Jack detto “Jolly” (1/2)

-Capitolo 1-
-La leggenda di Jack il Jolly-

C’era questo tipo un po’ introverso che passava le estati a Lido di Estensi, Jack detto “Jolly”. Aveva 26 anni, i baffi, fumava 30 sigarette al giorno e non andava quasi mai in spiaggia. Era alto un metro ed ottanta, vestiva sempre in bermuda e camicia e ciabatte (tranne quando pioveva, in più non si cambiava per dormire, ma ciononostante si lavava, per fortuna) e portava gli occhiali ovunque persino dentro casa sua o quando lavorava. Aveva i capelli lunghi ricci e neri che gli coprivano le orecchie, soltanto dietro li teneva lunghi fino al collo; inoltre Jack era un vampiro nel vero senso della parola: non sopportava la luce del sole e la così detta gente normale ed andava in discoteca ogni sera, quest’ultimo aspetto lo rendeva meno un vampiro e più un giovane festaiolo. Tuttavia la sua idea di passare la notte in un locale era peculiare: oltre a fumarsi una quindicina di paglie, in pratica stava lì in giro a controllare che nessuna ragazza venisse presa di mira da prepotenti palestrati imbruttiti. Solo quando questo avveniva si sentiva di ballare un po’. Era un dannato giustiziere della notte. Aveva assistito a comportamenti indicibili nei confronti delle donne, a volte verso donne davvero piccole; ne aveva di storie da raccontare ma non era il tipo che si vantava.

Una volta una ragazza di 19 anni, vestita solo con dei pantaloncini ed un top, bionda, non troppo alta, parecchio carina, stava aspettando da sola il suo passaggio in una strada desertica parallela al Barracuda, una discoteca del lido adiacente ad Estensi, saranno state le 4 di notte; Jack il Jolly camminava di lì per caso, con una sigaretta accesa all’angolo destro della bocca che non fumava. La guardò dall’altro lato della strada e lei ricambiò. Tutto sotto controllo Jack, continua pure a camminare. Poi era passata una macchina. Si era accostata a lei ed il guidatore aveva abbassato il finestrino:

“Hey, ciao bella, se ti va di salire, ti porto doooove vuooooi.” Aveva detto il guidatore aggiungendo una risata alla fine, Jack stava seguendo tutto, continuando a camminare, a vederlo sembrava assorto nei suoi pensieri.

“Primo, si vede che sei strafatto, secondo, no grazie. Aspetto già qualcuno. Ciao!” Rispose la ragazza, molto diretta.

“Ma se quel qualcuno fossimo io e i miei due amici? Ahahaha!”

Due figli di papà romagnoli sui 22-23 anni aprirono gli sportelli laterali così ed uscirono dal mezzo, ridendo e sfregandosi le mani e dicendo cose come “Adesso concludiamo questa bella serata”. La ragazza iniziò a correre ma i tacchi la tradirono in fretta, fece un urletto acuto. Jack il Jolly passava di lì per caso.

“Topi di fogna! Bestie della palude di merda! Siete in tre, eh, fottute orche? Lasciatela stare.”

I due drughi usciti dalla VolksWagen verde si guardarono e risero in preda alle loro droghe, tenendosi la pancia e piegandosi in due mentre il guidatore fissò Jack dal finestrino prima di scendere dal mezzo come se fosse un gangster.

“Prima lui, poi lei. Stai ferma lì te, che un coglionazzo del genere, gli insegno volentieri. Poi no, come cazzo parla?” Erano pippati duri che si scrocchiavano le mani ed avevano già dimenticato il motivo della loro ultima sosta; la ragazza era scalza e spaventata con il culo sul marciapiede, indicò la banda di delinquenti e sussurrò un “no” concentrandosi per trattenere le lacrime e tirò fuori il telefono per dire a chi doveva venire a prenderla di sbrigarsi, non la polizia, quando vide i tre attraversare la strada in direzione del J.

La sigaretta di Jack si era consumata del tutto, ma rimaneva ancora perfettamente intatta in un unico tronco di cenere in cima al filtro. Era dall’altro lato ad aspettarli. Sembrava il Far West. Fece finta di prendere qualcosa dal retro dei pantaloni, senza fretta, poi tirò fuori la mano a mo’ di pistola, con l’indice quasi dritto e caricando il pollice, puntandola a turno verso tutti, diceva loro così:

“Bang.”

“Bang.”

“Bang.”

Intanto la ragazza si alzò in piedi, trovò un riparo ed ora i suoi tacchi li teneva in mano, se ne stava lì nascosta a guardare.

“Bang? Ma cosa cazzo dici, bang? Ahahah!” aveva detto, uno dei tre, con un accento ferrarese. Jack rispose: “Bang.”

Poi tirò fuori una Beretta che teneva sempre tra il di dietro delle mutande e la cintura, in un istante: bastò quello per far apparire nei loro occhi il terrore, tremavano dal tanto che erano immersi nei loro trip di droghe, ma sembravano non avere troppo un’idea della realtà della situazione.

“Hey! Hey! Hey! Con calma, eh? Tiro fuori una sigaretta adesso, va bene?” Il jolly non disse nulla ma lui fece lo stesso. Tirò fuori comicamente un pacchetto di Marlboro Gold e un accendino bianco. Gli altri due beoti accennarono una risatina.

*cling*

“E’ stato tutto un grosso errore, ora ce ne andiamo, e lasciamo stare la ragazza, vero, brothers?” I brothers approvarono. “E tu, con quegli occhiali lì, te non vuoi ucciderci, è così? Volevi solamente che la lasciassimo in pace, no? Ma dai bel, abbassa quella pistola!” E fece un passo verso il folle.

Jack lasciò un buco tra gli occhi del guidatore, quello con la parlantina e la sigaretta appena accesa, si sentì il colpo in tutta lido di Spina e la sua sigaretta cadde per terra. Al cedere delle gambe qualche gabbiano aveva già spiccato il volo. Quando questo avvenne i suoi amici scapparono via in direzioni diverse, come la progenie di una pecora che viene presa di mira da un lupo per la prima volta e scorrazza a destra e a manca perché non sa cosa fare, avendo appena visto morire l’unica figura adulta di riferimento. Altri due colpi portarono il numero di decessi di quella sera a Spina a tre, almeno. Jack rimise a posto la pistola, buttò la sigaretta per terra facendosi cadere un po’ di cenere addosso e ne accese un’altra. La ragazza uscì allo scoperto:

“Mi hai salvata! Se non fossi passato di qui per caso, erano in tre poi: grazie, davvero, stavano male quei tre là.” E lo guardò negli occhi dagli occhiali. “Ma te ce l’hai il porto d’armi?”

Jack si tolse gli occhiali e fece un passo verso la ragazza che rimase ferma, guardò le sue labbra, poi la prese dai fianchi e le stampò un bacio lì in mezzo ai tre corpi che appartenevano alla gioventù ferrarese poco prima dell’arrivo del Jolly.

“Sono io la polizia.”. Anche nel Far West c’erano sceriffi e delinquenti. Jack tirò fuori il distintivo e glielo mostrò. Poi proseguì guardando da un’altra parte:

“L’unica rottura è che questi ratti non erano armati. Potrebbero farmi delle storie. Aspetta, fammi fare una chiamata.”

“Aspetta,” e questa volta lo baciò lei, toccandogli il volto con entrambe le mani, accarezzandolo un po’ con le unghie. Nessuno dei due sapeva il nome dell’altro. Il Jolly trasmetteva sicurezza alle donne. E loro a lui qualcos’altro. Poi arrivò il suo passaggio e non la rivide mai più. Soltanto una delle innumerevoli storie.

-Capitolo 2-

-L’unica donna di Jack-

Ma per il matto ne esisteva solo una: Gesualdina. Era una ragazza di famiglia molto cristiana, aveva 18 anni, andava a messa ogni domenica con i genitori e la sorella ed ogni tanto a dire le lodi per conto suo. Un amore

impossibile. Si era iscritta alla facoltà di lettere a Bologna e trascorreva ancora le estati a Spina; Jack ogni tanto la vedeva mentre vagabondava la sera, con le gambe accavallate, in un pigiama estivo, a leggere un libro ad orari come le due o le tre di notte, Gesualdina, lì nel giardino della casa in riviera, tutta sola. Cugina di secondo grado di un suo amico, il Jolly era perso di lei forse anche perché le loro differenze rendevano i suoi sentimenti romantici nel senso antico del termine; per quanto la ragazza fosse irraggiungibile, e per quante altre ragazze andassero giù di testa per la matta (il due, il jolly, il folle, la carta che a burraco può essere usata al posto di tutto, o come un due, il nostro buon Jack), quando egli non pensava ad altro non pensava che a lei.

Un giovedì di luglio Gesualdina fu rapita. La sua famiglia aveva un’azienda non importante, erano pieni di soldi, una combriccola di criminali aveva fatto irruzione nella loro casa e portato via con la forza l’amore platonico del matto chissà dove, forse in padania. Quando lo venne a sapere Jack (14/07/22, 13:13), era nella stazione di Polizia di Lido degli Estensi, si recò subito dalla famiglia devastata della ragazza con la propria Fiat ‘600 gialla in ciabatte. Entrò in casa loro con gli occhiali da sole, ma se li tolse vedendo il rifiuto nel volto del padre e le lacrime in quello della madre, c’erano già altri poliziotti, occupati a disporre quei piccoli cartellini numerici nei punti dove erano avvenute forzature alle finestre o alle porte, o contatti fisici tra i delinquenti ed i familiari.

“Salve. Sono Giacomo, della polizia degli Estensi. Vorrei farvi due domande, ma posso passare anche dopo.” Mostrò al padre il distintivo, l’uomo avrà avuto 55 anni, vestito molto bene ed abbronzato, aveva pochi capelli bianchi ordinati ed era completamente sbarbato. Portatore di due enormi occhiaie. Guardò chi non sapeva essersi innamorato di sua figlia senza dire il proprio nome. La donna invece disse il suo: “Gianvincenza Beniamini”. Aveva 10-15 anni in meno del marito, forse la seconda o terza moglie, ed i capelli neri raccolti in una coda, anche lei molto abbronzata, una signora che teneva al suo fisico e dei bei lineamenti, quel giorno erano imbruttiti dalle emozioni che provava.

“Potreste farmi una descrizione degli uomini che sono entrati in casa vostra?” il padre rimase con lo sguardo a fissare il vuoto, lì seduto, sulla sedia del tavolo della sala. La donna tirò su dal naso e non senza singhiozzare rispose:

“Erano mascherati.” “Armati. Avranno avuto” “Avranno avuto una trentina d’anni, e un terribile accento ferrarese; non si sono mai chiamati per nome o cose del genere, nomi in codice, niente.”

“Si ricorda che maschere avevano?”
“Certo che mi ricordo, erano 4 animali diversi. Un maiale, un pollo, un gufo e una pantera viola.” “Ma maschere fatte così, un po’ alla buona, o maschere dettagliate?”
“Un po’ alla buona.”

“LE MASCHERE SONO TUTTO QUELLO A CUI RIESCE A PENSARE?!” Il padre aveva tuonato così nella stanza dopo aver tirato un forte pugno sul tavolo. Si tagliò la mano con il legno. Tutte le persone ora lo guardavano.

“Mia moglie le ha detto che erano armati; avevano delle pistole, e lei pensa solo alle loro dannate maschere?”

“Tesoro.” La donna gli toccò la mano. L’uomo la guardò ed aprì la bocca per dire qualcosa, ma aspirò solamente aria, poi guardò un istante il vuoto e da un’altra parte e scosse leggermente la testa, proseguì sfregandosi prima le mani sulla faccia piegandosi un po’ sulla schiena; i poliziotti tornarono lentamente alle loro mansioni.

“Chiedo scusa. A tutti. Scusatemi.” Il Jolly gli rispose:

“Non è raro avere reazioni forti, la capisco, e credo la capiamo tutti. Sa dirmi qualcosa sulle loro armi, signor?”

“Iko, Iko Beniamini. Avevano 4 Glock, di questo son certo, sono appassionato di storia, non del poligono di tiro. Però non hanno mai sparato un colpo: le hanno solo puntate o sbattute sulla mia testa, nonostante io abbia ferito uno dei… con un coltellaccio.”

“Capisco; forse potevano essere false dice, usate per spaventare e basta?”
“Non mi sentivo di chiederglielo. Però le hanno usate per sbattermele in testa e basta.”

“D’accordo.” Jack appuntava tutto sul suo taccuino in un modo incomprensibile ai più, avrebbe fatto fatica a rileggerlo anche lui, ne era certo.

“Erano in macchina? Avete visto nulla?”

“Si, un furgoncino bianco, non ho preso la targa. Sono andati verso la romea, ma oltre questo non saprei proprio dirle altro.”

“Se mai dovesse dovessero farsi vivi di nuovo, chiamate la centrale di Estensi.” Jack passò ad Iko un cartoncino con il numero della centrale che teneva tra le due dita. “Analizzeremo subito il sangue del delinquente che lei ha ferito. Tornando alle maschere.” E guardò la madre, che aveva smesso di piangere da un po’. “I luoghi in cui comprare indumenti simili non devono essere troppi da queste parti. C’è però il caso che siano state prese su internet, condurremo due indagini in parallelo, e staremo a vedere. Per quanto riguarda il furgoncino e le armi, anche quelli sono tutti indizi. A rivederci, torno ad aggiornare i piani alti.”

“D’accordo, ma scusi, ed un’altra cosa, non hanno ancora chiesto un riscatto. Penso che ci contatteranno prima o poi. Forse meglio far rimanere qualcuno sempre qui, almeno per un po’?”

“Penso non sia affatto una cattiva idea. Fernizio? Fernizio! vieni qua!” Jack andò da Fernizio, era un uomo sulla cinquantina d’anni che prendevano tutti in giro in centrale perché si preoccupava sempre delle cose più inutili, per lui ad esempio chiedere 20 centesimi per il caffè era come chiedere ai loro colleghi un rene. Tuttavia era sveglio, J non avrebbe mai lasciato lì un uomo con la testa completamente fra le nuvole. Forse sarebbe riuscito a distrarre un po’ coi suoi modi la famiglia, nel caso gli fosse venuta sete, o avesse dovuto usare il bagno.

“Eccomi. Cosa c’è?” Dava sempre l’idea di pensare all’entropia dell’universo.

“Fernizio. Devi restare qui quando tutti se ne vanno ad aspettare che chiedano il riscatto. Ok?”

“Si, certo, va benissimo. Allora cosa faccio, smetto di fare qui o continuo?”

“No, no, finisci pure Ferniz, ma cosa stavi facendo?”

“Vedi questa porta? L’hanno scassata da fori. Sto facendo delle foto per la centrale.”

“Non ti interromperei mai; quando finisci, vai dai genitori e presentati, ok? Ti aspettano.”

“Va bene, certo, ma poi cosa faccio, ti chiamo se succede qualcosa, te sei sempre raggiungibile tanto no?”

“Chiamami sempre. Cioè non per dirmi che ti trovi male o che ti trovi bene, ma non appena succede qualcosa: rispondo subito Ferniz.” Gli fece poi un cenno con la testa.

“Ok. Dai, allora ti chiamo io dopo.”
“Ok, io vado a farmi un giro eh, a dopo. Senti ma hai mica una sigaretta?”

“No, le ho lasciate a casa oggi. E’ giovedì J, ti ho detto che io fumo solo il lunedì e il mercoledì e il venerdì perché voglio smettere? E poi su, non ci credo che non le hai.”

“Hai ragione, ne ho solo 19. Dai, a dopo Ferniz.” Rimase lì a guardarlo dubbioso e tornò alla sua mansione.

Jack uscii dalla casa salutando i genitori, venendo ricambiato. Salì sulla sua auto. Accese la radio per non essere solo, poi una sigaretta e stette lì a pensare dove poteva già aver sentito di maschere animalesche: maiale, pollo, gufo e pantera viola.

-Capitolo 3-

-Maschere-

Uno dei videogiochi preferiti del Jack di fiori, non perché ci giocasse molto, era Hotline Miami 1. Per farla breve, la ragazza di un duro viene rapita da un’associazione di delinquenti, ma la trama poi va avanti. E’ uno sparatutto 2D, con grafica retrò e musica synth anni 80, visto dall’alto, il personaggio è sempre al centro dello schermo. Ogni livello comincia con una telefonata da parte di persone con maschere di animali che ti dicono dove andare per avere una possibilità di rivedere viva la tua amata, e si hanno a disposizione solo i pugni ma poi si trovano armi sparse per la mappa ed è possibile rubarle ai nemici. Scoprendo aree nascoste, o finendo il gioco, si sbloccano maschere per il personaggio principale che gli danno dei bonus; il boost più forte è quello per la velocità (utilizzato dagli speed runners del giuoco), è anche il più difficile da ottenere: proprio una pantera viola. Di questo si ricordava Jack, ed era certo che anche gli altri animali coinvolti nel rapimento di Gesualdina dessero potenziamenti al protagonista del videogame. Forse una coincidenza o magari stava avendo a che fare con dei nerd eccentrici.

Dopo aver notato ciò uscì dalla macchina e camminò fino alla Pace a mangiarsi una pizza, un ottimo ristorante di Spina in cui le sere di stagione si aspetta almeno mezz’ora prima di sedersi al tavolo. Il folle aveva il suo tavolo riservato poiché andava lì spesso ma i camerieri ed i gestori non lo trattavano come un cliente diverso dagli altri, anche perché lui era abbastanza schivo in posti come le spiagge in riviera d’estate, dove in genere ci si va in buona compagnia. Odiava dover fissare il vuoto o incrociare sguardi dei più variegati sconosciuti in momenti d’attesa come alla fila della cassa da solo o mentre aspettava la pizza, per questo teneva quasi sempre lo sguardo basso o guardava qualche cosa al telefono.

Però non si sentiva a disagio, che il lettore badi bene: stava lì in mezzo perché voleva godersi una pizza. Il disagio esiste ma è inutile in un universo così caotico, certo non sempre. Ogni tanto ci pensava e l’ansia di stare in mezzo a persone che potrebbero vederti così fuori dal contesto è un sentimento ridicolo, quello che realmente succede è che si diventa per un po’ il loro argomento di conversazione; due persone o più che sono assieme ed hanno la sola intenzione di trascorrere del tempo tra loro direbbero cose come “Carina la maglia di quel tipo! Guarda quante ragazze che si porta appresso!” E si farebbero due risate, e nessuno ne rimarrebbe ferito. Invece altri non al corrente di che dirsi si metterebbero lì a tirare occhiatacce e ad asserire giudizi universali su che tipo la persona su cui si getta lo sguardo è, oppure che pare un maniaco ed altri sproloqui del genere. In ogni caso la matta sapeva chi era, di avere un lavoro che gli piaceva fare e d’essere in qualche modo utile a tutti senza che loro lo sapessero. Anche se non ne era proprio convintissimo, di questa ultima parte.

“Forse è meglio andare dal Ferniz.”

Jack pagò alla cassa e tornò a casa della famiglia di Gesualdina. Entrò dal cancelletto e bussò alla porta, interrompendo un racconto del buon poliziotto che stava raccontando ai genitori l’unico colpo ben riuscito (quasi da film) non senza particolari apparsi solo in documenti riservati, avvenuto in una gioielleria di Comacchio, con la sigaretta consumata per un quarto in mano. Sembrava gli avessero detto di potersi comportare come fosse a casa sua. Cenerava nella tazzina di un caffè. Quando J entrò nella stanza lo guardarono tutti ed il collega disse:

“Giacomo! Aspetti qui con noi alla fine?”
“Si, è esatto, Fernizio” e poi “Eh, se non è un problema, starei qui fuori in cortile, ancora nessuna chiamata?” “Ancora niente-” e lo interruppe subito:

“Capisco. Se non vi è di troppo disturbo chiederei un qualcosa in cui cenerare.” Il Jolly mostrò un pacchetto di Camel blu che aveva in mano e guardò la coppia. La donna rispose subito con un “certo” e tornò dalla cucina con una seconda tazzina con un po’ d’acqua dentro. Jack la ringraziò e tornò dove vedeva Gesualdina leggere. Lì accese la sigaretta. Le cicale avevano sete.

“Tutte le volte che sono passato lì davanti e lei se ne stava qui. Quante volte, le avrei potuto rivolgere la parola, chiederle anche solo cosa leggeva, a quegli orari improponibili, con la speranza che fosse uno dei 13 libri che ho letto, o di domandarle quale fosse la trama. Ma che dirle, senza apparire un tetro maniaco molto più vecchio che non si è mai saputo tenere stretto una ragazza per più di due giorni? Mi sarei potuto buttare e sperare che lei capisse le mie più vere intenzioni: almeno mi sarei tolto il peso. Ma non può finire così, voglio almeno una possibilità con…”

*driiiiiiiiiin*


Il Jack buttò la sigaretta nel posino improvvisato e raggiunse subito la sala con gli altri.

* driiiiiiiiiin*

Gli sguardi di tutti si incrociarono in silenzio. Il due di fiori disse alla madre di rispondere e di mettere il cellulare in vivavoce.

* driiiiiiiiiin*

“Pronto?”

“Vogliamo 50’000. Gesualdina è qui, ce l’abbiamo al sicuro noi, è in un gran bel posto, qua nella vasta riviera. Eheheh, dì ciao, dì ciao alla mamma?” Dall’altro lato del telefono c’era un uomo vecchio che stava parlando, molto vecchio, non aveva la voce oscurata, Jack pensò fosse un randomico ubriacone di porto romagnolo, pagato per avere quella telefonata, magari anche in alcol, da un telefono usa e getta; oppure il capo della banda.

“MAMMA! MA-” sembrava che qualcuno le avesse chiuso la bocca con la mano.

“GESUALDINA!” La madre urlò spaventata come la figlia nella stanza al telefono, il padre spalancò gli occhi e si chiuse il volto fra le mani, Fernizio e il Jolly si guardarono irrequieti, tutti e tre gli uomini avevano la schiena gobba.

“Eheheh, no, no, sta bene, sta bene eccome. Questa sera, ore 11:30, Lido di Spina: a metà dello stradino che porta al DolceVita resort.” Poi fece una pausa, parve che qualcuno gli sussurrò qualcosa.

“Ah sì, immagino ci sarà la polizia lì con voi, no? Poliziotti? Non importa, venite soli, signor Iko e signora Gianvincenza Beniamini, o la vostra seconda figlia, molto semplicemente, beh, muore. Soli coi soldi! Eheh-” ed il segnale si interruppe con un triplo beep che generò un silenzio pesante nella stanza. Nemmeno il Jolly sapeva che dire.

“Dobbiamo fare come dicono loro. Chiedono 50’000: non sono niente, 50’000. Non voglio rischiare la vita di mia figlia, per così pochi soldi, non me la sento, ci tengo alla mia bambina, andremo lì da soli, amore: è una nostra scelta.”

“Tesoro, davvero pensi che ci lasceranno vivi?” “Signori.” E si voltò verso Fernizio e la matta.

“Potete lasciarci una pistola, in queste condizioni, no, eccezionali?” Jack rimase stupito di aver ricevuto una domanda del genere. Da un uomo che pareva parecchio con i piedi per terra per giunta, ma avendo capito che era serio, rispose che:

“Stando alle regole di polizia, non è mai concesso lasciare le nostre armi in mano a persone fuori dal corpo, ma anche se volessimo, dobbiamo giustificare ogni colpo sparato e purtroppo non ci è dato inventare rapporti.” Questo non era sempre vero. Il padre lo capì ed insistette:

“Possiamo metterci d’accordo qui, in questa stanza.” E lo guardò da capo a piedi, in un quarto di secondo, sempre da seduto, e sembrò farsi per la prima volta un’idea di lui. “Ma mi dica lei, signor Giacomo”.

“Non penso sia una buona idea. Penso che dovremmo agire in questo modo, ma poi; creare due postazioni nascoste tra gli alberi della pineta con due bravi tiratori, mentre io e qualcun altro staremo lì, in macchina, pronti a fermare vivi quei delinquenti, dopo che voi avrete fatto lo scambio. Ha detto che erano armati, no?

Faremo così: vi presenterete da soli, dovrete recitare la parte di chi non ha il sedere coperto, darete i soldi e quando Gesualdina sarà in macchina con voi, noi proveremo a fermare la banda. Seconda scelta: io, e il buon Fernizio qui” gli diede una pacca sulla spalla e lui tornò dritto sulla schiena “vi lasciamo decidere per conto vostro, e torniamo in centrale.”

Iko rimase con le sopracciglia aggrottate per via del modo di parlare diretto del Jolly, in modo positivo, era rimasto spiazzato nel vedere un giovane adulto come lui parlare in modo autorevole, con la decisione di uno della sua età.

“Amore, te cosa pensi?” Aveva poi detto alla moglie.
“Penso che non abbiamo scelta. Che dobbiam fare come dice lui. Però in fondo, sappiamo come si recita quella parte, no?”

“Eh si, eh si. Cioè, non proprio quella precisa parte per grazia divina, ma mentire ad un gruppo di delinquenti non sarà così difficile. Basta fingersi rammaricati.” Si guardarono. Poi il padre sospirò profondamente e disse:

“Guardi va bene. Faremo come dice lei. Faremo però ad una condizione.” Proseguì guardando fisso il Jolly negli occhi, il quale rispose facendogli cenno con la testa, e poi:

“Se va tutto secondo il suo piano, questa storia non finisce sui giornali. Su questo non sono flessibile, è un mio punto debole e sono disposto a pagare in tutti i sensi. Vorrei che questa storia finisca il più in fretta possibile e che non se ne parli più, vorrei, che il rapimento di mia figlia non diventasse di dominio pubblico.”

“Sì.” Aggiunse la moglie: “Gesualdina farà già fatica a scordarsi, non deve diventare la ragazza del riscatto, o un altro nome simile, creato da qualche avvoltoio per fare notizia.”

“D’accordo.” Il Jolly si era alzato durante il dialogo senza rendersene conto, stava lì con le mani dietro la schiena, fermo con la schiena dritta, poi guardò il Ferniz che era ancora seduto.

“Allora torniamo in centrale, metteremo su una squadra per stasera. Non credo proveranno a chiamare di nuovo, caso mai dovessero cambiare luogo d’incontro o cose simili, avvertiteci. Ve la sentite di restare soli?”

“Si, si grazie. Quindi noi andiamo lì alle 11:30, e voi sarete lì nell’ombra?” “Esatto.”

Il collega in tutto questo guardava chi stava parlando ma non pensava mai di provare ad inserirsi nel discorso. Poi disse:

“Torniamo in centrale!” E si alzò su con uno sbuffo. Proseguì:

“Al lavoro! Signori, grazie mille, per l’ospitalità e per il caffè. Giovane Giacomo, la mia macchina è in centrale. Ti chiedo un passaggio.”

“Hai fatto bene a lasciarla lì: sapevi che sarei rimasto, o come pensavi di tornare a Estensi? In monopattino?”

“Dai su, andiamo, non è importante. Due passi me li facevo volentieri: me lo ha consigliato il medico, dice che non faccio abbastanza attività fisica e che fumo troppo.” Poi guardò i genitori i quali lo guardarono ed annuirono dopo essersi guardati brevemente tra di loro ed aver fatto un leggero sì con la testa.

“Ma un passaggio, in fondo, perché no dai.”

I due poliziotti furono nella Fiat gialla del Jolly e Fernizio accese una sigaretta da un pacchetto di Winston rosse sul cruscotto senza chiedere.

“Ah, si può?”

“Ah, solo tu. Gli altri li faccio scendere. Ogni tanto, mi caccio fuori da solo. Ma non fumavi solo certi giorni, tra cui non oggi?”

“Eh be, ma quando capita…”

“Te sei Fernizio, il robot dalla volontà d’acciaio, ho capito, va bè dai.” Poi J fece uno strano verso simile a quello di un anziano che si siede dopo una lunga camminata e portò la macchina in centrale.

[Continua…]

Davide Carassiti

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