alexander svela che per i soldati o per i poliziotti essere mandati lì è una punizione: sanno di non poter intervenire in alcuna maniera sul territorio. Non lo permettono né la popolazione, né i distaccamenti guerriglieri dell’ELN, i quali pattugliano interi quartieri pieni di bandiere rossonere del movimento. La guerriglia non è più adatta per essere portata avanti da grandi gruppi, bensì da piccoli battaglioni che circolano nel pomeriggio o nella notte e che la gente riconosce, sia che girino armati o disarmati, sia che siano informatori o solo simpatizzanti.
Oggi, il Bloque Oriental manovra tutto il sistema di imposte e tributi per le esplorazioni petrolifere delle grandi multinazionali: è una delle principali contraddizioni rispetto all’idea romantica che si ha della guerriglia, per cui dovrebbe proteggere le risorse naturali del Paese e non permettere che arrivino gli squali stranieri ad appropriarsene. Le grandi imprese vengono invece accolte: gli unici convenevoli sono i “contributi di guerra” al movimento, per poter continuare a sfruttare il territorio. Dall’altro lato, il Catatumbo ha molta ingerenza in Venezuela e controlla le rotte del narcotraffico alla frontiera tra i due Paesi: altri interessi molto lontani dall’ideale che si aveva negli anni Settanta.
“La guerriglia ora è soprattutto un modo di guadagnarsi da vivere” dice Alexander: “I valori morirono con tutti i grandi pensatori che la portarono avanti.”
I più giovani avrebbero dovuto sviluppare un mandato militare e uno politico in ciascun distaccamento, ma sono più incentrati sull’economia che sulla formazione ideologica, così l’intero movimento si è convertito in una forma di sostentamento. Tutt’oggi risulta attrattivo per le nuove generazioni senza altre possibilità: da un lato lo Stato non arriva, dall’altro la guerriglia o i paramilitari offrono la vendetta per le ferite passate o la protezione da quelle future. Va a finire che ci sono fratelli sia guerriglieri che paramilitari, nemici nella stessa famiglia. In questa logica, ciò che si sarebbe voluto trasmettere al fronte, il messaggio politico, la cultura, la maniera di vedere il mondo, finisce per essere solo violenza ripetitiva, imparata vivendo nella necessità costante di sopravvivenza.
Ad ogni modo, non capita mai di vedere un ricambio generazionale nei comunicati ufficiali. Alexander racconta che c’è un certo fondamentalismo e una struttura monolitica all’interno dei commandi, nel tentativo di evitare la reputazione attribuita dallo Stato: bandoleros che non possono essere considerati un movimento di sinistra o insurrezionista, delinquenti senza costruzione politica. L’opinione pubblica ha sempre meno stima dei guerriglieri; soprattutto nelle città si ritiene che abbiano perso il focus di ciò che rivendicavano una volta. L’accettabilità e il riconoscimento presso la classe dirigente sono deteriorati a causa di una durissima campagna mediatica, portata avanti dalla destra negli ultimi vent’anni per togliere prestigio e mostrare solo i dati negativi.
Al plebiscito per votare la pace, le regioni che hanno votato sì sono state quelle periferiche, mentre quelle che hanno votato no erano i nuclei urbani: questa mappa corrisponde in maniera impressionante alla mappa per la votazione dell’attuale presidente, rivela Alexander. Le uniche zone che variano tra i due grafici sono la costa caraibica e quella pacifica, le quali hanno votato a favore del presidente Petro ma contro la pace. Dopo la pacificazione con le FARC, il 60% dei guerriglieri è tornato a casa a vivere con la propria famiglia: ora è parte integrante della società civile.
Per concludere, in molte situazioni la guerriglia sta perdendo legittimità, ma soprattutto laddove sopravvive è per questioni storiche, non di attivazione sociale nel presente. Di fronte a questo scenario, viene da chiedersi in che termini sia possibile il processo di pace portato avanti da Petro. “Un processo di pace che ci garantisca la tranquillità come colombiani è un’illusione.” Alexander scuote la testa: “Primo, non c’è unanimità nemmeno all’interno dell’ELN. Secondo, i paramilitari da un lato e i dissidenti delle FARC e degli altri movimenti dall’altro, per quanto piccoli che siano, hanno portato la guerra su tutti i territori, che ora sanguinano dalle ferite aperte. Terzo, si sa che non c’è scampo se si viene catturati dall’esercito, che è uno dei più vecchi d’America, una delle forze più addestrate e capaci, perché è stato in guerra negli ultimi duecento anni.”
Il sociologo spiega che dopo due secoli di governi di destra non si può pretendere che arrivi la sinistra e cambi le cose in un paio d’anni: è una questione di mentalità, radicata a fondo nella società e negli organi di potere. I militari assecondano apparentemente il governo, ma nella pratica agiscono in maniera autonoma, con il benestare di tutta l’opposizione al Congresso. I generali boicottano le negoziazioni di pace: la guerra civile, come tutte le guerre, rimane un gigantesco affare per chi la fa e non la subisce. La guerriglia si sta spostando di territorio in territorio e l’esercito non riesce a risolvere niente, ma continua a svolgere operazioni senza rispettare il “cessate il fuoco”, così come evitò di farlo durante i negoziati con le FARC, con l’EPL e con l’M-19. In nessun momento ha risposto all’interesse dell’esecutivo di far finire la guerra: è un modo di autoalimentarsi, perché in clima di guerra il salario raddoppia e per un generale, che guadagna tranquillamente cinquemila dollari al mese, significa arrivare a diecimila. Se vogliono continuare a vivere nelle ville di Cartagena e nelle proprietà impressionanti sui Caraibi, non possono permettersi la pace.
L’opposizione di destra d’altronde boicotta tutte le proposte del governo in carica, affinché non cambi nulla durante il mandato di Petro, le grandi aspettative del Paese vengano deluse e il prossimo governo sia di nuovo conservatore. Sostengono che loro non cambieranno il Paese, lo correggeranno soltanto: riprenderanno con coerenza il cammino antecedente a Gustavo Petro, così da dare una parvenza di continuità con la tradizione. Ora invece fanno tutto il possibile perché non ci sia nulla da mostrare come risultato positivo, per dimostrare che la sinistra è incapace di governare e che è meglio tornare allo status quo. “L’ultima notizia, tanto per fare un esempio, è il decreto affinché si possa intervenire ne La Guajira, con delle misure di carattere speciale da parte dello Stato.” Alexander parla del gioco politico che c’è dietro: “Sono trentatré punti, trentatré cose che si sarebbero dovute sistemare da dieci anni a questa parte. Dopo dieci anni, deve ancora essere firmato. Indovina un po’? Il parlamento ha già detto che non lo approverà: non vogliono che si risolva il problema della Guajira sotto il mandato di Petro. Lui ha richiesto determinati poteri per poter agire e loro glieli negano, sventolando lo spauracchio della dittatura comunista.”
Il secondo anno di Petro prevede varie riforme importanti – la riforma della salute, quella delle pensioni e quella del lavoro – ma il governo ha già perso la maggioranza al Congresso. Le disuguaglianze nel Paese aumentano, così come le contraddizioni che diedero origine alla guerriglia. Alexander conclude: “Possiamo far finire questo governo e continuare con altri cinque, ma finché continueranno queste dinamiche non avverrà alcuna pace.”
Costantino Bovina




