Elegia Familiare

Tutto ciò a Judy era sempre sembrato normale, d’altronde nella sua esperienza di vita per quanto si ricordasse nessuno le aveva mai mostrato alternative possibili a quella maniera di amare.
Judy se lo ricordava bene, le sembrava quasi di poterlo vedere ancora una volta il vecchio Finn, con la chiusura della camicia pericolosamente aggrappata agli ultimi quattro bottoni, lasciando intravedere, fugando ogni possibile dubbio, la canottiera che una volta era stata bianca e quel ciuffo di peli sul petto oramai tutti brizzolati, simbolo condiviso di una virilità solo marginalmente sopita a causa degli anni. Seduto a gambe divaricate e dondolandosi ritmicamente sulla vecchia poltrona di vimini posta all’angolo estremo sul lato destro del porticato, il nonno negli afosi pomeriggi d’estate pontificava, impartendo a Judy lezioni di vita, insegnandole le regole non scritte del mondo, come adeguarvisi per poter crescere in maniera corretta, come vivere in silenzio evitando così scocciature. Anche dopo tanto tempo, quando ormai Finn era morto da diversi anni, Judy non riusciva proprio a dimenticarsi di quei lunghi pomeriggi di noia afosa, passati nella casa del nonno.
La piccola proprietà sorgeva alla fine della strada parallela alla via principale del paese, poco fuori il centro abitato. Che Judy ne avesse memoria era appartenuta da sempre alla famiglia di sua madre, ma solo dopo la morte di sua moglie, solo allora Finn aveva deciso di vendere il proprio appartamento in centro per trasferirsi nella casa di “campagna”. Non che ci fosse una grande distanza tra le due, ma come ripeteva sempre il nonno ‘lì, alla fine del paese, non ci sarebbe stato nessuno in grado di disturbare la vita di un vecchio che si è spaccato la schiena in fabbrica per quarant’anni’. Da questo punto di vista sapeva veramente cosa fosse la fatica, e non perdeva occasione per ricordarlo a ciascun membro della propria famiglia, ogni qual volta avesse dovuto fare un servizio, benché minimo, per qualcuno dei suoi componenti.
Fin da giovane aveva aiutato il padre nel lavoro dei campi, scalando a tempo debito tutte le gerarchie che reggevano immutabili l’ordinamento sociale della campagna: versare l’acqua nelle ore più calde ai braccianti, portare i buoi durante l’aratura, raccogliere il mais, fino a guidare i primi macchinari a motore arrivati con la fine della guerra. Al termine del conflitto anche il mondo come lo aveva conosciuto Finn era giunto ad una svolta, cambiato per sempre. Ora un uomo per potersi dire tale doveva farsi schiavo non più del vomero e della terra, ma dell’acciaio e della pressa automatica. Così anche nonno Finn aveva trovato impiego nell’azienda più grande della regione, quella che durante la guerra fabbricava le scocche dei carri armati che venivano inviati oltreoceano e che ora costruiva sempre scocche, ma per veicoli che avrebbero determinato la libertà di chi li avrebbe acquistati. O così almeno ripeteva martellante la pubblicistica che in quegli anni infestava i cartelloni della città, a lettere cubitali con sullo sfondo un’automobile di un rosso vibrante, quasi una fotografia sovraesposta avrebbe detto oggi Judy. Come tutti coloro che fino a prima della guerra avevano sudato nei campi coltivando mais, anche il nonno aveva continuato a spaccarsi la schiena, per quarant’anni, piegando lamiere a assemblando portiere, mai diverse le une dalle altre.
In guerra Finn c’era stato sì, per due anni, prima in Francia e poi in Belgio, ma non ne parlava mai. Anche quando Judy trovava il coraggio di interrompere il flusso rantolante degli insegnamenti per chiedere notizie di quel periodo a lei sconosciuto e per questo misterioso e affascinante, il nonno scuoteva lento la testa e tirava dritto con il proprio catechismo di vita. Non appena rientrato a casa Finn aveva conosciuto Louise, si era sposato e fatto cinque figli, tra i quali anche la madre di Judy, Anne.
Non aveva mai conosciuto la nonna, o meglio, era morta quando Judy era ancora molto piccola e aveva da poco compiuto i due anni. Nonostante ciò Judy aveva una sua immagine chiarissima, impressa nella memoria. Se la ricordava in una giornata di estate, bellissima, con la pelle abbronzata, un vestito di lino chiaro a fiori bianchi che lasciava risaltare la collana di coralli rossa che le impreziosiva, intrecciata, il collo esile ed elegante. I capelli argentei facevano da coronamento al volto illuminato da un radioso sorriso bianco. La ricordava così, felice e gentile. Niente altro. Nessuno in quella famiglia sembrava aver ereditato tale bellezza, specchio esteriore di una gratuita bontà interiore.
Così Judy era cresciuta nella casa di campagna come sua madre Anne prima di lei. L’edificio, di legno, sorgeva – come detto – all’angolo estremo della cittadina, alla fine della strada. Aveva una pianta larga, quadrata, che si sviluppava su un unico piano, con l’eccezione di uno zoccolo che la rialzava dal livello del terreno, costituendo la base della veranda che copriva il fronte della facciata. Le pareti esterne si presentavano completamente tinteggiate di bianco, ad eccezione delle persiane e degli infissi che invece erano di un elegante ed insolito azzurro carta da zucchero. La porta sul retro conduceva, una volta percorsi tre gradini in muratura e intonacati, cui faceva da cornice sul lato sinistro una traballante ringhiera in ferro battuto verniciata di verde su cui si arrampicavano coraggiose delle campanuline rosa antico, all’ampio giardino, punteggiato di albicocchi. Quegli alberi erano stati i leali custodi dei segreti e dei desideri di Anne prima e di Judy poi nelle lunghe giornate estive. Figure salde e protettive che non avevano mai tradito la fiducia riposta in loro, anche al passare delle generazioni.
Anne era cresciuta in questo ambiente, fino ai diciassette anni quando nonno Finn le aveva detto che avrebbe conosciuto All, o meglio Alan, ma tutti in paese lo chiamavano All. Un ragazzo che da pochi mesi aveva iniziato a lavorare con Finn nell’azienda di automobili, impiegato nel reparto saldature, un uomo vero. Oltre al lavoro All aveva un’altra passione in comune con Finn: aveva spesso sete. Fino da quando ancora parlava con gli albicocchi Judy non aveva mai capito il motivo di quella sete, forse il caldo afoso, o le temperature insopportabili da affrontare davanti al bruciatore della saldatrice. Fatto è che Finn e All rientrassero spesso a casa tracannando qualcosa dall’odore molto simile al solvente.
Quella sera di luglio forse avevano avuto un po’ più sete del solito. Anne aveva da poco spento diciannove candeline, colanti sulla torta che la mamma ogni anno, da sola, le faceva: pasta frolla e composta di albicocche. Il profumo. Un paradiso. All era rientrato sbattendo violentemente la coscia contro lo spigolo del tavolo nella sala ormai buia. Era stato Finn ad invitarlo. Anne l’aveva appena visto in volto, sudato e schiumante, prima che le crollasse sopra rabbioso. Aveva provato ad urlare Anne, ma nessuno l’aveva sentita, o forse nessuno aveva potuto sentire il regalo che All aveva scelto di farle. Il suo corpo sudato quasi la soffocava, in un attimo che le parve non arrivare mai ad una soluzione.
Riprese aria, quasi la propria bocca riuscisse a raggiungere finalmente la superficie e rompere il pelo dell’acqua per poter respirare. Riuscì a percepire l’ossigeno che fresco entrava nelle narici sudate, percorreva la trachea e andava a gonfiare i polmoni. Si impose di respirare due, tre, quattro volte, quasi che il cervello si fosse dimenticato come fare. All russava sbronzo, mezzo nudo sul pavimento, accanto al letto. Anne si passò il dorso della mano sulla fronte, la ritrasse calda del sangue che sgorgava pigro dal sopracciglio sinistro tagliato dall’impatto con la testata del letto. L’atmosfera nella stanza era fumosa, pesante come le tende di velluto rosso che impolverate oscuravano le finestre. Disse ai propri polmoni di gonfiarsi e sgonfiarsi sotto al peso del proprio petto ancora un paio di volte. Era viva.
Qualche tempo dopo era nata Judy, ad Anne era stato detto di sposare All e nonna Louise era morta. Per la piccola Judy tutto ciò era sempre sembrato più che normale, d’altro canto nessuno le aveva mai insegnato una maniera alternativa in cui si potesse amare.
Ciò che aveva sempre impressionato Judy del carattere della mamma era quel suo sorriso lucido che sempre le si stagliava sul volto quando le si rivolgeva, nonostante i vetri infranti e la sete di All che imperterrita imperversava costante nella loro famiglia. In barba a tutto ciò, Judy aveva la certezza di poter rifugiarsi in quel sorriso di mandorle dolci che tanto le faceva rivivere quell’unica, indelebile fotografia della memoria di nonna Louise. Segno tangibile di quella continuità, quasi un filo che intessuto nella trama del tempo ricamasse il passare delle generazioni, era la crostata con la composta di albicocche il cui profumo caldo riempiva la cucina ad ogni compleanno di Judy. Proprio in quei giorni le si ripresentava assillante un senso di nausea a stringerle la bocca dello stomaco. Si sentiva mancante di una parte che componesse il tutto della sua nascente persona, aveva l’ardire di pretendere una figura con cui intavolare un rapporto che fosse dialettico e che non si fermasse invece a costanti premesse mancate. Fin da piccola Judy, nella libertà dell’infanzia, aveva avvertito questa distanza, anche durante le afose giornate estive mentre seduta sul pavimento in legno della veranda attendeva che Finn trovasse faticosamente le parole per pontificare. Anche adesso che il nonno se n’era andato, la sua immagine restava impressa vivissima nella mente di Judy, ormai cresciuta. Seduto sulla poltrona di vimini lo vedeva mentre apriva e chiudeva la bocca a vuoto, quasi a ripescare dal profondo dei polmoni appesantiti dalle polveri metalliche un fiato che si facesse veicolo del suo pensiero unico.
Dopo la morte di All, a Judy era stato concesso finalmente di lasciare la casa ai margini del paese. Si era trasferita per studiare legge nella capitale dello stato, aveva ottenuto una borsa di studio che le dava accesso ad un prestito universitario per quattro anni da ripagare non appena avesse trovato un impiego stabile, esaudendo i desideri che Anne non aveva mai potuto realizzare. L’aveva lasciata in un caldo pomeriggio di settembre che sapeva di nostalgia. Gli alberi di albicocche nel giardino sul retro stavano iniziando a perdere le foglie, ormai gialle. Le sporadiche folate di vento che asciugavano le fronti imperlate di sudore scuotevano i rami, staccando le foglie che veleggiando si depositavano sulle radici nodose e spazzando via le lacrime.
Nel campus Judy aveva conosciuto Rolf Bezz. L’aveva incontrato al secondo semestre del primo anno, iscrivendosi al corso di diritto privato. Era un ragazzo piuttosto alto e dal fisico ben sostenuto, i capelli castani erano venati da riflessi ramati mentre gli occhi erano di un caldo color nocciola. Tutto in lui era rassicurante, tutto era strano. Il legame tra i due si era intrecciato come il glicine alle travi del pergolato della casa del nonno. L’anno seguente si erano trasferiti in un piccolo appartamento in una zona appartata della città. Per pagare l’affitto Judy e Rolf dopo le lezioni facevano due lavori, ma la cosa non oscurava le loro convinzioni. I loro presenti di sopravvissuti.
Col passare del tempo Judy aveva deciso di dimenticare le proprie radici, quasi come un albero che ferito da un filo metallico lo ingloba nella corteccia, crescendovi intorno per poter sopravvivere.
L’adattamento l’aveva imparato silenziosamente da Rolf. Aveva trascorso la maggior parte dell’infanzia sballottato tra le più diverse famiglie affidatarie del Sud-Ovest, dopo che la madre, ubriaca, aveva cercato di accoltellarlo con la siringa che si era appena sfilata dall’avambraccio sinistro, credendo fosse un ladro. Il padre non c’era mai stato, o meglio, se n’era andato prima che potesse diventare tale. Non che la situazione di lì in poi fosse molto migliorata. Con un mutismo selettivo pressoché totale, Rolf era solito scappare dopo poche settimane per fare ritorno alla sua vecchia casa con l’obiettivo di aiutare la madre. Per il mondo nel quale viveva la gentilezza era sempre stata il suo difetto più grande. A diciassette anni era riuscito a farla accettare in una comunità di recupero. L’assicurazione sanitaria non copriva che quattro mensilità, così Rolf aveva iniziato a lavare i bagni e rifare le camere del motel lì vicino, per integrare le spese mancanti. Dopo due anni Kassidy era uscita ufficialmente pulita, nei fatti la settimana successiva Rolf al rientro dal lavoro l’aveva trovata mentre furiosa cercava di scaldarsi un cucchiaio sul fornello a gas della cucina. Così Rolf se n’era andato una volta per tutte, tentando di dimenticare le proprie radici. Eppure ancora adesso inviava ciò che gli avanzava dalle spese mensili ad una casella di posta, con la speranza che potesse costituire il passo decisivo per la redenzione.
Una volta ancora le foglioline verdi sui rami degli albicocchi avevano lasciato spazio a teneri germogli, tenui i piccoli fiorellini bianchi dalle sfumature rosa erano appassiti, al loro posto ancora una volta potenti erano comparsi i frutti; edace l’estate se li era portata via, prima che il vento riprendesse il suo ballo con le foglie ormai stanche. Sospinta dalla stessa inerzia, Judy stava imparando il mestiere della vita, per la prima volta da sola, per la prima volta sentiva con certezza di non esserlo. L’ingenua libertà dell’infanzia stava gradatamente lasciando il posto alla consapevolezza della maturità, eppure una spavalda sensazione ne consolidava la certezza che non sarebbe stata intaccata dalla vigliaccheria dell’immobilità, dall’incoerenza, morbo dell’età dell’oggi. La sua paura primaria aveva trovato porto in Rolf. Ciò che era stato normale ora non lo era più, né lo sarebbe mai più stato. Questa era l’agrodolce illusione che nutriva nella propria anima.
Questi pensieri le frusciavano rapidi nella mente, senza soluzione di continuità, mentre con passo molle ripercorreva il vialetto illuminato dalla luce lattiginosa dei lampioni, come una tempesta di sensazioni che tocca la costa della consapevolezza per poi passare oltre, non lasciando dietro a sé nulla come era prima. Di fronte si stagliavano possibilità e questo, per la prima volta, bastava.

Pietro Ruggeri

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