Il mito di Bologna

17.03.2021

Possiamo davvero entrare a far parte della storia di Bologna, non solo accontentarci di ricordarla e rispecchiarla.

Al di là dei cliché e delle “canzoni che è come cantare di niente”, Bologna esercita ancora un notevole fascino per gli studenti. C’è una sorta di aura mitologica che avvolge i discorsi dei ragazzi e delle ragazze: Bologna è giovane, Bologna è dissoluta, Bologna è intellettuale… In qualche modo, grazie al suo passato di tradizioni, storia ed abitudini, essa è diventata un simbolo, talvolta anche uno stile di vita. Ciò vale tanto per i fuorisede quanto per i bolognesi: gli uni vantano la propria avventura lontano da casa, gli altri la propria orgogliosa provenienza… Ed entrambi cadono nella trappola che questa città tende da troppi anni.

Ogni luogo ha un passato, più o meno ricco e interessante, che ne condiziona anche il presente: non c’è identità senza appartenenza, in questo senso. Ogni luogo, quindi, deve quello che è ad anni e anni di modellamento, i cambiamenti sono lenti, graduali… E allo stesso tempo necessari, inevitabili: bisogna pur andare avanti, ricercare uno sviluppo, a volte anche combattere per averlo.

Questo Bologna sembra non averlo ancora capito. Anzi, Bologna sta ancora rincorrendo l’immagine acquisita con la nascita del proprio mito, tra gli Anni Settanta e Ottanta: un’immagine di città alternativa, ribelle, rivoluzionaria, fatta di artisti, cantautori, centri sociali e osterie; di Guccini e di Skiantos, di Pazienza e di Tondelli, del DAMS e di Radio Alice. Un’immagine che incanta persino chi non ha vissuto quelle realtà, e tenta disperatamente di riprodurle nel presente. Disperatamente perché il clima sociale, culturale e politico è cambiato, e non si è certo i primi a dirlo e a farlo notare. I centri sociali vengono sgomberati e sostituiti da negozi o da ristoranti di sushi, la street art lascia il posto ai cartelloni pubblicitari, le osterie ai giganteschi “parchi gastronomici” come FICO. La gentrificazione sta ripulendo il centro storico da ciò che non può rientrare nella cartolina con cui il prodotto-Bologna si vende: ora, dentro le mura è tutto sempre più funzionale agli interessi dei turisti, degli imprenditori o della piccola borghesia che può ancora permettersi di vivere lì.

Ma nessun rancore: anche il contesto è mutato profondamente. I processi accennati sono avvenuti, avvengono e avverranno in tutte le metropoli del mondo.

Ciò che differenzia Bologna, invece, è l’attaccamento al passato, al mito; un attaccamento che causa l’impoverimento dell’immagine di cui sopra, la quale si traduce in pura facciata, in un’ombra decadente e a tratti ipocrita di quello che c’era. Sta proprio qui il problema: non nell’incapacità di rinnovarsi, ma nella mancanza di volontà. Questo passato invadente, che imprigiona (o meglio, incanta) la nostra mentalità e sensibilità, sembra paralizzarci e rendere il nostro panorama, come tutte le imitazioni, sterile.

Certo, in quanto bolognesi si è consapevole di vivere in una realtà privilegiata. Molte persone provengono da posti molto più isolati e più trascurati di questo, e si può solo immaginare l’effetto che fa su di loro, su chi abitava in paesini sperduti o in idilliche realtà provinciali.

Ma è proprio perché conosciamo il potenziale della nostra città, è proprio in quanto bolognesi che non ci accontentiamo più di questo mito rarefatto: siamo stanchi di vedere gli stessi attori e le stesse dinamiche ripetersi negli anni, del “cambiare tutto perché nulla cambi”. Finché il mito di Bologna non sarà smembrato fino all’ultimo pezzo, non si potrà creare qualcosa di nuovo. Badate bene: ciò non significa seppellirlo o chiuderlo in un cassetto; come già detto sopra, non esiste identità senza appartenenza. Significa invece prendere consapevolezza di come la città sia cambiata, di come sia stata svuotata dalla globalizzazione, dalla società dei consumi e dall’omologazione culturale, e di come spetti a noi ri-riempirla.

Spetta a noi ripensare e ricreare quell’incontro tra controculture e subculture, quel fermento creativo, quei progetti folli e quelle libere iniziative che hanno reso Bologna tale. E questo va fatto nelle azioni e nelle discussioni di ogni giorno, contro tutti i sentimentalismi e i falsi eroi che si tendono a riproporre con così tanta comodità.

La prima domanda da porsi, dunque, è: cosa ha permesso la nascita del mito? Quali sono i fattori alla base, il terreno fertile che ne ha permesso la crescita? Probabilmente il primo ingrediente sono stati i luoghi di aggregazione: spazi fisici in cui fosse possibile lo scambio culturale, il dialogo e il confronto, la condivisione di idee. Aule universitarie, centri sociali, bar e osterie: tutte realtà ormai radicalmente stravolte. L’università, soprattutto, ha mutato alcune dinamiche essenziali: laddove l’obiettivo primario di corsi e professori era fornire stimoli e occasioni per la formazione di una coscienza critica, per lo sviluppo intellettuale dei ragazzi, ora si vuole unicamente prepararli al mondo del lavoro. E in questa nuova struttura aziendale, le cui finalità sono utilitaristiche e pragmatiche, non c’è posto per luoghi di aggregazione né per spazi sociali. L’università non va più vissuta, va finita il più in fretta possibile per passare al livello successivo, pena la sconfitta nella competizione della vita.

Se lo stimolo non proviene più dall’università in quanto istituzione, però, si può ancora lottare per mantenere vivi i pochi spazi che essa offre: da questo punto di vista, Bologna vanta già diverse realtà studentesche che portano avanti la battaglia, creando incontri, circoli, progetti ed eventi che coinvolgono gli studenti interessati. Ma non basta.

Ai tempi del mito, l’intero centro storico era luogo di aggregazione: di nuovo, ora non è più un’opzione accettabile. È necessario quindi ristabilire un “centro” attorno a cui graviti il panorama sociale e culturale giovanile. Potrebbe essere persino un intero quartiere: Bologna vanta delle periferie più che vivibili, e la maggior parte degli studenti vive lì a causa dei prezzi proibitivi dentro le mura. Certe zone, come San Donato o la Bolognina, non sono state toccate dalla gentrificazione, ospitano ancora alcune realtà sociali e sono brulicanti di fuorisede.

Come tutti i fenomeni socio-culturali, però, non è qualcosa di programmabile a tavolino. Un punto di inizio sarebbe riuscire a raccogliere in un solo luogo (che sia esso un locale, una via, un parco, un quartiere, partendo anche da un sito, una pagina o una bacheca online) tutte le attività politiche, artistiche o sociali, già esistenti e sparse in giro per Bologna, rivolte a un pubblico studentesco. Si pesterebbero i piedi a vicenda? Forse. O forse darebbero vita a un accumulo, a uno scambio e a una collaborazione tra persone, idee, eventi, progetti.

Se si riuscisse a formare un ecosistema del genere, qualcosa in cui i giovani potessero riconoscersi e che usassero per interagire tra loro, si verrebbe a creare un certo modo di pensare, un certo stile di vita, degli interessi condivisi di cui quella stessa realtà sarebbe il simbolo, il mito per l’appunto. Un paio di bar e di piazze sono riusciti a imporsi come punti di ritrovo per gli studenti che hanno voglia di bere tanto, a poco prezzo e in mezzo ad altri coetanei: perché non potrebbe avvenire la stessa cosa con altri parametri?

Inoltre, le nuove generazioni sono un target ambito da tutti: in ottica neoliberista sono un mercato in continua crescita, i consumatori del futuro; in ottica politica invece sono un elettorato emergente, soprattutto a Bologna, e difficile da conquistare. Prendiamo dunque consapevolezza di queste strategie, sfruttiamole e trasponiamole in altri contesti, i nostri contesti. Un nuovo “centro”, uno spazio dedicato interamente a noi giovani, ospiterebbe dozzine di intellettuali ed esperti disposti a parlarci, contenti di avere un modo per accedere, attraverso incontri, conferenze e laboratori, a un pubblico tanto variegato e tanto fresco.

Torniamo però per un istante al nostro mito, alle controculture degli anni Settanta-Ottanta. Oggi la stessa definizione di controcultura (o di subcultura) è venuta meno, in quanto ogni movimento che eccede dai canoni dell’industria culturale ne viene automaticamente assorbito poco dopo, normalizzandosi e conformandosi. Inoltre, oggi tale industria culturale punta alla frammentazione del proprio pubblico attraverso la diversificazione dell’offerta: dove appigliarsi, quindi, per attirare e riunire studenti sempre più isolati e divisi?

Finora, gli attori che si sono mossi in questa direzione (a Bologna ma non solo) hanno cercato di creare movimenti e realtà che accomunassero i ragazzi e le ragazze attraverso l’attivismo politico o sociale. Si sta dimostrando un mezzo insufficiente. C’è bisogno di affiancare a queste realtà qualcosa che coinvolga più persone, qualcosa che sia insito nelle nostre vite quotidiane e che ci metta in comunicazione in maniera più semplice e diretta: la cultura.

Anche qui, si parte da quello che a Bologna c’è già: un’enorme quantità di attivisti, scrittori, fotografi, artisti, band e poeti scartati o ignorati ogni giorno dalla stessa industria culturale, e cercano di farsi strada a fatica, con i propri mezzi, sopraffatti dalla logica della concorrenza. Un trampolino, un palcoscenico, un pubblico partecipe è ciò di cui queste persone hanno bisogno, ed è esattamente ciò che un luogo di aggregazione offrirebbe; oltre alla possibilità di interazione con altri appassionati, all’arricchimento reciproco attraverso il confronto, alla conseguente crescita professionale e personale.

Se gli stimoli al sapere non provengono più dalle istituzioni come le università, questo nuovo “centro”, virtuale o fisico che sia, potrebbe almeno parzialmente sostituirsi ad esse, colmandone le mancanze, affrontando gli argomenti più svariati dalle prospettive più svariate. Malgrado i pochi mezzi a disposizione e la difficoltà a superare l’inerzia iniziale, è un processo che una volta avviato si alimenterebbe da solo: la cultura attira sempre altra cultura, soprattutto in fenomeni di tendenza. Possiamo davvero entrare a fare parte della storia di questa città, non solo accontentarci di ricordarla e rispecchiarla. Fino a quando non sapremo sfruttare il suo passato-fardello e trasformarlo in qualcosa d’attuale, da vivere oggi, rimarrà quella vaga e fastidiosa patina di insoddisfazione su tutto ciò che facciamo: questa limitazione all’imitazione deve finire, con tutto quello che è cambiato e che invece c’è da cambiare, qui e ora.

                                                                                                                 

di Costantino Bovina

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