Perché l’8 marzo di sciopera? Lo abbiamo chiesto a Non Una Di Meno!

Ciao, chi sei? Sono Mylou, una frocia bisessuale. Faccio attivismo transfemminista queer. Al liceo ho partecipato alla fondazione di Non Una Di Meno Taranto e qui a Bologna faccio parte sia di Non una di meno, che del collettivo Smaschieramenti.

In breve, mi spieghi cos’è Non Una Di Meno? È un movimento transfemminista globale, arrivato in Italia nel 2016. La nostra prima “comparsa ufficiale” in Italia è stata fatta proprio il 25 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che abbiamo rinominato la giornata contro la violenza maschile e di genere. Fin da subito l’obiettivo è far capire come l’unico modo per combattere questa violenza sia riconoscere il suo carattere strutturale. È in ogni ambito della società, non si trova solo nel rapporto di coppia, come si tende a credere. Sappiamo cosa bisogna fare per eliminarla e lo abbiamo anche pubblicato, poco dopo il 25 novembre, nel “piano femminista contro la violenza maschile e di genere”, che trovate facilmente su internet.

L’8 marzo del 2017, invece, Non Una di Meno sostiene che non siaun giorno di festa, bensì un giorno di lotta. E, in particolare,definisce lo sciopero delle donne come “sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo”. Cosa significa? Si, è un vero e proprio giorno di protesta: contro le violenze e le disuguaglianze di genere. La forma scelta è, per l’appunto, lo sciopero, strumento che possiede piùsignificati e motivazioni. Innanzitutto, si vuole dare visibilità a un lavoro invisibile, non riconosciuto come tale: la cura della casa, la cura dei figli e della serenità familiare. Si tratta di una serie di attività– tra l’altro definite essenziali in tempo di pandemia – che per una arcaica divisione sessuale dei compiti sono considerate “naturalmente” una mansione propria delle donne. Si sciopera per protestare contro questo modello, dimostrando quanto possa essere pesante il dovere di cui si parla. Questo è anche il senso dello slogan “se ci fermiamo noi si ferma il mondo”. Parlando di mestieri invisibili, inoltre, c’è anche tutto il tema inerente al sexwork, che in Italia fatica a essere riconosciuto come un vero lavoro, con tutte le conseguenze del caso (dal discredito sociale alla pericolosità stessa). Lo sciopero è anche per questo.

E il lavoro produttivo? Qual è? È quello riconosciuto, quello pagato. Si sciopera anche da questo. Qui il significato è protestare contro le disuguaglianze e le violenze di genere sul luogo di lavoro. Una delle problematiche più gravi in questo ambito è il gender pay-gap, ovverola differenza delle retribuzioni basata sul genere: in Italia le lavoratrici italiane percepiscono il 30% in meno dei loro colleghi maschi.

E perché? Ci sono datori che pagano maggiormente gli uomini rispetto alle donne? Non proprio: questo succede, ma è più raro. Il problema si trova alla base e riguarda l’accesso al lavoro stesso: ci sono delle intere categorie professionali dove è più facile essere assunte in quanto donne, e sono tutte occupazioni meno remuneratividi quelli in cui, invece, è più frequente trovare uomini. Il pensiero che c’è alla base è il medesimo di prima, riguardante la divisione sessuale delle professioni. Si tratta infatti di professioni legate all’attività di cura: dunque, principalmente, maestre di scuola elementare e asilo, badanti, hostess e molte altre ancora. Proprio per questo, l’8 marzo sciopera anche chi non possiede un’occupazione poiché, non volendosi rassegnare a queste terribili dinamiche, non riesce a trovarlo. Infatti, la stessa ricerca di un impiego è faticosa ed estenuante.

Quindi è uno sciopero dal lavoro di cura, interamente scaricato sulle spalle delle donne, da quello produttivo, dove proliferano disuguaglianza di genere, a quello “invisibile”, come quello delle sexworkers, e anche dalla disoccupazione. Si, con Smaschieramentilo abbiamo definito anche “sciopero dal genere”, essendo un giorno in cui smetti di assecondare le aspettative che le altre persone hanno rispetto al tuo genere, soprattutto se sei donna o persona LGBTQIA+(ma non solo…). In generale, si può definire come uno sciopero da tutte le condizioni esasperate di sfruttamento dovute al capitalismo eal patriarcato. Quest’anno è anche uno sciopero contro la guerra in Ucraina.

E come si sciopera? Le forme sono varie. Quella classica consiste nel presidio. Dalle 9 alle 12 saremo in piazza Maggiore a sostenere le nostre posizioni. Ci saranno attività e laboratori organizzati da Non Una Di Meno e dalle varie realtà femministe e transfemministe attive sul territorio bolognese, come Mujeres Libres e la Mala educaciòn – che organizzeranno delle lezioni in piazza – e Smaschieramenti – con la performance “scuola di gender”. Al presidio si può partecipare anche indirettamente, mandando alle pagine di Non Una Di Meno il proprio messaggio di lotta, che verrà letto in piazza; nel pomeriggio sfileremo tutte insieme per le vie della città. Sappiamo, purtroppo, chenon ci si può sempre assentare dalla propria postazione di lavoro, a causa di una mancata copertura sindacale o di possibili ripercussioni negative sulla carriera di ognuna. In questi casi, scioperare può esserequalsiasi gesto che dimostri che si è occupate in una lotta: appendere sul balcone un simbolo come il panuelo, impostare una mail o un sms automatico con scritto “oggi sono in sciopero” e mandarlo a chiunque richieda la disponibilità. O ancora, consigliamo di “scioperare dal sorriso”, astenendosi da quella performance di genere richiesta a donne o soggettività femminilizzate, spesso mentre esercitano la loro professione.

Anna Providenti e Mylou

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