L’impero Disney

Circolano molte storie, attorno al passato oscuro della Disney: dal cupo video di Suicide Mouse, ai vecchi cartoni che edulcorano la schiavitù e mettono in scena la figura del Sambo, – il nero stupido, ingenuo e docile rappresentato nella Hollywood di quegli anni – alle accuse nei confronti del suo fondatore Walt di misoginia, razzismo e antisemitismo, oltre che di simpatie fin troppo esplicite con il regime nazista d’oltreoceano.

Non è di questo che si parlerà qui, in primis perché è un argomento già abbondantemente trattato dai blog online (uno su tutti: https://www.tomshw.it/culturapop/il-lato-oscuro-disney-quando-non-basta-un-poco-di-zucchero/), e poi perché si è convinti della necessità di separare l’artista dalla persona, per poter analizzarli; il marchio Disney, con tutte le sue vicissitudini, dalla sua produzione culturale. È per questo motivo che verrà portata avanti una critica parallela su entrambi i fronti, sia su quello politico, sia su quello dell’intrattenimento.

Molto più spaventosi dei messaggi subliminali sono infatti i numeri che ruotano attorno a questo brand: più di 67 miliardi di dollari di ricavi nel 2021, in piena pandemia; 130 milioni di abbonati alla piattaforma streaming Disney+, lanciata solamente due anni fa; il 26% del box office totale di Stati Uniti e Canada messi insieme, più di qualsiasi altro produttore nell’industria. Nel 2019, quando ha inglobato la 20th Century Fox, la casa di Topolino rappresentava quasi il 40% dell’intero mercato cinematografico… Il concorrente più vicino? La Warner Bros, con un misero 15%. Quell’anno, degli otto film che hanno incassato di più nel mondo, sette erano Disney.

Con l’umilissima spesa di 71 miliardi per la fusione con la 20th Century Fox, che si va ad aggiungere a una lunga serie di acquisizioni – Marvel, Pixar, Lucasfilm, ma anche il canale televisivo ABC e la National Geographic – il marchio ora possiede un’infinita libreria di titoli e diritti d’autore, tra cui i Simpson, gli X-Men, Titanic.

Tutto questo si inserisce in un contesto storico ben preciso del settore dei media, caratterizzato dall’accentramento e dall’incorporazione sfrenata delle aziende, che si stanno trasformando in giganteschi colossi dell’intrattenimento, tendenti all’oligopolio e con le mani in pasta un po’ ovunque. Soprattutto per quanto riguarda il cinema, a pagare il prezzo sono le case produttrici indipendenti, i film autoriali e, più in generale, la sperimentazione e l’innovazione del genere. In altre parole, se la Disney possiede simili fette della torta complessiva, la ricetta servita al pubblico finirà per essere sempre la stessa.

Senza contare il fatto che un brand così potente può permettersi di fare più o meno quello che vuole: non sono nuove infatti le polemiche sul trattamento dei lavoratori e delle lavoratrici. Lo storico CEO Robert Iger, colui che ha governato il colosso negli ultimi vent’anni e lo ha portato alle vette capitalistiche di cui sopra, non ha fatto altro che proseguire la politica contro i sindacati del fondatore Walt Disney, noto per le sue convinzioni antioperaie. I risultati sono stati licenziamenti di massa, salari da fame – soprattutto nei parchi a tema: secondo il Guardian, più di un terzo dei dipendenti di Disneyland non hanno un letto dove dormire, e più di due terzi faticano a comprarsi da mangiare – e sfruttamento dei lavoratori.

Un atteggiamento altrettanto dispotico è stato adottato nei confronti della casa di animazione Pixar, che in mezzo alla noiosa ripetitività dei prodotti Disney ha saputo sfornare titoli di rilievo come Toy Story, Gli Incredibili, Inside Out, Wall-E, Alla ricerca di Nemo e Cars. Nacque come sottodivisione della Lucasfilm, poi fu acquisita da Steve Jobs e ceduta alla Disney nel 2006 – per un’altra modica cifra a nove zeri – lanciando film di successo e vincendo anche diversi premi Oscar.

I problemi per il marchio della lampadina arrivano negli ultimi anni, a partire dal marzo 2020, quando il lungometraggio Onward rinuncia alle sale cinematografiche ed esce solamente su Disney+. Fin qui tutto nella norma, c’era un pandemia globale in corso ed era l’unica soluzione disponibile. Se non fosse che la stessa sorte è toccata a Soul e a Luca, gli ultimi due film Pixar, rilasciati solamente in streaming quando le sale erano già riaperte. Un paragone con la scoppiettante uscita dei titoli Marvel e dei Classici Disney, come Encanto o il live-action di Mulan, è inevitabile: qual è il motivo di questa selezione?

A meno che non ci siano contrasti malcelati all’interno della dirigenza, l’unica ragione plausibile è la fobia della Disney nei confronti dell’originalità, della sperimentazione (per quanto i cartoni Pixar siano ben lontani dall’animazione sperimentale nel vero senso della parola) e della novità.

Puntare tutto su titoli già affermati, ancora meglio su trafile infinite di prequel, sequel, remake, reboot (il rifacimento non di un film ma di un intero franchise, come è successo a Spiderman), rilanci (come quello, parecchio discutibile, di Star Wars) e spin-off su personaggi affermati garantisce entrate costanti, un predominio assicurato al botteghino e quasi nessun rischio. Andando a vedere il box office della Disney degli ultimi anni risulta palese come gli unici titoli che non siano nulla di quanto citato sopra, e che quindi non si appoggino a nessuna opera precedente, si contano sulle dita di una mano. E la maggior parte di essi è di produzione Pixar, i cui registi esordienti e le cui idee originali hanno il merito di realizzare film tecnicamente perfetti ma con una vena artistica che si sta spegnendo, sotto una direzione tanto ottusa e capitalista.

Il confronto con Netflix, da questo punto di vista, è significativo: la multinazionale dello streaming si è infatti distinta per la varietà dell’offerta sia per quanto riguarda i film sia per le serie TV, con un catalogo che non esita a lasciare spazio a sperimentazioni di vario genere – pensate alle docu-serie o a quelle interattive – e produzioni internazionali. La Casa di Carta, Squid Game, Peaky Blinders e Baby sono solo alcuni degli innumerevoli esempi di questo approccio al panorama globale, in grado di creare un contesto di ibridazione e dialogo tra culture: basti pensare al catalogo di anime – cartoni giapponesi – in continua espansione. Certo, dietro c’è sempre una logica di mercato: i dirigenti seguono ciecamente la matematica dell’algoritmo che tratta i big data della piattaforma, premiando le serie che hanno successo e stroncando sul nascere quelle che non ce la fanno. La creatività dei professionisti è insomma limitata dalle esigenze e dai gusti – a volte discutibili – del grande pubblico… Ma per quanto desolante, questo scenario risulta ugualmente molto più aperto, ricettivo e adatto all’epoca della globalizzazione rispetto a quello presentato dalla Disney, che si ostina a riproporre in diverse salse l’esportazione dell’American way attraverso Hollywood.

Si potrebbe obiettare che dal punto di vista dei contenuti, invece, la casa di Topolino abbia fatto grandi balzi in avanti: dai cartoni razzisti e dalla rappresentazione della donna come una principessa passiva da salvare, oggi assistiamo al dilagare di supereroine e protagonisti neri. Inoltre, per quanto riguarda le principesse, c’è da ammettere che soprattutto nei cartoni più vecchi la responsabilità è delle favole e delle storie da cui essi sono tratti, e operare indiscriminatamente un discorso del genere potrebbe favorire una sorta di cancel culture nei confronti di molti classici, argomento in cui non si vuole mettere piede qui.

Limitiamoci dunque alla modernità: da Frozen a Black Widow, da Black Panther a Encanto, sembrerebbe che non ci sia casa di produzione più attiva nella lotta per i pari diritti. Eppure, ogni volta che certi argomenti sono portati così alla ribalta, si ha come un sentore di falsi propositi, di convenienza di mercato… Ma da cosa è dovuto? Che differenza c’è tra un film di denuncia come Scappa – Get out e i film Marvel?

Ci sono due grossi errori nel modo goffo con cui la Disney affronta alcune tematiche. In primis, l’horror di Jordan Peele è molto più crudo e schietto di quanto potrà mai essere una pellicola Marvel o un cartone animato Disney, i quali hanno l’effetto involontario di edulcorare e smussare battaglie politiche che di per sé sono culturalmente e fisicamente violente, in quanto nascono dalla violenza. Ma questo è tutto sommato un problema strutturale, dato dal fatto che un prodotto Disney vuole essere aperto al pubblico medio, alle famiglie, e per questo motivo si tiene lontano da prese di posizione troppo politiche o estreme. Il secondo errore, invece, è ben più grave, e consiste nel fatto che la Disney non è un’avanguardia artistica, è un gigante quotato in borsa, consolidato e piuttosto conservatore, ragion per cui ogni volta che si avvicinerà a certi ambiti – che siano i diritti civili o le battaglie politiche – lo farà in maniera tardiva, cavalcando l’onda creata da altri, approfittando del dilagare di determinate idee e valori. Sarà sempre uno specchio dei cambiamenti già in atto nella società, uno specchio dal funzionamento anche un po’ lento e mai un agente che li provoca, che li diffonde e li alimenta. Le sue rivendicazioni contro le discriminazioni sono inutili fenomeni di facciata, contentini per la morale borghese del suo pubblico; agiscono a posteriori e con scarsi risultati.

Qui si apre un’altra questione, ben più ampia della Disney: qual è il ruolo che vogliamo attribuire a Hollywood, al cinema, all’intero settore dell’intrattenimento, nella contemporaneità? È possibile, per gli Studios, cambiare attivamente la società attraverso le loro narrazioni? Quanto è grande l’influenza di certe pellicole sul sentimento e l’opinione comune, e viceversa?

Sono domande difficili a cui rispondere: senza cadere nell’ideologico, un buon paragone con la Disney è lo Studio Ghibli, la storica casa di produzione giapponese di Hayao Miyazaki. Nei film del regista – ricordiamo tra tutti La città in cantata, Il Castello errante di Howl, Porco rosso e Il mio vicino Totoro – c’è innanzitutto un crudo realismo, riconosciuto da lui stesso come un attaccamento viscerale ai ricordi della guerra. Miyazaki appartiene alla generazione che visse la Seconda Guerra Mondiale nell’infanzia, e che rimase traumatizzata dalla violenza della sconfitta giapponese che tutti conosciamo. I suoi lungometraggi sono caratterizzati da una sottigliezza che manca ai cartoni a cui siamo abituati: non ci sono cattivi, non c’è la lotta duale tra bene e male, solo persone che si comportano in determinati modi. Non è un paragone casuale: il regista affermò in una conferenza del 1988 che odiava il facile sentimentalismo dei film Disney: “Secondo me non mostrano altro che disprezzo per il pubblico.”

Anche il ruolo della donna è completamente diverso: protagoniste attive che combattono e salvano ragazzi in maniera naturale, che non sono necessariamente belle né rivendicano la propria indipendenza femminile, ma resistono alle convenzioni del genere.

Infine, i cartoni dello Studio Ghibli mandano un chiaro messaggio ambientalista da almeno vent’anni, molto prima che esplodesse il dibattito sull’emergenza climatica. Uomo e natura spesso lottano e si infliggono ferite, in narrazioni che non danno soluzioni facili e confezionate, ma anzi talvolta lasciano l’amaro in bocca. Questo per dire come sia possibile creare film “per bambini”, spensierati e pieni di sogni e cose fantastiche, senza rinunciare a un ruolo educativo e sociale attivo nella loro formazione. Lo stesso Miyazaki afferma che l’obiettivo ultimo dei suoi film non è ideologico o morale, ma è quello di “dare conforto, riempire il vuoto che si può avere nel cuore o nella vita quotidiana.”

Non si tratta quindi di propaganda, né di inserire forzatamente la politica in ambiti innocenti e lontani dalla realtà. Si tratta piuttosto di combattere l’idea secondo cui la cultura e l’intrattenimento siano uno spazio d’evasione parallelo alla vita reale, distaccato e acritico, fatto per non pensare ai problemi della contemporaneità o per spegnere il cervello. Primo, perché questa cosa non è mai del tutto possibile: qualsiasi tipo di narrazione, volente o nolente, ci influenza in qualche grado attraverso i suoi sistemi simbolici e valoriali. Un vero cambio di paradigma nelle storie Disney non si avrà mai fino a quando esse saranno il frutto di un modello capitalista basato sul profitto e quindi sull’intercettazione conformista dei gusti delle masse, tipica dell’industria culturale occidentale. La ripetizione della stessa formula narrativa, insieme alla segmentazione del pubblico per identificare in maniera più mirata le sue esigenze, sono meccanismi già analizzati dalla Scuola di Francoforte almeno settant’anni fa, così come le conseguenze: un intrattenimento sempre più omologato ai canoni dominanti, con un pubblico anestetizzato la cui sensibilità si fa sempre più lontana da prodotti di stampo originale.

Se la critica di Horkheimer e Adorno non teneva conto dell’agentività degli spettatori, considerati forse troppo passivi e impotenti, dalla pubblicazione di Apocalittici e Integrati di Umberto Eco le cose non sono così semplici e il cinema, lungi dal fare il lavaggio del cervello che si temeva agli esordi, è riconosciuto modificatore attivo e specchio riflettente della società, come ogni altra forma mediatica. Tuttavia risulterebbe dispersivo portare avanti una critica omnicomprensiva nei confronti della “fabbrica dei sogni” di Hollywood, per quanto ci siano tanti fattori che penetrano nel discorso fatto in questa sede. Qui ci si limita a sottolineare la necessità di un nuovo modello culturale, che vada oltre la concezione di intrattenimento promossa da multinazionali come la Disney.

Posto che la differenza tra cultura alta, media o bassa è, riprendendo Umberto Eco, riflesso di una “concezione fatalmente aristocratica del gusto”, e che c’è un certo classismo nel decidere che i film di Wes Anderson sono cultura alta mentre Avengers non può che appartenere a quella bassa, bisogna riconoscere che nel modello economico attuale il rapporto tra creatore e fruitore dell’opera equivale a tutti gli effetti a un rapporto tra produttore e consumatore. Anche il cine-saggio francese più raffinato deve sottostare alle leggi del mercato per raggiungere il proprio pubblico, così come anche il più innocente cartone animato veicola determinati valori culturali. Questo è un dato di fatto che causa una serie di vantaggi e svantaggi nella società, ma al di là di ciò, è impossibile e inutile fare un bilancio complessivo per dare un verdetto univoco: lo stesso Eco riconosceva che domandarsi se la cultura di massa fosse un bene o un male equivaleva a una questione mal posta, e che il vero obiettivo fosse sfruttare questi mezzi per creare una comunicazione dialettica tra le due parti, creatore e fruitore, con uno scambio reale alla base.

La Disney impone verticalmente un insieme di valori che è radicato implicitamente nella società da cui proviene, ma il ruolo delle élite intellettuali di oggi – se ancora esistono – non è quello di eliminare i suoi cartoni animati o di riportare in voga il “sano” intrattenimento. È piuttosto comprendere il funzionamento del medium, ricercare la chiave del successo comunicativo con cui esso arriva tanto facilmente al cuore delle persone, e reinventarlo per esprimere modelli di pensiero meno gerarchici, meno reazionari e più giusti.

Una simile ammissione potrebbe essere un primo passo per risolvere l’incomunicabilità di oggi tra gli intellettuali e le masse. Se nel secolo scorso c’era ancora una connessione tra i due mondi, oggi la figura dell’autore deve riemergere a partire dai media finora considerati “bassi”, innalzandone le aspettative e la qualità. Ciò non significa utilizzare i cartoni animati per fare propaganda, significa ideare prodotti artistici di rilievo, in grado di sviluppare una coscienza critica e artistica nello spettatore; in grado di evocargli idee su se stesso, sul mondo in cui vive, su ciò che ha appena visto. È un obiettivo molto lontano dal semplice intrattenimento-svago, fatto per occupare il tempo o distrarsi un po’, così come dalle forme più “alte” di cultura – da intendersi ora invece nel senso più ampio, dal fumetto, al videogioco, alla street art –.

Una battaglia sul fronte delle narrazioni non elimina l’imperativo di cambiamenti materiali nell’industria culturale e massmediatica in cui siamo immersi: essi sono altrettanto necessari. La nostra convinzione è che questi due aspetti siano inevitabilmente intrecciati, e che una critica – non aristocratica ma popolare, dal basso – di fenomeni come quello Disney non distolga l’attenzione dalle rivendicazioni politiche, anzi le alimenti e le fortifichi. Non ci può essere una rivoluzione fattuale senza una rivoluzione culturale, e viceversa.

Costantino Bovina

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