25 Aprile : ieri, oggi e domani

24.04.2021

Prima di tutto, prima di pensare e scrivere qualsiasi tipo di cosa, occorre porsi un interrogativo cruciale e centrale: che cosa significa, oggi, il 25 aprile?

Dall’apparente laconicità della domanda, è evidente l’emergere di una serie di ulteriori questioni che l’interrogativo medesimo sottintende e che si legano alla complessità rimessa alla formulazione della risposta che si richiede: che importanza ha e continua ad avere, sul piano politico e sociale, l’impianto valoriale a cui rimanda simbolicamente la data in oggetto? Con quali premesse sociali e con quali presupposti politici si è formato tale impianto valoriale e con quale articolazione storica si continua a perpetuare? Cos’è stata la Resistenza e cosa ha significato il fascismo per il nostro Paese?

Domande, queste, che riflettono la complessità della materia, la quale non si esaurisce né nella sola descrizione della ricorrenza, né nell’analisi dei soli presupposti storici, ma che si articola abbracciando entrambi, richiedendo di compiere una riflessione complessiva su ciò che significa antifascismo. È perciò necessario inquadrarlo, partendo dalla comprensione di ciò che è stato il fascismo per l’Italia e delle implicazioni che ne sono derivate, ricostruendo la storia del nostro Paese alla luce anche dei mutamenti, delle contingenze storiche, dei processi in atto e in divenire. Considerando l’oggettiva difficoltà di condensare la complessità della materia in esame in poche pagine, appare più opportuno e adeguato tracciare una prospettiva di analisi coerente e generale, cercando di offrire contestualmente dei punti di riflessione.

La lettura del fascismo e della storia dell’Italia repubblicana va ragionata non prescindendo dal loro collocamento nella cornice caratterizzante la società di massa, la quale configura la forma e il tipo di società formatasi nel ‘900. Il fascismo si radicò nella società anzitutto raccogliendo i disagi di alcuni tessuti sociali, fortemente permeati dal sentimento nazionalistico che aleggiava nell’atmosfera di determinati ambienti sociali nel primo dopoguerra: sentimento che veniva manifestato non solo da certe frange di corpi militari, ma anche da reduci, ex combattenti e formazioni nazionaliste ed interventiste. Lo stato d’animo comune e contestualmente alimentato diffondeva la scontentezza di taluni ceti sociali. Inizialmente il fascismo prende forma e, di conseguenza, forza sociale nella piccola e media borghesia, acquisendo anche l’appoggio della borghesia agraria, dei latifondisti e dei possidenti terrieri. È proprio il fascismo che raccoglie le basi sociali dello squadrismo per diventarne la sua stessa entità organizzativa: queste, su cui originariamente si formò lo squadrismo, erano spesso costituite da “sette”, dalle quali il fascismo riuscì a raccoglierne i disagi e ad orientarne gli intenti nella direzione e negli scopi di interesse proprio.1 Molte analisi storiografiche hanno partecipato al dibattito che scaturisce dagli interrogativi circa l’origine e l’affermazione del fascismo: dalla visione di Croce, che vede il fenomeno come una semplice parentesi, a quella di Gobetti; la prima compara il fascismo ad una sorta di freddo inverno, a cui succederà una rigogliosa primavera, senza però considerare alcuna ragione e causa storica della sua affermazione sul piano politico; mentre la seconda vede l’ascesa del fascismo come l’esito risultante della precedente e debole classe dirigente liberale italiana. Vanno tuttavia anche considerate tra le attribuzioni storiografiche di rilievo le riflessioni gramsciane sul fascismo come entità che per certi versi sostituisce e per altri assorbe la borghesia industriale, meno forte di fronte all’avanzata delle organizzazioni operaie. Nell’esame delle connotazioni storiche, dei presupposti politici d’azione e delle basi sociali del fascismo, è necessario considerare il suo essere un’organizzazione di classe e uno strumento di freno e di oppressione delle classi popolari. Questo quadro di approccio consente di cogliere le modalità d’interpretazione degli strumenti da cui il fascismo ha trovato fonte di nutrimento e altresì di comprendere cosa esso abbia significato per la storia del nostro Paese.

Il 25 aprile di quest’anno ricorre il 76° anno dalla Liberazione nazi-fascista; 76 anni da quando la Resistenza vinse e liberò l’Italia, accingendosi da lì in poi a definire forma e fondamenta politiche della democrazia italiana. La materia di discussione non si concentrerà solo ed esclusivamente sul valore “romantico” della Liberazione, ma anche su cosa essa sia stata realmente e sull’impianto democratico che ne è derivato. Da più di 70 anni, negli ambienti di storici e storiografi, si cerca di dar spazio alla visione riduzionistica che guarda alla Resistenza come una guerra patriottica, sfruttando tale concezione per enfatizzare i caratteri tragici del versamento di sangue connazionale: operazione di legittimazione intrapresa da sempre dalle destre eversive per poter giustificare una strategicamente voluta pacificazione sociale, che vuol fare della suddetta visione la sua forza nevralgica di affermazione. Certamente, se la si osserva da una determinata angolazione prospettica, appare evidente come per l’analisi del fenomeno in oggetto si debba considerare la parziale natura della Resistenza come guerra civile e patriottica, poiché veniva effettivamente combattuta dai partigiani italiani contro fascisti ed invasori nazisti. Tuttavia, è altrettanto certo che l’analisi di ciò che ha rappresentato storicamente la Resistenza non può esaurirsi in questo solo ed unico dato, come è specularmente indubbio che tale fenomeno sia l’esito risultante di un insieme complessivo e articolato di variabili ed elementi storici, per il cui esame è necessaria una lettura altrettanto complessiva, che sappia considerare il contesto storico coerente in cui essa si inserisce. La visione della Resistenza emersa dalla letteratura storiografica caratterizza sicuramente la Liberazione italiana con i tratti sopracitati ma, allo stesso tempo, la configura soprattutto come una guerra del popolo italiano e delle masse popolari contro la classe dirigente fascista.2 Queste definizioni fondamentali non assumono natura pleonastica, ma esprimono la complessità e il peso storico opportuno da attribuire a tal fenomeno; definizioni che sono dunque essenziali per capire cos’è oggi il 25 aprile, che significato assume e perché bisogna continuare a coltivare i suoi valori fondanti.

Ad un anno dall’uscita dell’indagine “Rapporto Italia 2020” condotta dall’Eurispes, che evidenziava una percentuale di negazionisti della Shoah pari al 15,6% – marcando l’impennata delle percentuali nell’ultimo quindicennio – e durante questa complessa e delicata fase pandemica, appare più che sensato e ragionevole chiedersi che valore assuma oggi il 25 aprile. Un tale interrogativo non trova un’immediata e facile risposta, ma sicuramente esso non può prescindere dalle connotazioni del contesto sociopolitico attuale e dalle trasformazioni che si sono formate e consumate nel suo seno. È evidente come il valore dell’antifascismo non sia più sentito e percepito nell’immaginario collettivo come un valore universale e concretamente “vicino”: logica conseguenza, da un lato, del flusso del corso storico che muta continuamente generazioni e culture – facendo sentire fatti ed eventi meno “storicamente vicini” alle nuove generazioni, rispetto alle precedenti – e dall’altro lato dell’inevitabile progressiva estinzione dei testimoni, dei partigiani e dei Fondatori Costituenti della nostra società democratica. Se il dato esposto sopra ha registrato un repentino ed allarmante incremento, bisogna caratterizzare ed inquadrare anzitutto i motivi che hanno costituito le premesse per la maggiore diffusione sociale di culture negazioniste e neofasciste.

Tale schema di ragionamento ci spinge ad affrontare il nodo cruciale della formazione e dell’educazione, nonché il ruolo centrale della scuola nella diffusione dei valori antifascisti, che hanno partorito la Costituzione Repubblicana e l’assetto democratico pluralistico del nostro Paese. La particolarità della fase pandemica, inoltre, ci deve condurre a comprendere la nuova forma dei neofascismi, volta ad esprimersi attraverso posizioni no-vax e negazioniste, che catturano ed intercettano le frange eversive, cercando sistematicamente di alimentare e di cavalcare la paura sociale. Sicuramente, oggi, il valore dell’antifascismo, sebbene risenta in una certa misura dei fenomeni di trasformazione di cui sopra si è parlato, si può considerare ancora di indiscussa legittimità nella cultura sociale e popolare della nostra nazione: ciò non ci deve però indurre a non contestualizzare tali valori nell’ottica attuale, perché, seppur ampiamente assunti e ancor largamente saldati, le derive eversive di cui si fanno portatrici le formazioni negazioniste e neofasciste rappresentano sempre, in potenza, un elemento patologico per la democrazia italiana. È perciò necessario riconoscere nel negazionismo uno dei principali strumenti d’espressione del neofascismo, che tenta di iniettare nel dibattito pubblico le solite retoriche che cercano di dipingere la Resistenza come un fatto divisivo, proponendo narrazioni che puntano a sminuire l’importanza del valore della ricorrenza in questione. È in questo contesto d’attualità che bisogna sostanziare il 25 aprile, ovvero confrontandolo con il contesto di riferimento attuale e con le pieghe che si palesano nel suo seno: è da questo approccio e su questa visione che trova fonte di nutrimento il senso e l’acutezza del valore antifascista, unito al bisogno di continuare a difenderlo, a salvaguardarlo, a tutelarlo e a diffonderlo, perché nessuna libertà e nessun diritto sono concessi secondo leggi oggettive o meccaniche, ma sono sempre il frutto risultante dell’azione comune delle masse e dei popoli.

                                                                                                          di Stefano Lopes

Fonti : 

1. Zygmunt Bauman, in Lineamenti di una sociologia marxista. Analisi della base sociale su cui si sviluppò il fascismo.

2.  Claudio Pavone (storico, archivista e accademico italiano), in Origini della Repubblica, un’analisi storica del percorso che, dalla caduta del fascismo, portò alla scelta popolare della Repubblica.

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