Stanze (1/2)

La prima volta Otto si svegliò in una stanza vuota e buia, come tutti. Come tutti, nell’oscurità non vide le solite quattro porte… Ma questo forse fu un bene: lo liberò dalla paralisi della scelta.

Come tutti, brancolò nel buio fino a quando le sue dita non si strinsero attorno a una maniglia, una qualsiasi; come tutti varcò la soglia e si trovò in un’altra stanza, delle stesse dimensioni – sette metri per sette – sempre con quelle quattro porte ad attendere. Come tutti, capì il meccanismo solo in seguito, man mano che selezionava porte e stringeva maniglie e oltrepassava soglie che lo avrebbero portato ad altre maniglie, ad altre scelte. Come tutti, infine, si arrese alla ripetitività delle stanze, identiche ma sempre diverse.

No, non proprio tutti, a dire il vero. Alcuni davano di matto. Si scaraventavano come meteore da una stanza all’altra, urlando e spalancando porte; inciampavano in altri viaggiatori e finivano per crollare, esausti, contro un muro o un’uscita sbarrata, o in uno degli infiniti angoli dimenticati da Dio, o chi per lui. Altri si rifiutavano di muoversi e rimanevano in una sola stanza, a morire di stenti o a sopravvivere con la carità della gente di passaggio, completamente impazziti e incapaci di prendere una decisione su quale uscio varcare, nel migliore dei casi dimenticati dalla società, nel peggiore sue vittime.

Altri ancora si rifiutavano di accettare che il labirinto non avesse una fine, un limite ultimo in grado di essere spezzato, oppure ancora rinnegavano le regole non scritte che circolavano tra i viaggiatori, tra cui l’idea che i passaggi cambiassero destinazione a seconda di chi li attraversava. Cercavano insomma delle pieghe, delle scappatoie nell’inflessibile sistema di norme che governava le stanze, e si imbestialivano quando puntualmente qualcosa mandava all’aria i loro tentativi di fuga da quella perfetta simmetria. Otto ebbe a che fare con un paio di loro, nel corso dei suoi vagabondaggi: disperati che scardinavano porte o facevano buchi nel soffitto o nel pavimento per provare le proprie teorie, sempre circondati da manipoli di curiosi… Ma in compenso non gli capitò mai di assistere ad alcun risultato, senza considerare un uomo tranciato a metà da un’apertura.

Quella simmetria era letale: Otto lo vedeva, porta dopo porta, lo percepiva nell’ambiente intorno a sé. L’ordine che regnava nelle stanze era geometrico, frammentario e intransigente. Eliminava ogni indefinitezza, ogni connessione, e impediva a chiunque di inquadrarlo appieno o di comprenderne gli ingranaggi. Tutto il sapere sulle stanze era traballante e incerto, come se quel meccanismo si rifiutasse di essere studiato e messo a fuoco fino in fondo.

Ci si interrogava sulla sua origine, sulla sua forma complessiva, sull’impossibilità di entrare nelle camere buie da cui tutti provenivano… Otto aveva imparato alcune cose conversando con la gente, fermandosi ad ascoltare i dibattiti pubblici, leggendo il più possibile, ma più apprendeva e più gli sembrava che tutte le teorie fossero in fondo fatte di fumo, ottenute attraverso metodi induttivi ed empirici continuamente smentiti dall’esperienza di qualcun altro, in qualche altrove.

Qualsiasi fosse la sua natura, in ogni caso, il meccanismo esigeva movimento costante: un moto primordiale che era alla base della vita collettiva, come un brulichio di formiche che si affannavano su e giù per quei cubi vuoti, sempre con quattro uscite, sempre con quattro entrate. Esigeva anche che questo movimento fosse passivo e senza meta, in altre parole guidato dall’inerzia, dalla noia o dalla speranza. Questi tre sentimenti erano infatti comuni all’intero corpus di girovaghi e vagabondi ed esploratori e morti viventi che percorrevano lo spazio segmentato del mondo.

Le stanze facevano di tutto per alimentare certi istinti nelle persone, offrendo un continuo e infinito cambiamento da un lato, e la monotonia di quella eterna condizione dall’altro. Nessuno si stancava mai di attraversare l’ennesima porta, di dare ascolto alla propria voce interiore: “Magari la prossima volta è quella buona, magari qualcosa succede.”

Era uno stato d’animo che Otto conosceva bene. Per un certo periodo ne era stato succube, succube della propria curiosità e del desiderio di conoscenza, ma soprattutto deciso a risalire, se non alla verità, almeno a qualche frammento di risposta o di spiegazione. Lentamente, inesorabilmente, le stanze avevano placato anche quell’ardore, riportando il suo entusiasmo nei parametri della quotidianità e appiattendo le sue aspettative al brusio di sottofondo, in cui andava tutto bene e allo stesso tempo non andava niente, in cui spesso lo spostamento non era verso qualcosa, ma via da qualcosa.

Un eterno vagare senza scopo per dimostrare a se stessi e agli altri di essere ancora vivi, insomma. Sia che fosse frenetico, sia che fosse calmo e misurato, il cambio di stanza distoglieva gli occhi dall’abisso della realtà per tenerli ben incollati sulla prossima maniglia, sulla prossima destinazione. Era un modo come un altro per auto-illudersi, passo dopo passo.

C’era chi si opponeva a tutto ciò, naturalmente, chi rifiutava di stare al gioco, ma gli esiti non erano poi così diversi. Le prime persone che Otto incontrò, appena uscito dalla propria stanza buia, erano stabili. Avevano ricreato una piccola comunità il cui baricentro ruotava attorno a un crocevia di quattro vecchie stanze, ricoperte dai segni del tempo e collegate tra loro da ampi archi di marmo. Nessuno sapeva la loro storia, né come avessero fatto gli antichi a unirle, né tantomeno cosa significassero le innumerevoli scritte e immagini sui muri, dove si sovrapponevano geroglifici e alfabeti antichi, mappe incomprensibili, graffiti e murales, firme e dediche…

I membri storici del gruppo vivevano lì insieme, accogliendo i viaggiatori di passaggio, condividendo storie e pensieri, trascorrendo il tempo tra assemblee, meditazioni e relazioni di vario genere. Otto si sentì fin da subito parte di una famiglia. Si lasciò trasportare dai discorsi e dal disincanto, ma soprattutto dalla naturale fiducia reciproca, che si diffondeva senza bisogno di essere pretesa.

In particolare, aveva trovato nella figura chiave del gruppo una fonte di saggezza che lo aveva salvato dalla follia iniziale, dalla disperazione affine a chi non reggeva il primo impatto con il mondo delle stanze. Questa figura era una sorta di santone spirituale che si faceva chiamare Kuhn, un nome che l’uomo aveva preso da uno dei libri che circolavano assiduamente per la comunità. Indossava soltanto dei pantaloni di tela chiara, che risaltavano per contrasto con il colore scurissimo della pelle. Il corpo nudo rimaneva muscoloso negli anni, malgrado l’età e malgrado Kuhn passasse la maggior parte del tempo a leggere o a meditare, seduto a gambe incrociate nell’angolo da cui, certe volte, suonava una chitarra recuperata chissà dove oppure intavolava dibattiti in grado di coinvolgere tutti i presenti.

Otto pendeva dalle sue labbra, e verso la fine della sua permanenza lì aveva riconosciuto in Kuhn l’unica ragione che lo teneva ancorato al Crocevia. L’uomo aveva una teoria tutta sua sulle stanze, che cercava di volta in volta di adattare all’argomento di cui si parlava o ai racconti dei viaggiatori di passaggio. Era stato lui stesso un viaggiatore, per molto tempo, e sosteneva di aver visto gli estremi confini del mondo, file interminabili di stanze bianche tutte uguali, vuote e spoglie. Riteneva che fosse impossibile uscire dal labirinto, che non ci fosse nient’altro all’esterno, e che esso per quanto enorme fosse di dimensioni finite. Non bisognava però vederlo come una prigione, secondo Kuhn, bensì come uno spazio comune, una grande casa in cui tutti erano obbligati a vivere. L’unica cosa sensata, dunque, era trovare un buon posto e trascorrere la propria vita non come topi in trappola, ma con la dignità di essere umani che si amavano e condividevano il tempo a disposizione. Una volta partito, Otto ebbe modo di ridimensionare le idee di quel primo maestro di vita, riducendole da verità assoluta a una mera interpretazione tra le tante, per di più nemmeno troppo attaccata alla realtà cruda delle stanze.

Una realtà la cui natura Otto non tardò a conoscere: non ci volle molto infatti prima che si imbattesse nelle implicazioni più profonde di quello schema fisso a cui tutti erano condannati.

Quella volta proveniva da una festa selvaggia, sparpagliata in cinque o sei stanze adiacenti: un’accozzaglia di corpi e musica e alcol e lampi di luce e viavai continuo di gente che appariva o scompariva dietro porte senza ritorno e di organizzatori che tra un pezzo e l’altro urlavano: “Tenete d’occhio le porte, a loro piace cambiare”, tant’è che chi attraversava rischiava di essere catapultato da tutt’altra parte e tanti saluti alla festa, oppure forse no, il meccanismo era una montatura e le stanze erano sempre lì, fisse nella stessa disposizione, ognuna col suo genere musicale da ballare fino alla nausea fino allo sfinimento fino ad essere calpestati fino a sprofondare nel pavimento e magari scoprire il sottosuolo su cui si reggeva quella bolgia surreale e il mondo intero.

Come ogni festa, era animata dal brivido del caos, dall’incertezza sugli spostamenti e sui ritrovamenti tra persone. Otto alla fine aveva rischiato ed era uscito, schiacciato dalla folla fino a perdere il respiro… E ad aspettarlo dall’altra parte c’era una Missione d’Espansione.

“FORZA GENTE, DATEVI UNA MOSSA CON QUELLA DINAMITE!”

Quello che pareva il capo dei minatori tuonava dall’alto della sua impalcatura, mentre un traballante gruppo di sfiancati cercava di far passare una cassa di legno attraverso uno squarcio nel muro, là dove avrebbe dovuto esserci una porta. Era la prima volta che Otto assisteva a una scena simile, e se non fosse stato frastornato e mezzo ubriaco sarebbe corso subito ad osservare il buco artificiale.

Nel mentre, uno dei lavoratori inciampò nei calcinacci e nei detriti che ricoprivano il pavimento, mettendo a rischio l’intera operazione: “NON AZZARDATEVI A FARLA CADERE, PERDIO, O SALTIAMO TUTTI IN ARIA SENZA L’OMBRA DI UN QUATTRINO!”

Dal lato opposto, un tizio allampanato disegnava e scriveva sulla parete attorno alla porta, calcolando quali punti deboli avrebbero permesso al muro superstite di seguire i suoi predecessori. Il fragore delle grida e dei lavori in corso irrompeva senza pietà nella testa di Otto, come se tutto quel martellare e trapanare e abbattere e spianare avvenisse direttamente tra le sue tempie. Preso dalla curiosità, si affacciò nello squarcio da cui stavano passando gli operai, ma il movimento non sfuggì all’ometto sull’impalcatura.

“TU, LAGGIÙ! COSA CREDI DI FARE, IL GIORNALISTA DI FRONTIERA? SIAMO NEL BEL MEZZO DI UNA MISSIONE D’ESPANSIONE, QUI, PERLAMISERIA!”

“Una Missione d’Espansione?” Mormorò lui, i timpani massacrati dal frastuono. Ma l’ometto stava già abbaiando verso il gruppo della dinamite, ormai posizionata e pronta all’uso, e Otto si affrettò a scavalcare lo squarcio per rifugiarsi dall’esplosione imminente. Di fronte, gli si palesava una scena fino a quel momento da lui ritenuta impossibile: un tunnel polveroso penetrava a perdita d’occhio attraverso una quantità spropositata di stanze. Operai e muratori si agitavano senza sosta tra le macerie, spostando materiale, liberando la strada, plasmando e riconfigurando i bordi di quella galleria, coordinati da altri urlatori paonazzi, i quali appollaiati sulle impalcature sbraitavano e si sgolavano per impartire ordini sopra il baccano dei macchinari. Le narici di Otto erano insabbiate di polvere al punto da farlo lacrimare, ma nonostante ciò i suoi occhi non potevano fare a meno di schizzare da una parte all’altra, cercando di carpire quale fosse lo scopo ultimo di quel finimondo. Talvolta, altri viaggiatori entravano nel tunnel dalle stanze adiacenti: indugiavano sulla soglia pochi istanti, incerti sul da farsi, prima di volgere le spalle all’opera di demolizione e fare dietrofront. Così Otto non riuscì a interagire con nessuno, almeno non prima che la dinamite alle sue spalle fosse esplosa con un boato che gli ribaltò le viscere.

Gli altri attorno a lui non sembrarono farci troppo caso, né tantomeno interruppero i lavori, e questo lo convinse ad affacciarsi oltre i resti del muro per sondare la situazione. Dietro la parete sulla quale il matematico aveva scribacchiato fino ad allora, un gruppo di persone che Otto identificò come una famiglia si liberava faticosamente dai detriti e si radunava attorno a una figura distesa. Sorgevano lamenti e urla, non più di comando: malgrado tutti i calcoli l’esplosione aveva fatto danni seri, e quella figura parzialmente nascosta dalla folla aveva una conformazione innaturale su cui Otto non riusciva a soffermare lo sguardo per più di qualche istante.

Nel mentre, l’ometto sull’impalcatura chiamò una squadra di quelli che lui inizialmente scambiò per dei soccorritori, ma che rivelarono la propria funzione di sgombero entrando in azione, sollevando di peso i componenti della famiglia ancora in grado di muoversi e indirizzandoli verso la porta più vicina. Ci fu una breve lotta, durante la quale i residenti della stanza tentarono di resistere, fare opposizione, recuperare i propri averi ancora intatti o portare con sé il cadavere sepolto nei calcinacci, ma prima ancora che Otto potesse raggiungere l’impalcatura del capo in carica, la squadra espulse più o meno violentemente ogni traccia di vita oltre lo squarcio.

“Signore…” Successe tutto talmente in fretta che non riuscì a capacitarsene. “Ma cos’è che fate?”

L’ometto lo guardò dall’alto in basso con l’aria di uno pronto a chiamare la squadra anti-scocciature.

“HAI LE ORECCHIE IMBOTTITE DI CALCESTRUZZO? È UNA DANNATISSIMA MISSIONE D’ESPANSIONE. ORDINI DELLA STANZA PADRONALE QUA VICINO.”

“Ma perché lo fate? Quelle persone…”

“NON MI HAI SENTITO? IL DIRETTORE PAGA, E PAGA BENE. IO MI OCCUPO SOLO DI STABILIRE I CONFINI CHE HA RICHIESTO, E FINCHÉ CONTINUERÀ A SCUCIRE SOLDONI NON C’È MURO O SCENATA CHE TENGA.” L’ometto estrasse una sigaretta dall’elmetto, noncurante dell’aria satura e irrespirabile. “ORA LEVATI DAI PIEDI, A MENO CHE TU NON ABBIA UN FIAMMIFERO.”

“Ma c’è gente che ci vive, lungo il vostro confine…”

“EHI, TU! COSA CREDI DI FARE? SE SEI STANCO PUOI ANCHE INFILARE L’UCCELLO IN QUELLA DANNATISSIMA PORTA E SBATTERLA FINCHÉ NON RITROVI LA VOGLIA DI LAVORARE, PERLAMISERIA!”

L’ometto aveva già distolto l’attenzione da Otto, il quale non riuscì a fare altro che scomparire dietro una porta laterale, impotente davanti all’esecuzione appena compiuta.

In seguito, apprese che processi del genere erano in corso in varie zone del labirinto, spinti da logiche di appropriazione e sfruttamento delle stanze. Nessuno sapeva come fossero nate le Missioni d’Espansione, né da dove spuntassero questi fantomatici padroni, re e conquistatori che rivendicavano i diritti di proprietà sullo spazio conquistato, né come fosse poi garantita tale proprietà all’interno delle porte sigillate e dei solchi tracciati con il sangue… Fatto sta che la crescita di tali dinamiche era ormai fuori controllo, al pari della mobilità a cui erano condannati gli espatriati: da quando qualcuno aveva deciso di ridisegnare le mappe secondo le proprie capricciose esigenze, tagliando fuori i tragitti e modificando le rotte comuni, la geografia delle stanze aveva cominciato a mutare. L’estro con cui i regnanti reinventavano la disposizione e la funzione di ogni cosa, abbattendo pareti e riunendo superfici in conformazioni alternative, era inferiore soltanto alla fame di gloria e riconoscimento con cui esponevano lo sfarzo del proprio operato a orde di turisti annoiati dalle quattro porte, dal sette metri per sette. Turisti disposti a barattare i propri averi o persino la propria manodopera, per visitare qualsiasi novità esotica fosse offerta tra le recinzioni di tali mondi, in cui corridoi adibiti a mostre d’arte si incastravano con stanze sopraelevate munite di scale, le quali a loro volta portavano a tiepide piscine al chiuso o a esorbitanti terrazzamenti, affacciati su piazze private ricavate dalla demolizione delle pareti e dall’esclusione dei non autorizzati.

Viaggiando, Otto aveva compreso che la fisionomia del labirinto non era uguale dappertutto: c’erano zone in cui pareva che gli espansori si condizionassero a vicenda, spinti dalle paure e dalle minacce reciproche, alternate a zone pacifiche di continuità e uniformità, oltre che di libero accesso. Nelle prime, era difficile districarsi tra i vari confini pattugliati e stabiliti in maniera arbitraria da ciascun sovrano, i quali spesso si sovrapponevano o rendevano impossibile proseguire in una determinata direzione. Non che a Otto, come alla maggior parte degli esploratori, importasse granché: alla fine una porta valeva l’altra, e se si incappava in qualche dominio privato la norma prevedeva che ciascuno si rassegnasse a tornare sui suoi passi, con la stessa arrendevolezza con cui affrontava la propria condizione di eterno nomade. Gli stessi padroni e grandi proprietari spesso abbandonavano i propri agglomerati di stanze e scioglievano i regni per ricominciare, con le stesse mire espansionistiche di prima, ma senza veri pretesti che le giustificassero e sostenessero dal profondo. Quasi come se lo facessero più per noia che per altro.

Fu così che Otto imparò pian piano a conoscere il labirinto, a districarsi tra gli imprevisti e le frontiere, a schivare i guai e a porsi come unico obiettivo quello di proseguire, di andare più a fondo nella ricerca di una verità. In tutto questo, si aggrappava come un naufrago all’impressione del divenire come garanzia di esistenza, come unico appiglio che lo salvava dal nulla.

Nei suoi pellegrinaggi entrò in contatto con la desolazione delle aree semi-abbandonate, percorse da ombre e fantasmi di viaggiatori, e con il vuoto dei non-luoghi di passaggio, polverosi e inutili, e con popolazioni dai bisogni semplici e dai rituali monotoni, e ancora con la libertà delle zone sperdute, intonse nella loro assenza di significato, e con le limitazioni di società le cui regole invece erano in continuo aumento, al pari delle risorse contenute in stanze sempre più sofisticate, e a sua volta fu sorvegliato, soppesato, accolto, cacciato, senza soluzione di continuità in grado di salvarlo dall’evasione.

Trovò una compagna di viaggio, Ruth, la quale per un certo periodo rappresentò l’unica nota costante nella melodia su cui Otto muoveva i propri passi. Era una donna pacata e allo stesso tempo instancabile, che aveva visto più cose di lui ma che nutriva il doppio della sua curiosità verso l’ignoto; ignoto con il quale interagiva in maniera incoerente, alternando momenti di famelica eccitazione, in cui sguardi e parole e gesti fluivano dal suo corpo in continua attività, a momenti di calma durante i quali si lasciava trasportare dalla corrente della vita, senza badare molto a ciò che la circondava. Otto era colpito da questa sua ambiguità, oltre che dalla flessibilità e dalla capacità di adattamento che ne conseguivano, e a volte si ritrovava a riflettere su come assorbire i pregi di quella personalità che tanto ammirava. Più spesso, però, si limitava ad apprezzarne silenziosamente la presenza al suo fianco, senza nemmeno realizzare che essa era il motivo della serenità con cui lui si rapportava alle stanze. [Continua…]

Costantino Bovina

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