Le narrazioni della pandemia

06.07.2021

Raccontando storie si raccolgono facilmente consensi, al punto che chi ci crede troppo passivamente può diventarne una vittima

“Nulla al mondo è più potente di una buona storia.”

Le parole pronunciate da Tyrion Lannister nel (discutibile) finale della serie tv più vista di tutti i tempi, “Il Trono di Spade”, catturano un aspetto della nostra realtà estremamente trasversale e forse troppo trascurato.

Ci sono infatti storie che raccontano notizie, storie che difendono o accusano in tribunale, storie che spiegano problemi a medici o a psicologi, storie che sponsorizzano prodotti, beni di consumo o candidati politici, storie che discriminano, uniscono o fanno la guerra. Le storie pervadono la nostra realtà e la nostra visione del mondo, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.

Allo stesso tempo, se un racconto ci colpisce può farci cambiare idea sulla reputazione di una persona, di un movimento o di un Paese. Gli Stati lo sanno bene, e fanno a gara per imporre la propria narrazione su quella degli altri, attraverso i mezzi di comunicazione di massa: lo abbiamo visto recentemente durante il periodo di pandemia, in cui alcuni di essi sembravano aver preso ispirazione da opere di fantascienza.

Raccontando storie infatti si raccolgono facilmente consensi, al punto che chi ci crede troppo passivamente può diventarne una vittima. È stato addirittura teorizzato un potere di manipolazione del reale, insito in queste forme narrative; un potere dato quasi naturalmente per scontato dalle persone. Un suo studioso fu il filosofo strutturalista Michel Foucault, il quale dimostrò la scarsa oggettività della Storia ufficiale, costantemente sottoposta a un punto di vista dominante e invisibile.

Parlando di Storia con la S maiuscola, è rilevante osservare il passaggio dalle grandi narrazioni dell’epoca moderna, fatte di mete condivise e collettive (una tra tutti: l’inseguimento del progresso), alle narrazioni frammentate, locali e particolari dell’epoca post-moderna. Laddove c’erano le masse protagoniste, ora ci sono i singoli individui; laddove c’erano ideologie e istituzioni solide a farla da padrone, ora c’è una vaga incertezza diffusa. Si potrebbe affermare quindi che in una “società liquida” come quella attuale le storie, con tutto il loro rigido apparato, passino in secondo piano, diventino anacronistiche. Tuttavia, e il Covid-19 lo ha dimostrato più che mai, persino oggi la gente ha bisogno di narrazioni per attribuire significati a ciò che succede nel mondo. Narrazioni lineari e con un lieto fine, dove all’episodio in cui va tutto a rotoli segue quello in cui tutto viene sistemato, con eroi da celebrare e forze malvagie da sconfiggere. Mai come nell’ultimo anno ci siamo accorti che l’universo è ancora un attore ribelle nella commedia, e che la realtà non è strutturabile e manipolabile al 100%, per quanto sia bravo il narratore: ci sono ancora forze che non si fanno imbrigliare dalle nostre trame. Mai come nell’ultimo anno, infine, abbiamo avuto bisogno di storie efficaci.

Per poter essere analizzate, queste necessitano innanzitutto di una distinzione fondamentale: da un lato le micro-storie personali, dall’altro le macro-narrazioni che si dispiegano a livello nazionale, o addirittura globale. Entrambe hanno influenzato significativamente il dibattito pubblico e hanno contribuito alla “costruzione di un significato condiviso” di ciò che stava succedendo, per dirla con le parole dello psicologo della narrazione Jerome Bruner. Inoltre, essendo queste categorie interdipendenti tra loro, le dinamiche di entrambe sono state potenziate ed esasperate dal fenomeno Covid-19.

Nella prima tipologia rientrano le storie quotidiane che ci accompagnano sin dalla nascita: quelle con cui ci raccontiamo la giornata passata o successiva prima di addormentarci, quelle con cui conversiamo a tavola, quelle con cui scambiamo aneddoti con amici e colleghi. Storie che aiutano la concettualizzazione e la comprensione di noi stessi, che strutturano la nostra vita dandole senso e ordine, come dei fili conduttori. Attraverso queste micro-storie ci auto-raccontiamo e ci forgiamo un’identità. Cerchiamo infine di posizionarci in un orizzonte coerente di significati: “In questo periodo mi sta andando tutto storto”, “Negli ultimi mesi sono molto cresciuto intellettualmente”, “Per ora è meglio che mi concentri sullo studio o sul lavoro” sono tutte narrazioni che offrono una prospettiva d’interpretazione soggettiva del periodo in questione.

Sono proprio queste micro-storie a essere state stravolte nell’ultimo anno: nel mezzo di una pandemia mondiale, tutto ciò che potevamo fare era vivere alla giornata. Non sapevamo quanto rischio ci fosse di contrarre il virus, né se lo avrebbero preso i nostri cari, né di che colore sarebbe stata la nostra regione una settimana dopo. Il fatto che fosse un evento di portata storica ha potenziato il bisogno narrativo: “Ai miei nipoti cosa racconterò di tutto questo? Che sono stato uno dei pochi fortunati a schivarlo? O uno dei pochi sfortunati a prenderlo due volte?”

Inoltre, non riuscivamo a collocarci all’interno di una narrazione collettiva, e di conseguenza non sapevamo quali fossero i vincoli imposti dal momento in cui ci trovavamo: “È arrivato il capitolo in cui tutto va per il meglio? O è quello in cui ancora si deve sopportare e tenere duro? Non era la stessa cosa due capitoli fa?”

Durante il governo Conte, è evidente come le istituzioni abbiano faticato a trovare un copione stabile, un “Programma Narrativo” da seguire in maniera costante: la pandemia le ha obbligate a una continua riscrittura, a una destrutturazione e ristrutturazione in corso d’opera che ha provocato irrequietezza, senso di precarietà, sospensione del presente. Siamo stati sottoposti alla stessa sensazione di squilibrio e fastidio che avrebbero degli attori, se lo sceneggiatore cambiasse il canovaccio pochi minuti prima di ogni ripresa. Per di più il fatto che si trattasse di una malattia sconosciuta, su cui non si ha avuto certezza per un discreto lasso di tempo, ha lasciato libero sfogo agli aneddoti individuali: da quelli sull’utilizzo della mascherina e delle precauzioni, a quelli su miracolosi casi di guarigione o di non-contagio, a quelli su particolari modalità di trasmissione, attraverso superfici o animali domestici… Tutte micro-storie che alimentavano la sensazione di incertezza generale, che distruggevano e contestavano il copione della narrazione ufficiale, quella della medicina, già traballante di suo in un primo periodo di studi e ricerche frenetiche. A questo proposito è rilevante notare come le teorie negazioniste o complottiste non si siano basate su nient’altro che sulla potenza della storia che raccontavano. Non c’erano dati, prove, ragioni logiche: solo racconti interessanti e ben costruiti, in grado di insinuare il dubbio quando c’erano le precondizioni adatte.

Questo accade perché siamo abituati a non mettere in discussione le informazioni che ci arrivano sotto forma di narrazione, a differenza di quanto facciamo con le spiegazioni, le argomentazioni o con altre forme dialettiche. I racconti ideati bene sono già confezionati, hanno una loro struttura coerente, un loro punto di vista e spesso una loro morale che non è mai esplicita, è anzi da estrapolare, in modo tale che alla fine ci sembra di averla raggiunta in maniera autonoma.

Per di più le storie intrattengono facilmente: hanno un inevitabile fascino che ci obbliga a seguirle per intero, fino alla fine. Contengono determinati meccanismi che creano tensione, aspettativa, desiderio, e poi scioglimento, soddisfazione, appagamento. Spesso, come nel caso di molte teorie negazioniste, sono indirizzate a un determinato profilo psicologico, all’interno del quale ci si identifica con fatti o personaggi, e si incrementa il coinvolgimento emotivo.

Ancora: nessuno si fa troppi problemi a smontare una tesi scientifica, pezzo dopo pezzo, ma da dove comincereste per smontare una storia? Sarebbe come buttare giù un castello di carte, in cui ogni componente ha il suo ruolo per la tenuta della struttura generale. Significherebbe distruggere qualcosa a cui lo spettatore è intrinsecamente felice di credere: una menzogna da raccontare a se stesso e agli altri.

Infine, bisogna tener conto che una storia sospende la nostra incredulità: si tratta di chiudere un occhio e accettare tacitamente i presupposti che il narratore ci propone, per far sì che essa acquisisca un significato. Sospendere le nostre facoltà critiche, però, è estremamente pericoloso quando si tratta di racconti pensati appositamente per venderci un prodotto o un’idea, e chi lavora in questi ambiti lo sa perfettamente.

Veniamo quindi alla seconda categoria, quella delle macro-narrazioni, che questi vari fattori rendono armi formidabili a livello comunicativo. Non a caso, a partire dal narrative turn degli Anni ’80 e ’90 la politica ha attribuito sempre più peso a tali strumenti, al punto che oggi c’è un netto predominio della narrazione per quanto riguarda le strategie comunicative di tutti i Paesi, dai regimi autoritari dell’Est ai governi democratici occidentali. Tuttavia, davanti al Covid-19 ogni strategia è crollata, svelando le contraddizioni interne alle storie che venivano raccontate. Ogni governo, a modo suo, ha dovuto scontrarsi con l’inafferrabilità di un copione attorno al quale far ruotare il sentimento nazionale: quali erano le politiche economiche e sanitarie adottate? Erano efficaci? Rispetto al resto del mondo, eravamo un esempio positivo o negativo? Piuttosto che le narrazioni, impossibili data l’imprevedibilità della situazione, in tutti i media prevalevano numeri ed elenchi, molto più destabilizzanti e scoraggianti. Farsi un’idea di cosa stesse succedendo era quasi impossibile, dunque.

In particolare in Italia, durante il governo Conte, il primo lockdown è stato incisivo nella macro-narrazione popolare. In termini di narratologia, è stato percepito come l’ostacolo da superare, il sacrificio collettivo da compiere per poter tornare alla normalità, che era l’obiettivo comune. Complice la narrazione sottintesa nelle dirette del premier Conte, che invitava i cittadini a resistere lasciando intravedere la speranza di un futuro più roseo, una volta avviate le riaperture è stato il caos: l’estate 2020 sembrava per tutti la liberazione più sfrenata, il lieto fine di una brutta avventura… Ma così non è stato. E da quel momento, tornare sui propri passi per chiedere ulteriori sacrifici alla nazione, e quindi correggere il copione prescritto, si è rivelato sempre più difficile.

Nel periodo autunnale e invernale le restrizioni hanno avuto sempre meno effetto, proprio a causa della difficoltà di sensibilizzare nuovamente la popolazione, che si sentiva in qualche modo truffata, presa in giro. Si è adottata la strategia delle zone colorate, che a sua volta presupponeva vari copioni pre-impostati, basati sul buon senso o sul disinteresse della gente: banalmente, “Se cooperiamo tutti, diventeremo zona bianca” o “Se si continua a far finta di niente non usciremo mai dalla zona rossa”. Tuttavia, la ciclicità del comportamento collettivo ha portato di nuovo a un susseguirsi disordinato di passaggi da una zona all’altra, con continui cambiamenti di rotta che non avevano niente a che fare con la linearità di una narrazione. Delle due, ha contribuito al senso di frustrazione e disagio, come se ci trovassimo in un loop infinito, piuttosto che in un percorso con un’evoluzione temporale, un inizio e una fine (requisiti fondamentali di qualsiasi storia secondo la narratologia). Mario Draghi, da parte sua, è il politico anti-narrazione per eccellenza: tutta la sua comunicazione si basa sul presupposto che storie e fatti siano due cose contrastanti, non complementari. L’attuale Presidente del Consiglio preferisce sottolineare il carattere tecnico e pragmatico del suo mandato lasciando da parte tutto il lato narrativo, che probabilmente viene interpretato come un “raccontare frottole”; tant’è che finora le dichiarazioni e le conferenze stampa sono state minime, essenziali. Questa strategia è l’esatto opposto di quella adottata solitamente nei momenti di crisi: si pensi alle campagne comunicative dell’era Obama durante la crisi del debito del 2008, o alle “chiacchierate al caminetto” di Roosevelt durante la Grande Depressione. Si trattava di prendere in mano l’agenda dei media e manipolarla tramite narrazioni più o meno efficaci, concentrando l’attenzione pubblica su ciò che faceva più comodo in quel momento.

Draghi rifiuta tutto questo: lascia parlare i giornalisti liberamente, anzi li ignora proprio, li lascia a bocca asciutta. In assenza di narrazioni, i media sono stati costretti ad aggrapparsi fino all’esasperazione all’unico racconto a loro disposizione: quello dell’eroe che ha salvato la BCE dal tracollo con tre sole magiche parole (“Whatever it takes”), e che dopo una lunga assenza era pronto a tornare in campo per il suo Paese.

Anche il quasi-silenzio potrebbe essere una strategia efficace in tempi turbolenti, per evitare di lanciarsi in implicite promesse che verrebbero poi disilluse da narrazioni successive (l’errore che ha commesso Conte, in breve). Tuttavia, se si decide di lasciar parlare i fatti, bisogna agire in fretta, consapevoli che se le misure non saranno all’altezza, la frustrazione sarà raddoppiata dall’attesa della popolazione lasciata in silenzio: una responsabilità non da poco.

D’altra parte, l’unico tentativo di narrazione di questo nuovo governo è stato riguardo alla campagna vaccinale, con la promessa di raggiungere un’immunità di gregge sufficiente entro l’estate: un obiettivo che oggi, se non disatteso, è quantomeno improbabile. Al di là del piano vaccinale, su cui si è concentrata l’attenzione mediatica negli ultimi mesi, con la presentazione del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) di fine aprile ha esordito una nuova macro-storia, una narrazione che coinvolge l’Italia intera in maniera più ampia del solo fenomeno Covid-19. Le prospettive ambiziose di questo piano di rilancio, infatti, hanno dato libero sfogo alle manifestazioni più variegate del desiderio di ripartire da zero. Non solo di tornare alla normalità post-pandemia quindi, ma di cambiare tutto ciò che è percepito ancora come vecchio, arretrato e obsoleto in questo Paese: l’istruzione e la ricerca, le politiche per il lavoro, il sistema sanitario, la lotta al cambiamento climatico, lo sviluppo delle infrastrutture e delle telecomunicazioni… Sembra quasi che, dopo il periodo più caotico, destabilizzante e inconcepibile degli ultimi anni, ne stiamo uscendo con un piano solido, strutturato, inquadrato in determinati valori e principi: proprio come una narrazione efficace. E come una narrazione efficace, probabilmente non risolve tutti i nostri problemi (una discussione che va ben oltre le intenzioni di questo articolo), ma quantomeno ci offre uno spaccato di ciò che ci aspetta e di come tenteremo di uscire dalla crisi. Insomma, è una buona anticipazione di come sarà il capitolo successivo della nostra storia, una sorta di cliffhanger.

Alla fin fine, in ogni caso, possiamo dire di conoscere la vera essenza delle storie? Sicuramente l’esperienza del Covid-19 ci ha insegnato il loro carattere ambiguo: da un lato esse ci aiutano a non impazzire, garantendo ordine e senso ai fatti della realtà, strutturandola e rendendola concettualizzabile. Dall’altro, sembrano sempre sul punto di inglobare questa realtà in un universo di finzione, dove i fatti non contano più niente, conta solo chi è più bravo nell’arte della sofistica.

Eppure, bisogna ricordare che il rapporto tra realtà e testo narrativo è in fin dei conti indeterminato: quest’ultimo non formula significati univoci, non produce certezze sul mondo. Il reale e il possibile sono due dimensioni in continuo dialogo, così come le storie e i fatti, e difficilmente una cosa può esistere senza l’altra. Non ci può essere un racconto completamente incondizionato, indipendente dal terreno socio-culturale in cui nasce, così come non ci può essere un aspetto della realtà immune dalla narrazione e dall’elaborazione narrativa.

Tutto ciò che possiamo fare quindi, in quanto cittadini e persone, è prendere coscienza di questi meccanismi, riconoscerli quando ci si presentano nella vita di tutti i giorni, e imparare a distinguere le storie che insegnano da quelle che strumentalizzano, le storie che arricchiscono da quelle che appiattiscono, le storie che regalano da quelle che tolgono. Resta da capire in definitiva come trasformare queste armi, le micro-storie quotidiane e le macro-narrazioni globali, in strumenti a nostra disposizione, che ci permettano di acquisire una coscienza critica sul mondo che ci circonda, invece di nasconderlo nell’affabulazione. 

di Costantino Bovina

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