A volto scoperto

08.04.2021

Nonostante il Corano non parli né di burqa né di niqab, è ammissibile che siano le persone a decidere come debba vestirsi una minoranza?

Il 7 Marzo in Svizzera è passato con il sì il referendum popolare promosso dal Comitato di Egerkingen sul divieto di dissimulazione del volto, conosciuto anche come ”referendum anti burqa”. Una vittoria con un margine minimo, in cui i voti a favore del sì ricoprono il 51,2%, dato dal quale emergono alcune tendenze interessanti. Oltre al divario tra città (ampiamente a favore del no) e zone rurali, si ha avuto la riconferma di fenomeni già verificatisi in passato. Questa, infatti, non è la prima volta che gli elvetici sono chiamati a prendere una decisione in materia, è già accaduto nel 2009, quando si votò per il divieto di costruzione di minareti, e nel 2013 quando nei cantoni italofoni Ticino e San Gallo si vietò il porto di burqa e niqab nei luoghi pubblici. É proprio la parte italofona a registrare la percentuale maggiore di favorevoli al divieto del paese con il 60% dei voti, contro il 53% dei francofoni ed il 50% dei germanofoni.

Altro dato interessante è la varietà di personalità che hanno votato per il sì. É vero che l’iniziativa è partita dalla destra, i quali sono stati tra i più ferventi sostenitori, ma è stata appoggiata anche da forze di sinistra, con motivazioni completamente diverse. 

Sono emersi svariati argomenti per il sì, primo fra tutti la sicurezza (prevalentemente usato dai radicali), l’eliminazione degli estremismi, la parità e libertà della donna ed infine la laicità dei luoghi pubblici.

La Svizzera segue quindi il percorso tracciato da Francia, Austria, Bulgaria, Belgio e Danimarca con la differenza però che nel contesto svizzero le donne portanti velo integrale sono una cifra intorno a 30, poche sia per costituire un pericolo, che per essere indici di una crescente radicalizzazione. Davvero non si poteva trovare un altro modo per garantire la sicurezza? Ad esempio verificando l’identità della donna nel momento in cui si trovi in luoghi pubblici, l’esiguo numero permette infatti di mettere in atto questa pratica, già adottata in paesi dove la percentuale di donne portanti il velo integrale è nettamente superiore, come negli Emirati Arabi.

La questione ha aperto anche un dibattito di matrice femminista, con da un lato chi afferma che il velo integrale sia una ”Prigione ambulante” come Marlyse Dormand, esponente socialista di Losanna, o che sia un modo per garantire la propria verginità ad aspiranti mariti, di mostrare la propria onorabilità ed il consenso ad essere considerate proprietà del coniuge, tesi sostenuta da Myret Zaki. 

Emerge così il discorso dell’ iper-sessualizzazione della donna, vista come un oggetto sia se ”troppo” o ”troppo poco” vestita, individuando perciò come soluzione l’eliminazione degli estremi (nudo e burqa). 

L’opinione femminista tuttavia si divide ulteriormente con i sostenitori del no, i quali sostengono non sia legittimo affidare a terzi la decisione su cosa debba, o non debba, indossare una donna scegliendo al suo posto, azione che non possono fare né lo Stato né il marito, il quale sarebbe penalmente punibile qualora costringesse la moglie a dissimulare il volto, dato che la coazione è reato in Svizzera. I sostenitori del no evidenziano, inoltre, il fatto che con l’eliminazione degli estremi non si risolve il problema dell’oggettificazione della donna, ma lo si nasconde (e neanche del tutto). A favore del no viene anche menzionato il rispetto per culture diverse da quella prevalente, incapace di comprendere pienamente un ambiente socio-culturale alternativo.

Tra gli altri sostenitori del sì figurano nomi come quelli di Magali Orsini, Pierre Gauthier e Salika Wenger, difensori dell’assoluta laicità dei luoghi pubblici, i quali non si sono posti lo stesso problema nei confronti di feste cristiane, ampiamente celebrate non solo in privato, come Natale e venerdì santo (di cui ricordo i festeggiamenti della cittadina di Romont nel cantone di Friburgo).

Su quali dei suddetti argomenti si è basata però la campagna di promozione del referendum contro la dissimulazione del volto? Nessuno. 

I manifesti ritraggono donne con il velo integrale e gli slogan recitano ”Stop all’estremismo” e ”Stop all’Islam radicale” che ci fanno interrogare sulla reale motivazione dell’iniziativa, che va a colpire anche hooligans e manifestanti mascherati, dei quali però si parla a malapena.

Il Consiglio federale ed il Parlamento hanno ritenuto eccessiva l’iniziativa popolare e si sono detti contrari, offrendo un controprogetto indiretto, proponente misure adatte a garantire la sicurezza tramite l’identificazione di chi dissimula il proprio volto e interventi volti ad incrementare e ottimizzare i diritti delle donne, per contribuire alla parità dei sessi ed all’integrazione. Controprogetto la cui attuazione dipendeva dall’ esito negativo del referendum, che avrebbe giovato non solo alle donne musulmane che portano il velo integrale, ma anche al resto della società che sarebbe stata più giusta ed equa.

Per quanto sia vero che né burqa né niqab sono nominati nel Corano, è inammissibile che siano persone, non direttamente interessate, a decidere cosa debba indossare una minoranza e perché non può vestire in un determinato modo. 

Considerando che è una cultura della quale ignorano le tradizioni, è impensabile che pretendano di poter limitarne la libertà andando a ledere il diritto all’uguaglianza, impedendo loro di essere ciò che vogliono come lo vogliono, com’è invece permesso al resto della popolazione.

di Yasmine Azmany

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un’icona per effettuare l’accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s…

WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: