“As duas em Lisboa”: writing al femminile

Il writing è “un fiore nato dal letame”, un percorso non canonico che viene intrapreso per protestare contro la società e la politica. Si tratta di uno stile alternativo di pensiero che vede questa tipologia di espressione svincolata dai parametri economici del mondo artistico tradizionale. Questo permette agli artefici di poter esporre liberamente la propria opera ad un pubblico potenzialmente ampissimo, senza i vincoli di una cultura sempre più elitaria propinata da gallerie e musei. Se si potessero lanciare degli hashtag per protestare contro l’idea di graffitismo così com’è proiettata attualmente nell’immaginario collettivo, questi sarebbero #nonsoloBanksy e #nonsolouomini. Il primo esprime la necessità di andare oltre il celeberrimo artista senza volto, ricercato quanto apprezzato in tutto il mondo, e oltre il mainstream. Il secondo infilerebbe un coltello nella piaga, perché in certi ambienti la presenza maschile è pressoché esclusiva e l’apporto femminile viene oscurato e quasi sorprende.

“As/Às duas em Lisboa” è il titolo del documentario della regista emergente Maria Messina. Si tratta di un gioco di parole in portoghese, senza accento significa “Le due (ragazze) a Lisbona”, mentre con l’accento significa “Alle due (del mattino) a Lisbona”, per fare riferimento ad una loro azione avvenuta a quell’ora che la regista ha seguito personalmente con la camera e la cui evoluzione è raccontata nel documentario.

Prima di addentrarci nell’opera, occorre tracciare le origini e un breve sviluppo del fenomeno artistico.

Il Graffiti Writing (anche solo Writing), che in italiano è tradotto in graffitismo, è un movimento culturale e una manifestazione sociale e artistica diffusa in tutto il mondo, basata sull’espressione della propria creatività attraverso interventi sul tessuto urbano. Non bisogna confondere questo fenomeno con i murales, in italiano pittura murale, una particolare forma d’arte che utilizza il muro come supporto fisico. È molto importante distinguere anche il Writing dalla Street Art, in italiano Arte di strada o Arte urbana (se tieni la maiuscola qua mettila anche prima nei nomi italiani, altrimenti toglila qua), poiché quest’ultima potremmo definirla piuttosto una evoluzione commerciale del graffitismo. Inoltre, l’arte urbana racchiude innumerevoli forme d’arte che si manifestano in luoghi pubblici, spesso illegalmente, nelle tecniche più disparate: adesivi artistici, arte normografica, proiezioni video, sculture ecc., invece nei graffiti viene messa in rilievo la tecnica consistente nell’utilizzo di vernice spray e lo studio della lettera (lettering), oltre che il punto d’origine individuato nella cultura hip hop. Spesso le due discipline vengono omologate per il luogo in cui l’arte si manifesta e altre volte a causa di alcune modalità di esecuzione della stessa, oltre alla erronea diffusione mediatica. (ho capito cosa vuoi dire, ma è un po’ contorta come frase)

È un’impresa ardua classificare il graffitismo utilizzando schemi tradizionali, essendo intrinsecamente presenti in questo una componente legata a un’espressività artistica, e una forte componente di autoaffermazione che passa dalla rottura delle regole e dalla noncuranza delle leggi. C’è chi sostiene che le sue prime forme d’espressione si possano far risalire all’abitudine dei soldati americani nel corso della Seconda Guerra Mondiale di disegnare lo scarabocchio Kilroy, un omino accompagnato dalla scritta “Kilroy è stato qui” sui muri o su qualsiasi altro posto dove si fermavano, si accampavano, o che visitavano per lasciare una traccia. Tuttavia, il graffitismo con la connotazione attuale nasce come parte della sottocultura hip-hop circa negli anni ’70, ma ne travalica sin da subito i confini geografici e culturali. All’inizio erano riconoscibili solo tag, ovvero firme lasciate nel tessuto urbano da parte dei writers per delimitare il territorio fra le varie bande rivali nel quartiere newyorkese del Bronx. In seguito, i graffiti diventarono una forma di dissenso manifesta contro il sistema politico statunitense, che in quel momento affrontava la guerra in Vietnam. Dipingere sui muri era reato, ma questo divenne un modo per prendersi gioco delle autorità e un modo per protestare contro un sistema che escludeva gli ultimi. Uno dei primi writer degli anni’70 è TAKI183, di New York, la cui firma ricorda anche le coordinate del proprio territorio. Ricordiamo anche le ragazze Barbara e Eva62. Un esempio italiano è C.T., che opera a Milano negli stessi anni nella zona di Parco Sempione.

Tra il 1972 e il 1975 molti iniziarono a realizzare i primi “pezzi”, opere rappresentanti una evoluzione delle firme, divenute più grandi, più spesse e con i primi esempi di riempimento e di contorno (outline). L’arte ufficiale venne minacciata dal suo alter ego e iniziarono le prime campagne repressive contro il graffitismo: i luoghi preferiti dai protagonisti, come depositi e treni, vennero puliti e lavati; vennero poste addirittura taglie sui writers e si piazzarono pattuglie cinofile lungo le recinzioni. Il graffitismo vide numerosissime adesioni tra i giovani e la repressione non riuscì ad uccidere quella che era ed è l’esigenza di imporre visivamente l’arte per dare un messaggio. Il writing si è così evoluto, sono nati nuovi stili oppure sono stati arricchiti quelli più vecchi, aggiungendo cartoni animati e forme prese dalla segnaletica stradale o derivanti dalla logotipia.

Nei primi anni Ottanta il fenomeno dei graffiti trovò un terreno fertile in Europa, a partire dall’evoluzione stilistica realizzata dalla crew parigina TCA (The Chrome Angelz) e di Davide Tinelli, detto Atomo, artista che agiva nei centri sociali del territorio milanese, in stretta collaborazione con la scena underground. A partire dalla fine degli anni Novanta i graffiti diventano un contenitore di esperienze fruibili da cui attingere per la comunicazione commerciale e pubblicitaria. Il mercato brama i graffiti e attualmente il graffitismo mantiene la forte connotazione sociale, politica e culturale iniziali, tuttavia con qualche contaminazione commerciale da parte dell’arte ufficiale nei confronti del suo alter ego.

-Chi è Maria Messina?

Sono Maria Messina, una studentessa di cinema presso l’Università di Bologna. Ho 23 anni e da sette mesi vivo a Lisbona in Portogallo, dove ho deciso di incentrare i miei studi in ambito documentario, un genere che qui è molto più seguito e riconosciuto rispetto a quanto accade in Italia.

-Perché hai deciso di girare questo video? Da dove è nato l’interesse/da cosa sei stata ispirata?

La scena underground di Lisbona è veramente ricca e ha catturato la mia attenzione fin dal primo momento e fin dai primi passi in queste vie. In particolare, i muri della città mi hanno incuriosita per la quantità e diversità di tag che incontravo quotidianamente. L’influenza brasiliana è evidente anche in questa forma d’arte, per tale motivo ho iniziato a fare ricerca sul campo per comprendere i graffiti che vedevo, approfondendo la mia conoscenza a riguardo. Così facendo, ho scoperto una diversa tipologia di graffiti brasiliana, il pichaçao, che si caratterizza per i caratteri criptici e il loro posizionamento esteso per intere facciate di edifici.

L’origine del termine è fatta risalire agli anni Sessanta in Brasile dove venivano realizzati gli slogan sui muri in catrame, che in portoghese si traduce con la parola pixe, termine che costituisce la radice di “pichação”, quindi letteralmente significa “scrivere col catrame”. L’opposizione di tipo politico muta successivamente, dalla fine degli anni Ottanta, in volontà di affermazione, adrenalina e resistenza sociale, conservando il significato fino ai giorni nostri.

Volevo raccontare quello che stavo scoprendo ma volevo farlo secondo una strada precisa: quella del punto di vista femminile. Ero curiosa di conoscere delle ragazze che facessero questo e, attraverso contatti in ambito artistico a Lisbona, le ho trovate. Una delle due, inoltre, è una delle poche ragazze in Europa che pratica pichaçao. Loro mi hanno istruita a questo mondo portandomici dentro e permettendomi di riprenderle. Ho posto loro domande inerenti sia alla loro arte come forma espressiva che al microcosmo di writers in cui erano inserite, e mi hanno mostrato come ancor di più nell’ambito dei graffiti potesse essere evidente una grande difficoltà per le donne di palesarsi come tali, in quanto si tratta di un mondo con una netta prevalenza di uomini e le donne partono sempre nascondendosi dietro al mistero che può celare un tag. “Brava… sei tu? Pensavo fossi un ragazzo”.

-Come pensi che venga vista la cultura Hip Hop dalla società attuale?

La cultura Hip Hop non è realmente compresa dalla nostra società, o almeno a mio parere l’obiettivo di chi si muove in questo ambito non è di essere accettato dalla società, bensì di contrastarla. È controcultura e in quanto tale rifiuta quelle che sono le tendenze culturali dominanti e per contrasto si impone come un urlo di protesta. Lo ritengo affascinante ed efficace perché colpisce chiunque la incontri scatenando una inevitabile riflessione, e può portare anche a mettersi in discussione.

-Spesso si crede che la discriminazione di genere sia presente solo in certi ambienti, ignorando che essa è viva anche in ambienti “liberi e aperti” nell’immaginario come quello artistico.

Come può la donna cercare di riscattarsi da questa condizione?

Le donne nel mondo dei graffiti sono numericamente inferiori, e come dicevo, la disparità di genere è evidente. Dal mio punto di vista è una condizione ahimè imprescindibile: come in molti ambiti, la parte femminile deve lottare per guadagnarsi visibilità, perché alla base c’è un forte machismo predominante ed esiste sempre il discorso che una donna deve dimostrarsi “meglio di un uomo” per emergere. Certi sistemi sono nati e si sono evoluti escludendo la donna perché vista come elemento debole. In particolare, trattandosi di un ambito quale i graffiti, in cui prevale la legge del più forte, la donna deve faticare molto per guadagnarsi il rispetto e la considerazione da parte di gruppi formati da soli uomini. A mio avviso per riscattarsi la donna non deve fare altro che avere il coraggio di MOSTRARE quello di cui è capace, non è chiamata a DIMOSTRARE nulla. Spesse volte i limiti sono dettati da preconcetti mentali, sociali, ai quali non si ha il coraggio di reagire. Questo documentario dimostra come queste due ragazze abbiano avuto la volontà di farlo per sé stesse e, indirettamente, anche per le altre donne.

-Se tu fossi una writer, quale sarebbe il tuo messaggio?

Se fossi una writer probabilmente il mio messaggio sarebbe lo stesso che cerco di mandare attraverso la regia di quello che giro: svegliamoci e risvegliamo la nostra voglia di raccontare attraverso nuove forme, perché questo mondo ha bisogno di trovare nuove forme di espressione, più che nuove idee. Le storie che ci vengono raccontate sono sostanzialmente sempre le stesse, ma è il modo in cui si decide di raccontarle che le rende uniche.

-Chi è la tua figura femminile di riferimento?

La mia figura femminile di riferimento è Jane Campion, una regista e sceneggiatrice che racconta e denuncia attraverso i suoi film la tossicità mascolina e tutto quello che ne consegue. Una donna senza paura ma con una grande voglia di esprimersi e che sicuramente sta svolgendo un ruolo cardine all’interno dei gender studies.

Maria Messina ha avuto il coraggio di raccontare la stessa storia di discriminazione con un occhio diverso: la consapevolezza che la disparità di genere può cambiare attraverso le testimonianze, la sensibilizzazione e soprattutto facendo sentire la propria voce. Il documentario di Maria non è visibile sulle tradizionali piattaforme di streaming perché verrà presentato a vari festival ed occorre mantenere l’esclusiva. Non appena sarà possibile visionarlo, verrà riportato di seguito il link di accesso. Nel frattempo, godetevi delle squisite anteprime sulla sua pagina Instagram: 

https://www.instagram.com/p/CXMlNX7MPUf/

                                                                                              di Federica Wor Suriano

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