Donne e quote rosa: opportunità o limitazione?

19.03.2021

È più importante avere il pene o la vagina per occupare quel posto?

Tra le mille questioni irrisolte e i tanti buoni propositi con cui salutavamo il 2020, per i siciliani, ma non solo, c’è stato un ulteriore elemento di discussione: le parole del deputato leghista Vincenzo Figuccia, sulle quote rosa in Sicilia, eliminate del tutto dopo l’ultimo rimpasto nella giunta Musumeci.

“Ciò che conta non è ciò che gli assessori hanno in mezzo alle gambe ma ciò che hanno in mezzo alle orecchie. E soprattutto come lo usano per il bene dei siciliani”.

La giunta della regione Sicilia infatti aveva già registrato il più basso tasso di rappresentanza femminile al suo interno, con una sola donna, Bernadette Grasso. A ricoprire i 12 posti di assessorato ad oggi sono solo uomini, conquistando la definizione di regione con il governo “più maschio” d’Italia. È Marco Zambuto, che dopo la disfatta alle elezioni comunali di Agrigento con cui ha provato a riconquistare la terra degli Dei dopo tanti anni di assenza politica, a sostituire la Grasso, facendo del tutto abbandonare a quel punto la speranza che da assessora solista, con il tempo poteva trasformarsi anche solo in un duetto femminile.

Da quanto sembra infatti di capire il Presidente Musumeci non condivide il concetto di quote rosa, considerandolo come un recinto al merito, andando addirittura a penalizzare la buona riuscita di un lavoro. Parole e idee sicuramente pesanti che hanno indotto molti a dedicare accuse di sessismo nei confronti del deputato Figuccia, senza risparmiare neanche il Presidente della regione.

I problemi qui sembrano avere un’origine ben radicata, che non si sostanziano nella semplice scelta di un uomo al posto di una donna, ma di quanto sia comune che tale scelta avvenga proprio in questo ordine, e mai viceversa. Il concetto di quote rosa, sembra infatti esser nato proprio per una vera necessità nel nostro stato, ma più comunemente in quasi tutto il mondo, di avere una rappresentanza femminile in un ambito che ancora oggi, nonostante gli anni, è considerato “troppo maschile”. Ma esiste una definizione di troppo maschile? Perché non si parla mai di troppo femminile? Considerando le quote rosa come un “recinto alla meritocrazia” si potrebbe in parte condividere tale dichiarazione: è forse più importante che una persona abbia un pene o una vagina per poter occupare quel posto? Se ci si ponesse questa domanda però, ne sorgerebbe spontaneamente anche un’altra: si tratta veramente di meritocrazia?

Che il nostro paese brancoli ancora nell’ombra del patriarcato non è sicuramente un mistero, ciò che però è veramente sbagliato, è assumere un comportamento da ipocriti e far finta che non sia così. I dati oggettivi dimostrano che ad oggi le donne sono ancora penalizzate nel mondo del lavoro, registrando inoltre un ulteriore declino dell’occupazione femminile nell’odierno periodo di pandemia (secondo l’ultimo report Istat sul lavoro, infatti, nell’ultimo mese del 2020 ci sono stati 101mila occupati in meno, di questi, 99mila sono donne) .

Triste per una donna essere scelta in quanto tale e non perché si meriti quel posto, ma se c’è qualcosa di ancora più amaro di tutto ciò è che ad oggi ci si debba ancora appigliare ad un concetto così futile, ma diventato tanto importante per la nostra società, come quello delle quote rosa, per conquistare un posto, la fiducia, un incarico, indipendentemente dall’ambito in questione.

La figura delle donne in politica è ancora molto stereotipata e aderente all’immaginario che se si trova a ricoprire quel ruolo una figura femminile, avrà sicuramente usufruito del suo “status di donna”, avrà ricorso a scorciatoie o semplicemente è di bella presenza. Mara Carfagna una tra tutte, è sempre stata bersaglio di critiche velate, considerata come un contenitore vuoto, ma bello, critiche che vanno a ben vedere oltre il suo orientamento politico.

Nello scenario europeo però si registrano notevoli cambiamenti: ai vertici della Banca Centrale e della Commissione europea troviamo volti femminili, rispettivamente Christine Lagarde e Ursula Von Der Leyen, e se consideriamo la presenza di altre donne in posizione di potere (Angela Merkel in Germania, Kristalina Georgeva direttrice operativa del Fondo Monetario europeo) vuol forse dire che il tetto di cristallo sta per incrinarsi. Negli ultimi quarant’anni la presenza delle donne nel Parlamento europeo è più che raddoppiata, passando dal 15,2% a oltre il 36%. La gender equality è, infatti, diventata la principale missione dell’UE, ed infatti in seno alla stessa Commissione Europea, dopo l’elezione della Von Der Leyen, 12 dei 27 membri sono donne.

Scenari simili giungono anche dall’oltre oceano, con la chiacchieratissima nomina a Vicepresidente degli Stati Uniti d’Amerina Kamala Harris, prima donna, oltre che nera indo-americana, a ricoprire la carica. Quest’ultima infatti sembra aver creato più scalpore del Presidente Joe Biden, nonostante quest’ultimo abbia riportato i democratici nuovamente al potere dopo gli ultimi anni disastrosi e dopo aver vinto una complessa e tortuosa campagna elettorale contro il rivale Donald Trump.

Ritornando all’Italia, anche il neonato governo Draghi sembra non esser stato escluso da opinioni dissenzienti sulla nomina dei ministri, che vede le figure femminili in netta minoranza rispetto il sesso opposto (8 donne e 15 uomini), in particolare per alcune forze politiche. Anche in questo caso le critiche non si sono fatte attendere, l’ormai ex segretario del PD Nicola Zingaretti ha subìto molto il colpo, giustificando le sue dimissioni anche a seguito delle contestazioni nei suoi confronti per non aver proposto nessuna donna nella formazione del governo.

La giustificazione rivolta dal nuovo premier è in realtà una promessa molto ambiziosa che ha recitato durante il suo discorso programmatico alle camere: “una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro”.

In questo caso, più di altri, ci si ritrova a fare i conti con diversi elementi. In linea di principio donne e uomini potrebbero contestare la presenza delle quote rose, perché irrispettose di legittime opinioni che possono, spaziare dal recinto al merito o sul fatto di essere scelte solo perché donne. È pur vero però che nel momento in cui queste sono nate, la ratio è stata chiara sin dall’inizio: eliminare le disuguaglianze di genere. Potrebbero essere quasi considerate il mezzo per raggiungere il fine e per quanto questo mezzo sia irriverente, inadeguato e a tratti anche insufficiente, è ancora indispensabile, chiedetelo a Musumeci.

                                                                                                                  di Federica Carlino

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