25 Aprile : una necessaria prospettiva di genere

25.04.2021

35mila donne fecero la resistenza

Il 25 aprile l’Italia festeggia la Liberazione dal nazifascismo, un giorno speciale per tutti noi.

35 mila donne fecero la Resistenza, 70 mila aderirono ai gruppi di difesa della donna. Fra queste, 1859 furono vittime di violenza e stupro, 4635 arrestate torturate condannate, 2750 deportate, 623 fucilate o cadute in azione. Sono numeri da ricordare, come i nomi che questi portano con sé. Nonostante ciò, le donne della Resistenza sono sempre fuori dal ricordo o descritte ai suoi margini, questo non stupisce affatto.

La narrazione, infatti, è tipicamente maschile : partigiane viste come crocerossine, “staffette” buone a pedalare, smistare viveri, confortare gli uomini, sempre spinte più da un istinto materno piuttosto che dall’ideale e dall’esigenza di liberazione.

Le donne che parteciparono alla Resistenza lo hanno fatto al pari degli uomini e, per questo, come loro vanno ricordate.

Dal sito dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiana (ANPI) emerge il ruolo fondamentale giocato dalle donne nella Resistenza Civile sia sul pian politico che su quello strategico. Alcune loro azioni di massa hanno ottenuto risultati estremamente concreti e importanti: è il caso delle donne che nella Napoli occupata del settembre 1943, hanno impedito i rastrellamenti degli uomini, facendo letteralmente svuotare i camion tedeschi già pieni, innescando così la miccia dell’insurrezione cittadina. Si pensi, ancora, alle cittadine di Carrara che, nel luglio 1944, hanno resistito agli ordini di sfollamento totale impedendo ai tedeschi di garantirsi una comoda via di ritirata verso le retrovie della linea Gotica.

Con più difficoltà si riconosce che, accanto alla Resistenza civile, le donne sono state protagoniste anche della lotta armata. Non solo staffette, ma combattenti armate nelle bande extra-urbane, membri dei GAP e delle SAP in città e nelle fabbriche, addette ai fondamentali servizi logistici – «un insieme di compiti complesso e pericoloso senza il quale nessun esercito potrebbe esistere meno che mai quello resistenziale».

Ma c’è altro. Le donne durante la Resistenza organizzarono delle vere e proprie strutture politiche create dalle donne e per le donne, sulla scorta di un programma di affermazione di diritti e opportunità. Si tratta dei poco conosciuti “Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà” (GDD).

La storia di questi nasce, in particolare, per iniziativa del Partito Comunista, con i primi nuclei nati a Milano e a Torino nel novembre del 1943, per poi espandersi e diventando così un’organizzazione di massa in grado di unire, lungo tutta la Penisola, donne antifasciste di diverse fedi politiche.

Le fondatrici dei GDD provenivano da correnti differenti dell’antifascismo: Lina Fibbi era comunista, Pina Palumbo era socialista, Ada Gobetti era azionista. I Gruppi riprendevano quindi lo spirito e l’impostazione del CLN, ponendosi come organizzazione, unitaria e di massa, di donne con il comune obiettivo della lotta al nazifascismo.

«Il movimento – scrive Gabrielli – si dichiara aperto a ogni fede religiosa e a ogni ceto sociale; il suo obiettivo risiede non tanto nell’istituzione di una federazione femminile dei diversi partiti, quanto in una vasta alleanza tra donne»

Nonostante loro stesse si definissero “gruppi di assistenza” per l’incontestabile impostazione patriarcale del tempo, esse si resero immediatamente conto che le azioni svolte erano molto più che mera assistenza o supporto.

L’impegno attivo di molte donne coinvolte contraddisse, infatti, il ruolo ausiliario degli elementi femminili: dai GDD venne svolta una essenziale attività di informazione, contropropaganda, collegamento, trasporto di ordini, stampa clandestina, armi e munizioni, sabotaggio.

La considerazione sminuente – come definita da Ada Gobetti, una delle prime critiche di termini quale “assistenza” – è dunque superata dai fatti: nel 1944 è già evidente «una nuova impostazione più orientata all’emancipazione della donna».

Oggi possiamo, e dobbiamo, riconoscere il loro ruolo come fondamentale, liberandolo dalla connotazione assistenziale datagli fino a questo momento.

Oltre che contro il regime fascista e contro l’occupazione tedesca, le donne combattevano con lo sguardo rivolto alla ricostruzione, nell’ottica di una società post-bellica radicalmente diversa. Obiettivo esplicito dei GDD era quello di un cambiamento profondo della condizione e del ruolo sociale delle donne. La loro azione puntava a raggiungere un maggior coinvolgimento delle donne nella vita politica del Paese attraverso il diritto di voto e alla conquista di condizioni dignitose di lavoro e vita legate alla parità salariale e alla tutela della maternità. Il giornale “Noi donne”, clandestinamente pubblicato e diffuso dal 1944, è testimonianza dello sforzo collettivo di immaginazione e di elaborazione politica iniziato durante il conflitto bellico. Attraverso il periodico i GDD invitavano espressamente le donne a prepararsi «ad amministrare e governare». Esso sarebbe poi diventato la rivista ufficiale dell’Unione Donne Italiane (UDI), organizzazione politica in cui confluirono, nel dopoguerra, molte delle protagoniste femminili della Resistenza.

Alcune donne, quindi, scelsero di imbracciare le armi, trasgredendo alla norma di genere che – tanto più essendo cresciute negli anni della dittatura fascista – le avrebbe volute “angeli del focolare”. Rivalutare oggi la partecipazione femminile alla Resistenza non significa solo rimarcare che le donne fornirono supporto sia materiale che morale agli uomini combattenti. Vuol dire anche assumere una necessaria prospettiva di genere, utile a decostruire la visione machista di una Resistenza fatta di soli fucili.

Per questo non va dimenticato chi portò conforto materiale e psicologico alle vedove e agli orfani della guerra, chi trasportò cibo, giornali o granate, coloro che nelle campagne si rifiutarono di consegnare le derrate alimentari ai nazifascisti. Partigiano e partigiana furono chi, uomo o donna che fosse, contribuì con le proprie forze e risorse alla lotta collettiva.

Si pensi, infine, a un altro fondamentale gruppo di donne confluito nel “Corpo delle volontarie della libertà”, passato alla storia come «una schiera di infermiere, vivandiere, cicliste che trasportano bombe, armi, istruzioni per la guerriglia, preziose informazioni e beni di conforto».

I gruppi di difesa della donna furono ufficialmente riconosciuti dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) nel giugno 1944.

Oggi ricordiamo anche loro.

Buona Festa della Liberazione!

Fonti:

La resistenza italiana – Le donne nella resistenza , Anpi .

Herstory #1 “Chiamateci Partigiane”, pubblicato dal collettivo universitario “la MalaEducaciòn”;

Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti-R.Sandri-F. Sessi, Torino, Einaudi;

Intervista a P. Gabrielli ne “Il 1946, le donne” la Repubblica, Roma, Donzelli, 2009

Le donne della Resistenza antifascista di F. Pieroni Bortolotti.

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