Il processo ai Chicago 7

26.04.2021

“Il processo ai Chicago 7” è un grido di indignazione e frustrazione la cui eco raggiunge anche il presente.

Altra pellicola “ispirata a una storia vera” del regista e sceneggiatore Aaron Sorkin (“Molly’s game”, “The Social Network”, “Moneyball – L’arte di vincere”), “Il processo ai Chicago 7” si colloca a metà tra il ritratto storico e il legal drama, accennando a tratti alla commedia americana. La vicenda raccontata, però, è tutt’altro che umoristica: si tratta del processo contro sette attivisti che organizzarono, con motivazioni ed obiettivi diversi, un’enorme manifestazione in occasione del Congresso del Partito Democratico a Chicago nel 1968. Alla protesta erano presenti studenti della SDS (Students for a Democratic Society), hippies del YIP (Youth International Party) e volontari e attivisti della New Left pacifista e radicale. Ci furono scontri violenti con la polizia e nell’aula di tribunale le varie correnti furono rispecchiate da questi sette imputati (“We weren’t arrested, we were chosen”), tutti con un passato più o meno importante di attivismo politico.

Un discorso a parte va fatto per Bobby Seale, co-fondatore delle Black Panthers: inizialmente coinvolto nel caso senza nemmeno avere un avvocato, nonostante quel giorno avesse trascorso a Chicago a malapena quattro ore e nonostante le accuse mosse agli altri lo riguardassero ben poco. In seguito fu processato separatamente.

Sin dai primi minuti è determinante l’abilità di scrittura di Sorkin, che attraverso questi otto individui riesce a fare un ritratto dell’epoca di ampio respiro, catturando bene gli aspetti salienti sia della vicenda, sia del clima politico e culturale. In seguito lo sceneggiatore riesce a dare vita ai singoli personaggi e a orchestrare il cast stellare (degni di menzione tra tutti Sacha Baron Cohen ed Eddie Redmayne, ma anche Joseph Gordon Levitt e Mark Rylance nei panni rispettivamente dell’accusa e della difesa, e il cameo di Michael Keaton) senza mai scadere nel banale alternarsi delle figure in gioco. Sono riprodotte tutte le scene prototipiche del genere giudiziarie ed è interessante (ma non particolarmente originale) l’intreccio della trama, che attraverso diversi flashback rivela l’accaduto mano a mano che il processo si evolve. I

temi in ballo sono tanti: il rapporto tra protesta e potere, il ruolo delle forze dell’ordine, il ’68, l’inserirsi delle ideologie nella Storia, la discriminazione razziale… Il rischio di trasformare il tutto in un facile prodotto di Midcult, per citare il critico radicale D. Macdonald, è quindi molto alto. Per l’intera durata del film la narrazione corre sul ciglio del dirupo, scivolando talvolta nei soliti standard hollywoodiani: divisione manichea buoni/cattivi e giusto/sbagliato, comicità alternata a frasi ad effetto nei momenti di Spannung, celebrazione del patriottismo…

Se da un lato si ha la sensazione di essere “imboccati” da un messaggio già confezionato su un dramma storico reso commestibile, dall’altro “Il processo ai Chicago 7” è un grido di indignazione e frustrazione la cui eco raggiunge anche il presente.

In particolare, le analogie con il movimento Black Lives Matter e con l’ondata di proteste nei confronti della polizia americana sono piuttosto evidenti. Mentre la resa del trattamento razzista riservato a Bobby Seale sembra strizzare eccessivamente l’occhiolino allo spettatore, ci sono diverse scene e battute memorabili: sulla legittimazione della disobbedienza civile (“In a revolution time we may have to hurt somebody’s feeling”), sulla protesta nera successiva all’omicidio di Martin Luther King, sull’abuso di potere e sulla repressione violenta da parte dello Stato. Al di là di questo scontro tra ordine e ribellione, e al di là della rappresentazione delle controculture prese in mezzo, su cui pende sempre il pericolo dell’appropriazione culturale, è però molto più interessante lo spunto che il film offre sul conflitto interno al movimento. Da un lato Abbie Hoffman, hippie co-fondatore del YIP, e dall’altro Tom Hayden, studente e attivista della SDS, entrambi dietro al banco degli imputati. Da un lato la presa (anche spettacolarizzante) del palcoscenico offerto dal processo per diffondere un’idea, dall’altro il desiderio di salvarsi per poter portare avanti le proprie lotte. Da un lato la volontà di cambiare la Storia, dall’altro la preoccupazione per l’eredità che verrà consegnata ai posteri. Da un lato la promozione della rivoluzione culturale, dall’altro la condanna pasoliniana dei capelloni, destinati a ridurre il movimento a una rivoluzione di facciata. È nelle parole e nelle discussioni di questi due protagonisti che in fondo si cela il cuore del film.

Un film che tutto sommato, per quanto nei limiti imposti dall’industria culturale, dai meccanismi espositivi del medium e dalla produzione Netflix, sempre troppo attenta alle esigenze del pubblico, assolve il suo compito. Mette in discussione le istituzioni, ma anche i metodi di protesta (si impara come si fabbrica una molotov) e le narrazioni ufficiali. Il risultato è che una volta fuori dalla sala si è pieni di rabbia, di commozione e di senso dell’ingiustizia. Insomma, si ha voglia di agire.

Di Costantino Bovina

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