
Manca l’aria. Nemmeno lei riesce ad attraversare i cunicoli pieni di attrezzi, polvere e idoli pagani per scendere quaggiù. O forse, si è persa nel labirinto di biforcazioni e di gallerie anonime che come voragini sprofondano in ogni direzione. Manca l’aria, al punto da avere un prezzo: ciascun minatore deve pagare per montare enormi tubi che la portino compressa fin nelle profondità del “Cerro Rico”. È il meccanismo alla base del martello pneumatico, di gran lunga più efficiente del lavoro manuale.
Una volta, quando l’aria veniva a mancare del tutto, si udiva anche il canto dei canarini o il latrato dei cani, oltre ai boati cupi delle esplosioni: sintomo di una fuoriuscita di gas tossici o peggio, paralizzanti, che condannavano i minatori a morti atroci. Tuttavia oggi le proteste animaliste hanno salvato una parte degli esseri viventi nelle miniere, sicché ora la parte rimasta si aggira con sofisticate luci sugli elmetti, che cambiano colore o lampeggiano in presenza di gas nocivi.
L’aria è sinonimo di vita e di movimento; ma mentre lo sferragliare dei carrelli o il fragore attutito di qualche esplosione lasciano presagire che quest’ultimo non manchi, la prima è dimenticata sottoterra, nel regno dei morti. I minatori di Potosí la sacrificano ogni giorno su un altare che risplende dell’inesauribile ricchezza racchiusa nel grembo della montagna: una volta era un altare d’oro e d’argento, ma gli spagnoli portarono a termine l’impresa immane di prosciugarlo in poco più di un secolo e mezzo. Lo scrittore e giornalista Eduardo Galeano racconta che tra il 1503 e il 1660 a Siviglia arrivarono 16.000 tonnellate di argento e 185 tonnellate d’oro; il complesso delle riserve europee era inferiore a tutto l’argento trasportato in Spagna in quegli anni. Ora, le vene aperte si sono prosciugate e quello dei minatori è un più modesto e inclusivo sacrificio in nome dello zinco, del rame, dello stagno… Qualsiasi minerale sembra valere più della vita: è solo l’ennesimo genocidio i cui echi si perdono nella Storia, scritta dai suoi esecutori. Galeano racconta che quando i nativi venivano rastrellati forzatamente dalle campagne circostanti, su dieci persone sette non facevano ritorno. Alcuni erano uccisi dalle difficoltà del viaggio in condizioni animalesche, ma la maggior parte veniva ammazzata dalle terribili condizioni di lavoro nell’inferno della miniera. Per estrarre l’argento si usava il mercurio, che provocava tremiti incontrollabili e faceva perdere denti e capelli nel giro di pochissimo tempo. Ora, le fonti d’acqua sono intossicate dalle esalazioni che si propagano dalla montagna: un minatore spiega che usciti dal sottosuolo, può capitare che siano costretti a lavarsi mani e faccia – le uniche parti esposte – con la propria stessa urina, per togliersi gli strati di polvere e sporcizia.
I minerali non sono l’unica cosa a brillare quaggiù: lo fanno anche le micce degli esplosivi. Alcune solo per qualche secondo, altre fino a tre o quattro minuti. A Potosí, il cui nome deriva dalla parola potojsi, ovvero “scoppia, tuona, esplodi”, la compravendita è legale e deregolamentata, cosicché i minatori si costruiscono in autonomia ciò di cui hanno bisogno: dentro un candelotto contenente varie sostanze – tra cui la nitroglicerina – si inserisce il cosiddetto “fulminante”, un attivatore che di per sé genera un’esplosione in grado di far saltare qualche dito o poco più. Il fulminante viene collegato a una miccia, ma se il composto non dovesse bastare, si può sempre aggiungere il nitrato d’ammonio, una sostanza usata come fertilizzante in grado di amplificare gli effetti della bomba. Lungo i tunnel apparentemente identici, un occhio allenato può distinguere dove la roccia è stata sventrata manualmente con lo scalpello, dove ha subito i colpi meccanizzati di un martello pneumatico e i punti più resistenti in cui ha agito la dinamite. Tuoni e fragori risuonano per i cunicoli; ogni volta la montagna trema ma resiste, come fa da 480 anni, agli assalti che rischiano di abbatterla.
A dire il vero, pian piano ci stanno riuscendo: da quando è iniziato lo sventramento, il cerro si è abbassato di quasi quattrocento metri a causa dei crolli interni. Già all’epoca in cui scriveva Galeano, le cinquemila gallerie aperte dagli spagnoli avevano creato un’accumulazione di detriti incredibile all’esterno della montagna. Ora, nei settori più alti e delicati è proibito lavorare con le macchine, una misura di facciata volta a mantenere la forma conica del patrimonio dell’umanità, ma la visuale una volta arrivati è ben diversa dalle aspettative: le miniere l’hanno resa una versione rivoltata e vomitata della montagna rigogliosa che appare nelle banconote da 20 bolivianos.
Le mogli dei minatori, le palliris native, setacciano il fianco esterno e spolpato in cerca di buoni minerali lasciati indietro, in mezzo a mucchi di pietra che vanno dal rosa al grigio all’ocra, o fanno la guardia ai fori giorno e notte, avvolte in pellicce di lama e circondate da cani guardinghi. Tuttavia, non possono varcare l’ingresso della miniera: la Pachamama, la Madre Terra, è gelosa del Tio, il suo compagno che governa là sotto, e permette l’accesso ai soli uomini, risparmiando una fine prematura almeno alle loro compagne.
In un ambiente ostile, dove la ricchezza o la morte dipendono molto più dalla fortuna che dall’impegno, i minatori hanno sviluppato un’ampia gamma di credenze come questa. All’entrata delle gallerie, ad esempio, è comune passare tra due pareti ricoperte di sangue di lama. A volte appartiene ai feti degli animali, offerti in sacrificio a queste due divinità, ma circolano voci sul fatto che in passato riguardassero anche feti umani. È un’usanza che si compie soprattutto a Carnevale e il numero di bestie uccise dev’essere sempre in numero pari; più sono pregiate, maggiori saranno i benefici che ne trarrà il minatore in futuro.
Lo stesso vale per la cerimonia che avviene ogni primo venerdì dell’anno, quando i minatori visitano gli idoli sotterranei e luccicanti del Tio per chiedere fortuna, con le stesse modalità con cui lo ringraziano retrospettivamente l’ultimo di dicembre, per ciò che il dio pagano gli ha fatto trovare nelle viscere della montagna.
Gli idoli sono statue intagliate nella roccia del cerro, con festoni colorati come capelli, un pene enorme come simbolo di fertilità e gli occhi fissi nell’oscurità. Vengono sempre piazzati in prossimità delle vene di minerali e sono veri e propri altari, dove i minatori vengono a celebrare il Tio come un compagno di festa. Questo ha la bocca aperta a forma di O per ospitare le sigarette e le mani aperte per accettare i mucchi di foglie di coca che gli vengono offerti. Un altro tipo di dono è l’alcol puro, a 96° gradi, che i minatori gettano in parte per terra alla Pachamama, in parte nelle proprie gole già arse dall’aria tossica che respirano e in parte all’idolo del diavolo andino.
Le foglie di coca sono il nutrimento principale, quaggiù: tutti hanno una guancia gonfia per l’impacco amarognolo che si conserva tra le gengive, se non due. Esistono anche composti che aiutano la salivazione, per far sì che le foglie rilascino più rapidamente la linfa dai risultati proficui. Viene usata per sopprimere la fame, la stanchezza e gli effetti negativi dati dai 5000 metri di altitudine. Quella che una volta era una tradizione Incas, oggi è diventata uno strumento di sopportazione dello sfruttamento, un modo per alleviare il peso dei sacchi di pietre da 80-100kg che ciascuno estrae dalle viscere del proprio settore, fino a 25-30 volte al giorno. I più fortunati guadagnano abbastanza da investire nella costruzione di binari e carrelli; chi invece si vede assegnato un settore povero di minerali, è costretto a portarli in spalla fino alla “vecchiaia”, che per un minatore arriva molto presto.
La distribuzione dei settori in cui si ritaglia la montagna è gestita da una cooperativa, in un sistema che molti non ritengono abbastanza collettivo e trasparente. Un peón che vuole avventurarsi nei cunicoli per la prima volta riceve un settore scarso e apparentemente infruttuoso da un socio della cooperativa, generalmente qualcuno che ha fatto fortuna e ha bisogno di manodopera per estrarre nella propria zona. Per il primo anno il nuovo arrivato lavora con l’attrezzatura presa in prestito dal socio e guadagna un salario fisso di 3000 bolivianos, più o meno 400 euro – il salario minimo in Bolivia è di 2100 bolivianos – ma è costretto a lasciare tutto ciò che trova nel settore al proprietario. Il secondo anno invece si dividono a metà gli introiti dei minerali estratti dal peón, che rimane senza entrate fisse e quindi si ritrova interamente in balia della sorte, mentre il terzo anno la suddivisione diventa 85%-15% a favore del minatore, che non dipende più dall’attrezzatura del socio più ricco, ma deve pagarsela da sé. Più prosegue la sua carriera, più il minatore si espone a rischi e fortune, sia che il filone si esaurisca o scarseggi di minerali, sia che si riveli più produttivo del previsto.
La cooperativa dopo il terzo anno si riunisce per nominare socio o meno il nuovo arrivato: la decisione dipende soprattutto da come questo si è comportato nei tre anni precedenti, se ha rubato a qualcuno, se è stato scorretto o litigioso con i vicini, e via dicendo. Altre volte invece il consiglio richiede una tassa di entrata e in generale non manca l’arbitrarietà nei criteri per selezionare i nuovi soci, ma una volta dentro il minatore possiede il proprio settore, in cui può decidere se e quando e come lavorare. Ha l’indipendenza totale sui propri orari e i propri ritmi, ma il suo destino è legato per sempre a quello del proprio angolo di roccia, da spolpare fino all’osso. Alcuni incontrano un filone con minerali di buona qualità, fanno fortuna e investono in altri settori, a volte nelle stesse raffinerie verso cui sono diretti i numerosi camion con carichi da 20-30 tonnellate. Altri diventano milionari e proprietari di hotel o aziende di trasporti, uno addirittura della principale squadra di calcio di Potosí. Altri non sono preparati per tutta quella ricchezza, la sperperano con la stessa ostentazione di cinquecento anni fa, nell’età dell’oro della città. Nel XVI secolo Potosí era invasa da banchetti, corride, donazioni favolose al clero in cambio della salvezza eterna, balli e fuochi d’artificio… Oggi, un minatore racconta di aver acquistato 29 automobili di lusso, due in meno di quelle che vorrebbe, per poter cambiarne una ogni giorno del mese. Poco dopo ha ammesso anche di non avere una casa in cui dormire.
Altri ancora, i più sfortunati, sono costretti ad abbandonare un settore vuoto e pagare 4000 bolivianos di indennizzo alla cooperativa, come se fosse una loro colpa, magari dopo essersi spaccati la schiena per quarant’anni, lavorando otto, dodici, a volte quindici ore al giorno, sei giorni a settimana senza vedere la famiglia, con il rischio di morire seppelliti, soffocati dalla polvere o da qualche gas paralizzante, colpiti dai carrelli sui binari o semplicemente di fatica.
Sono passati i secoli, si sono succeduti i padroni, eppure Potosí rimane una città abbandonata a se stessa, terra di nessuno necessaria allo sviluppo delle altre province e all’arricchimento di misteriosi capitali stranieri il cui prezzo, in questi quattro secoli, sono state 10 milioni di vite umane. La montagna si sta esaurendo: gli esperti le hanno diagnosticato tra i 13 e i 15 anni usando le macchine, 25 anni se si lavora manualmente. Nonostante ciò, nulla di tutto questo va alla Bolivia: la catena produttrice del Paese si ferma alle raffinerie, che in mancanza di un’industria nazionale sviluppata sono costrette a esportare i minerali grezzi all’estero, in mano a imprese straniere che poi li rivendono lavorati in tutto il mondo a un prezzo estremamente più alto, tra cui alla Bolivia stessa, la quale si vede costretta a ricomprare i prodotti della sua stessa terra, una volta che le sono stati sottratti.
Questo è uno dei motivi per cui i minatori non sopportano Evo Morales, il presidente nativo che ha guidato il Paese in un cambio epocale durante gli ultimi vent’anni, e il partito socialista che monopolizza ancora la politica odierna, il MAS. In altri ambiti sono stati fatti passi avanti incredibili: Morales ha nazionalizzato molte industrie, ha cercato di resuscitare l’economia nazionale sfruttando i profitti del petrolio e ha preso numerose misure per la creazione della comunità multiculturale che ora i Paesi vicini invidiano alla Bolivia, dove le popolazioni native godono di diritti impensabili fino a vent’anni fa. Tuttavia, è sempre stato un presidente campesino, più vicino alle comunità rurali e indigene che ai mineros. Alla base della sua dialettica in pubblico ha sempre posto il contrasto tra campagna e città, accentuando conflittualità già presenti in Bolivia dai tempi della colonizzazione, invece di riunire il Paese. Ma soprattutto, non è mai riuscito a industrializzare davvero l’economia, a fare quel salto che le permettesse di uscire dal circolo vizioso creato dalle sanguisughe europee e statunitensi, ragion per cui gli interessi imperialisti continuano a dominare la Bolivia, esattamente come trecento anni fa. Capitali stranieri investono nel migliore dei casi in imprese nazionali dipendenti da loro, nel peggiore in succursali di multinazionali dislocate nel mondo, le quali poi rivendono i minerali grezzi all’estero, dove ci sono manifatture, attrezzature e conoscenze in grado di lavorarli e distribuirli; lì è il punto della catena produttiva in cui si accumula il profitto, mentre Paesi come la Bolivia subiscono le fluttuazioni dei mercati mondiali, manipolati dalle stesse persone che godono dei frutti della loro ricca terra, e la concorrenza di altre nazioni povere, strangolate dalla divisione internazionale del lavoro, la quale rende ciascun territorio dipendente da una sola risorsa, una sola fonte d’entrate.
Al di là delle questioni di geopolitica, a Potosí i minatori chiamano ancora il salario mita come nei tempi antichi dello sfruttamento padronale, continuano a morire a frotte a un’età prematura senza vedere la luce del sole, si imbottiscono di coca e indossano pannoloni per non perdere tempo con le necessità corporee, spremono le ultime gocce di una montagna che ha ampiamente contribuito all’accumulo di capitale necessario per realizzare la rivoluzione industriale in tutta Europa, e rimangono dimenticati dalla Storia e dai loro compaesani, allo sviluppo e al sostentamento dei quali contribuiscono ben poco. Bevendo qualche birra con loro, fuori dalla miniera, e ascoltandoli parlare di come lavorano da quando hanno quattordici anni, di come si sono trasferiti dal mondo bucolico per avventurarsi in questa scommessa, viene da chiedersi cosa sia cambiato dall’epoca coloniale, in cui mestizos esportati da tutta la Bolivia erano affiancati da carne da macello congolese, nigeriana, angolana…
La risposta è che oggi queste persone non hanno più padroni. Non ci sono i soldati spagnoli a minacciarli con le pene più disumane, né i proprietari della miniera a prenderli per la fame. Non ce n’è più bisogno: il paradosso più grande è che ora a farli schiavi ci pensa la speranza, la falsa speranza data da un falso senso di uguaglianza di fronte alla sorte. La speranza di trovare una vena di qualche metro e dare una svolta alla propria vita, un cambiamento radicale in nome del quale si è disposti a morire. È la stessa con cui i casinò tentano le masse in Occidente, quella che nasce dalla convinzione che per quanto esistano le disuguaglianze, le ingiustizie e le differenze di opportunità, siamo uguali nella cecità della dea Fortuna, nel caso che potrebbe premiarci o punirci in ogni momento. È la consolazione che il sistema regala agli ultimi, l’illusione di una lotteria con cui ribaltare le cose e diventare primi, per scongiurare il rischio che avvenga un altro tipo di ribaltamento, quello rivoluzionario. Ma a differenza dei ricchi e affascinanti casinò occidentali, quello nella miniera di Potosí è un casinò dove l’azzardo è letale, dove in gioco c’è la vita stessa dei partecipanti. Chissà, forse proprio per questo un giorno arriveranno al punto di accettare una scommessa ancora più grande, per la quale decideranno che varrà la pena di dare la propria vita; una scommessa in nome di qualcosa che cambi veramente le cose, ma le cambi per tutti e tutte.
Costantino Bovina




