La Villa

A volte bisognava scegliere, e forse era la cosa migliore e peggiore di quegli anni: padroni della nostra esistenza e schiavi del nostro divertimento.”

All’epoca la Villa poteva benissimo apparire come una casa abbandonata, in mezzo ai campi. Era un fatiscente podere nobiliare la cui ultima ristrutturazione risaliva a quarant’anni prima, raggiungibile tramite un vialetto sterrato affiancato dai cipressi, poco dopo il cimitero. Sulla decadente facciata c’erano dei tagli, scavati nell’intonaco, come se qualcosa di enorme avesse graffiato il muro scrostato, cercando di raggiungere l’anima della casa. Alle finestre più basse, delle sbarre arrugginite; quelle più alte invece sempre nascoste dagli scuri, vecchie tavole di legno scricchiolante. Forse era anche per questa sua aura inquietante che ci piaceva da matti; per lo stridore generato dalla spensieratezza dell’atmosfera e dall’aspetto misterioso, quasi macabro, di quel locus amoenus in cui ci rifugiavamo, isolati dal mondo. Uno stridore che percepivamo a livello irrazionale, ma su cui tutti preferivano sorvolare.

Nessuno sapeva come fosse finita lì, chi l’avesse costruita o come mia nonna fosse entrata in possesso dell’ala più a sud. Noi la chiamavamo la Villa, e ci bastava. Ci andavamo nei weekend per le droghe, la musica e i festini illegali, e ogni tanto a vivere in brevi periodi, per staccare un po’ dalla realtà cittadina. Erano gli anni della sperimentazione: volevamo provare tutta la gamma di possibilità che la vita aveva da offrire a una banda di ventenni ormonali e pieni di energia. Non importavano i rischi o i risultati, l’importante era buttarsi a capofitto in ogni pazzia che ci passasse per le mani. Alcune avventure finivano bene, altre invece in maniera catastrofica; la maggior parte erano aneddoti divertenti da raccontare. Si saltava da una serata all’altra, da una scopata all’altra, da una dipendenza all’altra. Assumevamo dosi da cavallo di mescalina, funghetti, e di tutta la roba psichedelica che trovavamo sulla piazza. LSD, soprattutto. Passavamo intere notti fissando cose che non esistevano attorno a noi, scambiandoci occhiate stralunate e commentando questa o quella allucinazione… Ci furono un paio di trip davvero strani, poco ma sicuro.

Uno che mi rimase impresso fu la sera in cui venne a trovarci Gus, un chitarrista bosniaco che stava girando l’Italia perché aveva rotto con la band del suo paese e voleva “cambiare aria” (almeno così è come ce l’aveva raccontata). Insomma, Gus era lì che suonava e cantava e io ero steso sulla sedia a dondolo, con gli occhi chiusi, dopo essermi calato un francobollo di acido. Ero tutto concentrato sulla strana melodia dei Balcani, quando iniziai ad avvertire ondate di calore in vari punti del corpo. Era come se qualcosa di tiepido mi stesse trapassando qua e là, a ritmo con la musica. Aprii gli occhi e capii di cosa si trattava: c’erano sfere di luce colorate, come delle palle di fuoco, che galleggiavano nell’aria e attraversavano i corpi. Ogni tanto, seguendo la canzone, scomparivano o si sdoppiavano o si formavano dal nulla, tipo bolle di sapone…

Be’, ancora oggi sono convinto di aver visto le note musicali, quella sera. Le sfere luminose erano nientemeno che la rappresentazione visiva dei suoni prodotti da quel matto di un bosniaco con la sua chitarra mezza rotta e la voce roca: si libravano nell’aria e viaggiavano per tutta la stanza, e persino i miei amici ne erano circondati e trafitti. Ero sicuro che anche uno di loro le vedesse, perché le seguiva con lo sguardo, ma quando glielo domandai non mi rispose. Non gliel’ho più richiesto, dopo.

Un’altra volta fu quella in cui una ragazza, una riccia che aveva un flirt con il mio migliore amico, continuava a ripetere che c’era un cadavere nella parete. All’inizio ci ridemmo su, ma lei se l’era presa a male, teneva lo sguardo fisso su quel dannato punto da un’ora ormai, per poco non si metteva a piangere, e per calmarla ci inventammo che mia nonna aveva voluto seppellirci mio nonno, pace all’anima sua, in modo da averlo sempre vicino a sé. Non so come ma funzionò: la riccia si calmò nel giro di pochi minuti e dopo un po’ non ci faceva neanche più caso. Più tardi, quella stessa sera, qualcuno per prenderla in giro le chiese come stava il nonno nella parete, e lei dopo aver controllato disse che lui era ancora lì a guardarci.

La Villa era al centro di tutto questo, spettatrice silenziosa delle nostre malefatte. Lì dentro persino noi, ragazzi di città istruiti e borghesi, venivamo assorbiti dalla dimensione bucolica che l’avvolgeva, e ne venivamo radicalmente trasformati. Spaccavamo la legna per fare il camino, giravamo scalzi, sostituivamo gli schermi digitali con lunghe passeggiate tra i campi e fumavamo appesi ai rami di qualche tronco caduto.

Nel complesso, ci si divertiva parecchio. Non c’era polizia, né famiglia, né restrizioni fastidiose o convenzioni sociali. Vedevamo solo chi invitavamo, e invitavamo solo chi volevamo vedere. Ci facevamo portare alcol e cibo in cambio di ospitalità e feste, risparmiando un sacco di soldi. L’unica falla nel sistema era il signor Friedrich, il vicino di casa.

Il signor Friedrich non si chiamava così e non era nemmeno tedesco, anzi eravamo convinti che fosse nato e vissuto lì nella Villa sin dall’alba dei tempi. Il nomignolo se l’era conquistato per via del cappotto, un lungo impermeabile grigio da generale nazista che aveva sempre indosso, quelle poche volte che lo vedevamo. Non avevamo la minima idea di dove fossero i suoi alloggi, né di come fosse collocato rispetto alle nostre stanze all’interno della Villa. Non ci facevamo troppe domande sulla mappatura; ci accontentavamo di supporre che molte finestre visibili da fuori non erano nostre, quindi dovevano essere sue.

Non che ci avessimo molto a che fare, col signor Friedrich; le interazioni principali erano avvenute durante le serate più scatenate, quando eravamo stravolti dalla droga e alzavamo la musica al massimo. Ogni tanto tirava dei colpi attraverso il soffitto, ogni tanto veniva fin giù nella loggia comune a battere contro la porta della sala, o contro le pareti, per farci dare una calmata. Credo tutt’ora che il suo intervento sia stato provvidenziale, certe volte in cui degeneravamo e rischiavamo di farci male per davvero.

Fatto sta che a parte i richiami a notte fonda, non l’avevamo mai visto in giro. Giusto un paio di volte lo intravvedemmo in lontananza, tra il fosso e il boschetto dietro casa, col suo lungo impermeabile, che pareva fissare i campi davanti a sé. Pensammo che come noi anche lui avesse diritto a un angolo prediletto, nell’enorme giardino della Villa, in cui lasciar scorrere le nuvole e i pensieri. Personalmente, mi faceva un po’ pena. Mi chiedevo che lavoro facesse, che fine avesse fatto la sua famiglia, se ne avesse mai avuta una, e cosa diamine combinasse tutto il giorno in una casa in mezzo al nulla, dimenticato da Dio e dalla società. Poi però mi rispondevo che probabilmente l’unica differenza con tutto il resto dell’universo era che lui aveva più tempo per affrontare i propri demoni interiori.

Quelli erano anche gli anni dei nostri egoismi, d’altra parte. A vent’anni, l’unica certezza era che si voleva stare bene, e qualsiasi cosa intralciasse la strada verso la felicità costituiva un problema. Ci sentivamo in diritto di possedere quella felicità, e questo ci dava un senso di onnipotenza inebriante. Volevamo tutto e subito, volevamo vivere e sbandare e consumarci e bruciare come mozziconi di marcia serenità. Sentivamo tutto il peso di quella leggerezza e provavamo a fronteggiarlo, magari con un ghigno di menefreghismo stampato in faccia. A seconda di quanto ciò venisse spontaneo o meno, ci riempivamo il cervello di alcol e sostanze psichedeliche, per rallentare le corse della mente o per velocizzarne il declino. Cercavamo significati nel mondo circostante come iene affamate, e ci sembrava molto più facile che cercarli dentro di noi. Dipingevamo le nostre giornate e le nostre vite come opere d’arte corrotte e uniche, sprigionando tutta l’energia che avevamo in corpo, spremendoci fino all’ultima goccia di estatica volontà, innalzando i momenti fino alla vetta del Presente, solo per poi crollare esausti, inerti, finalmente sazi, già persi ad assaporare ciò che era appena diventato Passato. Ancora oggi sono convinto che ci fosse una considerevole dose di egoismo, in tutto questo… A volte bisognava scegliere, e forse era la cosa migliore e peggiore di quegli anni: padroni della nostra esistenza e schiavi del nostro divertimento.

Ma non per questo ci biasimo, a noi ragazzi della Villa. È stato un periodo, e ora è finito. Tutto qui.

Come è finito? Be’, la storia di come è andato tutto all’aria, laggiù, la dice lunga sull’enorme divario tra la nostra patetica convinzione di controllare la realtà e la sua vera natura, molto più sfuggente, talvolta addirittura travolgente. Ma forse quella convinzione, come gran parte di ciò che pensavamo di noi stessi, era solo l’ennesimo alibi per sopravvivere, smascherato proprio tra quelle mura da uno scherzo del destino.

Dovete sapere innanzitutto che mia nonna non viveva lì, anzi penso non ci venisse da parecchio tempo: semplicemente si fidava di me, mi lasciava le chiavi di casa e si aspettava che ritornassimo sani e salvi una volta finiti i guazzabugli. Supponevo che fosse inoltre amica del signor Friedrich, o quantomeno che lo conoscesse, che magari gli chiedesse di tenerci d’occhio ogni tanto. Quindi, dopo una sera particolarmente agitata in cui l’avevamo fatto infuriare parecchio, ero preoccupato della reazione di lei. Lui l’aveva avvertita del baccano? Si era lamentato di noi? Che io sapessi non era mai successo niente del genere, non so se per omertà del signor Friedrich o clemenza di mia nonna nel non riferirmelo. Dopo quella sera però avevo come la sensazione che non avrei più messo piede alla Villa. E, per una volta, avevo ragione.

Dire che fu una notte agitata non è del tutto corretto: fu infernale. I ragazzi avevano mescolato gli acidi con qualche altra droga da sfigati, ed erano decisamente su di giri. Uno di loro per esempio era scomparso in giardino, saltellando mezzo nudo in preda all’euforia. La mattina dopo lo ritrovammo che dormiva in un fosso, avvolto in un paio di strane coperte, che qualcuno aveva recuperato chissà dove… E il bello è che nessuno si ricordava di avergliele portate, né c’erano mai state coperte così vecchie e consunte in casa.

Ma questo fu solo uno dei tanti misteri della festa: un’altra ragazza era finita in cantina, convinta di seguire una qualche scia di odore inesistente o che so io, ed era rimasta inspiegabilmente chiusa dentro. Ci siamo accorti di lei solo grazie ai colpi sulla parete, in un momento di stacco tra una canzone e l’altra… La cassa andava al massimo: in tutta quell’euforia, la musica era l’unica cosa che ci teneva ancorati alla realtà, l’unica che ci permetteva di dire: “Ok, sono ancora qui, va tutto bene. Finché sento questi bassi, significa che c’è qualcosa di vero attorno a me.”

Era essenziale mantenere un briciolo di controllo, in certe serate. In quanto padrone di casa, ad esempio, quella notte apprezzai molto la coppia di fidanzati fricchettoni che meditavano vicino al camino, senza crearmi problemi: erano così immobili che o avevano raggiunto il nirvana oppure si erano addormentati, inconsapevoli del caos che regnava attorno a loro.

Io da parte mia ero quasi lucido, mi stavo cucinando una pasta con tutto quello che avevo trovato in frigorifero: zucchine, un pompelmo, mezza bottiglia di vodka. Avevo deciso di tralasciare la scarpa Vans zuppa di maionese che avevo intravisto sul fondo: non ero sicuro se fosse reale o soltanto un’allucinazione, e in ogni caso non volevo rovinare la cena a qualcuno.

Nel mezzo del pasto caddi nei tentacoli della paranoia: i volti di un paio di amici iniziarono a sfigurarsi e a ricomporsi sotto i miei occhi, a volte a marcire come se fossero degli zombie, e in tutto questo i due dementi iniziarono a duellare con una sedia e un battipanni, facendo un baccano infernale che per poco non veniva giù tutto il pavimento… Insomma, credo che quell’assaggio di panico strisciante fu una sorta di segno premonitore, o un sesto senso amplificato dalle droghe, perché pochi istanti dopo sentimmo le urla.

Sembravano provenire da lontanissimo, e senza afferrare una parola ricordo di aver pensato che aumentavano di intensità, fino a diventare quasi distorte, ma pur sempre indistinte. La cassa si scaricò in quel momento, facendo sprofondare la sala nel silenzio, e una serie interminabile di colpi fece tremare la porta in fondo (quella che ci separava dal resto della Villa, e quindi presumibilmente anche dagli appartamenti del signor Friedrich). Più che picchiare contro la porta, pareva che l’uomo ci si stesse scagliando contro… Eppure i colpi erano scanditi e rapidi, e io li sentivo vibrare fin nelle ossa. Le urla continuavano, ma sembravano in qualche modo dissonanti con la situazione, come se fossero distaccate dalle proteste alla porta. Lì per lì mi convinsi di non distinguere le parole per effetto dell’acido, ma a posteriori non ne sono così certo. Mi incamminai fino in fondo alla stanza, e stavo giusto per girare la maniglia, quando tutto finì. Mi voltai: i ragazzi erano tutti lì, storditi e un po’ spaventati. Mi resi conto che stavo sudando, ed ero teso in tutto il corpo. “Forse è ora di andare a dormire, gente.”

Nel letto, in mezzo ad altri due amici devastati e immobili, sudavo e mi contorcevo tra le coperte, lottando con la certezza che queste mi stessero intrappolando volontariamente. Aprii la finestra, tornai a letto. Il vento tra gli alberi mi sussurrava qualcosa, un fruscio regolare che la mia mente drogata e terrorizzata intese come: “Andate via. Andate via. ANDATE VIA.

La mattina dopo lasciammo la Villa, ancora frastornati da quella serie di eventi improbabili. Non mi era mai capitato di perdere a tal punto il confine tra finzione e realtà. Tutto quel bisogno di evasione dal normale e poi, usciti dagli schemi dell’oggettività, ci ritrovavamo come pesci fuor d’acqua, come bambini terrorizzati… Eravamo patetici. Eppure, una parte di noi si era ormai convinta che le droghe non alterassero le nostre percezioni del reale, bensì le amplificassero, mostrandoci cose che normalmente non potevamo vedere. E ogni volta il richiamo dell’ignoto rimaneva irresistibile.

Aspettai un paio di giorni per racimolare il coraggio necessario, poi mi avviai a casa di mia nonna per restituirle le chiavi, ancora con quel brutto presentimento in corpo. Il signor Friedrich non sarebbe stato da biasimare se avesse chiamato la polizia, quella notte… Avevo il terrore che mia nonna ci vietasse di tornare per sempre.

Tuttavia, la nostra conversazione mi fece passare qualsiasi voglia di mettere nuovamente piede in quella casa. Quando infatti, dopo le solite chiacchiere, le domandai se per caso il vicino si fosse lamentato dei rumori notturni, mi rispose più o meno così: “Signore benedetto, non voglio pensare a quanta droga vi siete fumati lì dentro.” Io le sorrisi nervosamente, senza capire, di nuovo con quel panico strisciante che affiorava da dentro. Lei, guardandomi più attentamente, aggiunse: “Non c’è nessun vicino, caro. Gli appartamenti di sopra erano disabitati da prima che comprassi la casa: pare che il proprietario sia morto proprio in quelle stanze circa ottant’anni fa, anche se non hanno mai trovato il cadavere. Le dicerie del posto sostengono che la moglie lo abbia murato nella parete, pensa te… In ogni caso, siete sempre stati soli.”

di Costantino Bovina

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