“Una Canzone per Addormentarsi Piangend0” chiacchierata con il Generatore di Tensione

26.06.2021

Il Generatore di Tensione è un gruppo nato a Bologna, composto da Roberto Comastri, voce, e Simone Parazzoli, voce, chitarra e autore dei testi.

Suonate insieme da sempre, da quando eravate ragazzini, e poi avete continuato.

S: Sì, ma l’inizio è meno romantico di quanto si pensi. Facevamo ginnastica insieme, io prendevo qualche lezione di chitarra e ci è venuta voglia di suonare il sabato pomeriggio.

R: Il punto di svolta è stato quando si è allagata la saletta dove si suonava e abbiamo iniziato ad andare in centro.

S: Lì c’è stato un leggero salto, da hobby del sabato pomeriggio al dover fare delle scelte. Non lo facevamo più solo per noi stessi, avevamo 15 anni ma c’era un minimo di pubblico, dietro Piazza Maggiore, quindi bisognava confrontarsi con questa cosa, anche solamente nel decidere quali cover suonare, quali pezzi scrivere.

R: Ad esempio mi ricordo che prima di andare in centro ci preparavamo per ore a casa. Non aveva molto senso, però sentivamo di doverlo fare.

S: L’altro grande cambiamento è arrivato con Pressing (Pressing Line, prima casa di produzione del gruppo ndr) e lì abbiamo incontrato Paolo Piermattei. Lui è stata la prima persona esterna al nostro cerchio di amici e parenti che ha creduto nella nostra musica. E quando una persona estranea, che ha lavorato con Dalla, ti dice che c’è qualcosa di buono, diventa un’esperienza professionale. Noi eravamo ragazzini, non sapevamo fare canzoni e lui ci ha insegnato alcune cose fondamentali. La prima lezione è stata imparare a togliere il superfluo, la canzone deve diventare un’opera d’arte nitida, chiara. Quella di Paolo non è una formazione commerciale, ma comunicativa: less is more non perché vende, ma perché devi dire quello che vuoi dire, non devi dire tutto. L’altro grande insegnamento è più emotivo, perché ci ha dato consapevolezza dei nostri mezzi. Non siamo famosi, andiamo ai festival (Musicultura, Sanremo) e ci scartano, però continuiamo a fare musica, perché abbiamo la presunzione di credere che qualcosa di interessante viene fuori.

R: Sicuramente è stato un parere auterevole non amico che ha creduto in noi. Di fronte a mille problemi, avere uno che ti dice come fare invece di scartarti, e che te lo dice con enorme sicurezza, cambia tutto. Noi ci siamo trovati a fargli fronte: all’inizio non volevamo cambiare le nostre canzoni, però un po’ ti fidi, un po’ vuoi metterti in gioco, e così impari a costruire una canzone, a fare una scaletta di un concerto. Confrontarti con la complessità ti serve per arrivare alle persone.

Ora però la situazione è diversa: non siete più in Pressing, avete cambiato città, da Bologna a Milano, non siete più in cinque ma in due e c’è stata la pandemia.

R: Cambia radicalmente il modo di lavorare in due, e poi con la pandemia lavoravamo separati. Ora siamo indipendenti, abbiamo un sacco di canzoni e vogliamo mantenere un alto livello di qualità. Anche se registriamo in casa e non in studio.

S: Dal punto di vista tecnico ci sono tre momenti. Partiamo dalla saletta, dove tutti suonano tutto e nel bordello si cerca di capire cosa salvare. In Pressing si impara a fare musica davvero, con approccio professionale, less is more, ma sul serio. E si sperimenta di più. Ora è tutto più flessibile, a volte mando a Robbi pezzi quasi finiti, altre volte partiamo da zero. E poi c’è tanto lavoro al computer, alla chitarra e alla voce si sommano ore di lavoro al mix.

R: Il mio lavoro di tecnico (Roberto è tecnico di produzione Rai ndr) è quello di trasformare una canzone, già avanzata in produzione, in un prodotto finito a livello altissimo, che se lo ascolti dopo aver sentito un pezzo di uno forte non senti differenze o quasi in termini di qualità audio.

S: Questo non toglie che negli ultimi pezzi comunque c’è una ricerca diversa, intima. Registrare in camera è una questione di necessità, se avessimo voluto un’orchestra non avremmo potuto, ma sono pezzi in acustico anche per coerenza, volevamo un’estetica di “fatto in casa”.

R: Ad esempio a Musicultura, a Sanremo Giovani e a X-Factor abbiamo portato dei pezzi adatti ad un organico più ampio. Quindi il “fatto in casa” è un’esigenza logistica ma anche una scelta: ci sono canzoni intime e “piccoline” come queste, con pochi elementi, che funzionano così.

Questo album pubblicato ieri, Una canzone per Addormentarsi Piangendo, da un certo punto di vista è pretenzioso: un vinile per due soli pezzi, in acustico, meno di 5 minuti in tutto.

S: Forse è una cazzata gigante, 4.17 minuti e tutta questa fatica. Un pezzo è di un minuto e quarantacinque, nell’altro c’è una strofa senza base, non ci sono ritornelli. Ma in realtà non c’era bisogno di fare il ritornello, non vale la pena forzare le cose in certi casi. Soprattutto chissene frega del ritornello e della base, voglio dire una cosa e anche se esce grezza voglio che il messaggio arrivi, poi scendo dal palco.

R: L’approccio di questa produzione è molto live, molto performativo: ti devo rapire lo sguardo, ti devo dire queste cose e ripeterle è ridondante.

Una produzione registrata in acustico, in camera, che si traduce in un vinile, per voi è un approccio live?

S: Mi fa ridere, perché ritorna questa cosa della camera, l’hai detta tu adesso ma l’abbiamo detta anche noi prima. Mi sa un po’ di lockdown, senza saperlo continuiamo a cercare lo spazio intimo. Se ipotizziamo che ogni canzone ha un suo spazio, e allora, dico per dire, “Mille” sta in spiaggia e Cosmo sta in una discoteca bianca senza luci colorate, queste nostre canzoni possono stare solo e soltanto in camera. Il live che dice Robbi non è nello stadio, ma in una stanza in cui 30 persone devono sentire ogni respiro, in un momento quasi liturgico. Questa almeno è la pretesa.

R: Personalmente, se penso ai momenti in cui mi sono maggiormente emozionato davanti a delle persone, penso a tre situazioni, tutte da trenta spettatori. Anche davanti a duecento è un’emozione incredibile, però mi ricordo soprattutto queste tre.

Domanda più noiosa: non vi so classificare e non voglio usare l’abusata parola magica, dicendo che siete indie.

R: Guarda, abbiamo fatto un provino con un vertice di Sony, e il problema era che non sapeva incasellarci. Se non lo sa lui, non lo so io onestamente.

S: Io ritorno a Piermattei e al suo discorso sulla comunicazione. Ogni cosa ha bisogno del piedistallo e della dimensione giusta. Diciamo che c’è un nucleo di canzone, un messaggio. Bisogna trovare lo spazio giusto per svilupparla: se per dire alcune cose non voglio la base, e mi si dice che quello è poetry slam, allora va bene, faccio poetry slam. Se voglio una cassa in 4, e faccio EDM, lo faccio, e poi ci canto sopra una canzoncina che a livello di testo rientrerebbe magari nell’indie. Il lessico e i concetti sono indie, e magari l’estetica musicale è totalmente pop.

R: Forse è brutto da dire, per me no, anzi, ma la canzone deve funzionare. L’indie che racconta tante cose ma che mi rompo ad ascoltarlo ha perso.

S: Per comunicare devi fare tutto più nitido, più a fuoco possibile. Se una cosa deve suonare così, la si suona così. E ci sono cose che sbagliamo, e magari alcune cose nostre non ci piacciono. Però il metodo deve rimanere quello che abbiamo imparato in Pressing, trail and error. Cosa succederebbe se provassimo questa cosa? Se il ritornello lo urlassimo? Ci provi, vedi se funziona e ne provi un’altra.

R: E’ stato determinante il lavoro in studio, con Pressing. Invece di risuonare tutti insieme il pezzo usi il computer, e in dieci secondi puoi fare cambiamenti drastici e vedere se funzionano. Non è andare per tentativi, ma le idee che ci vengono le proviamo tutte.

S: Toglie un po’ di romanticismo al discorso dell’intuizione artistica. È molto piccola l’intuizione, poi si lavora aggiustando mille dettagli.

R: Vabeh, questo perché tu hai un’autostima molto bassa come artista, l’intuizione c’è.

S: No ok, però il lavoro al di là dell’intuizione è artigianale, bisogna limare tante cose, provarne tantissime. Si passa il tempo a correggere ed è una cosa bella secondo me.

Poi ci sono i temi, in particolare voi parlate tanto di incomunicabilità, e non in generale ma dentro la coppia.

R: Se parlo con le persone che conosco, i ventenni, e noi siamo ventenni assolutamente non atipici, non si sanno parlare e non sanno stare insieme. Le emozioni sono una cosa fondamentale nella vita delle persone, ma vanno riconosciute, e l’educazione sentimentale non è una cosa semplice. Per me la musica è stata utilissima per farmi delle domande e capire qualcosa.

S: Sì, l’incomunicabilità torna sempre nei nostri pezzi, ed è sempre nella coppia, ma non so se si parla di relazioni d’amore. O meglio, è un discorso sulla coppia, ma non sono canzoni d’amore, non c’è mai un momento in cui dico “ti amo tantissimo” oppure “sono distrutto perché io ti amo e tu no”.                                                                                                                                                                      Il punto è che le dinamiche delle nostre canzoni sono sempre rapporti io-tu. Non esiste un noi nei nostri pezzi. Un noi un po’ c’è, ma non è una comunità di riferimento definita, è confusa. Comunque parlare di incomunicabilità in una canzone è facile, perché la scrivi da solo, non con l’altra persona: racconti la tua verità, di singolo individuo e del tuo rapporto. La cosa interessante è che poi si emozionano anche le altre persone che l’ascoltano, e si sentono coinvolte, la nostra canzone parla anche delle loro relazioni.

R: Ma poi io mi trovo a cantare qualcosa che ha scritto Simo, e lui l’ha scritta pensando alla sua relazione ma anche alla mia, a quello che gli racconto delle mie esperienze, quindi è già musica che parla di tante storie. In questo modo ci si immedesima e ci si fanno delle domande. È l’unico modo per non rimanere bloccati.

Ed è così che passate al noi, cantando uno le parole dell’altro?

S: No, non credo. Il punto è che io rappo nelle canzoni, ma non faccio rap, non appartengo alla cultura hip hop, che ammiro da sempre ma non è la mia. Mi ricordo quando Kyodo veniva a parlarci a scuola di hip hop, ma noi non abbiamo quei riferimenti. Non parliamo ad una comunità, che, banalizzando, nella storia hip hop è il ghetto, la rivincita sociale, la vita dura. Io uso il mezzo hip hop, uso l’incazzatura hip hop per dire alcune cose ma non ho una comunità da rappresentare rappando.

Quello che forse rappresento io è qualcosa di totalmente indefinito: siamo ventenni che possono studiare all’università, possono lavorare, e abbiamo l’aspirazione di fare arte nella vita, ma non in termini hip hop, la notte, dopo esserci ammazzati in fabbrica. Nella nostra musica non c’è la narrazione degli sconfitti che fanno arte per rivincita, forse un pochino sì, perché non è tutto perfetto ovviamente, ma sicuramente non rappresentiamo una comunità definita.

R: Noi condividiamo alcune cose, usando i mezzi che ci servono, perché sono cose che ci hanno scosso. E a voi?

S: Forse è l’aspetto più artigianale e laico della canzone. Metti in fila otto parole, e magari puoi farlo a caso aprendo il dizionario e ti esce il verso della vita. Però qualcuno mette in fila otto parole e ti dice una cosa scomoda, che non riesci a razionalizzare ma che ti smuove qualcosa. L’unico verso che mi ricordo sempre è di Florence and the Machine: “You make a fool of death with your beauty”, sono nove parole, che dice alla sua ragazza, ed è una frase incredibile da dire alla propria ragazza.

Quindi restiamo sull’io-tu?

R: Restiamo sull’io-tu perché la comunità oggi ce l’hai davanti alla crisi quando i problemi sono evidenti. Ma ci sono problemi condivisi che le persone non sanno di condividere, perché non li verbalizzano, non li comunicano. È un problema di salute mentale e di educazione sentimentale. Sono problemi che potrebbero appartenere ad una comunità ma ognuno li vive in solitudine. L’io-tu è la dimensione perfetta per capire la difficoltà di comunicare.

S: I libri motivazionali ti dicono che tu sei il problema e devi cambiare certe cose. Il problema è che sto libro motivazionale lo vendi a duemila persone con lo stesso problema, ad esempio che hanno perso il lavoro, e proponi una cura individuale per un problema collettivo. La soluzione è innanzitutto politica, parola immensa che però non citiamo mai, ma quando parliamo di un rapporto io-tu, è comunque un discorso politico. Ci rivolgiamo magari ad artisti che fanno l’università, che hanno un lavoro, che hanno ambizioni non casuali, e che soffrono in una certa maniera.

R: Una persona è sola e non sa dirlo, perché se non hai dimestichezza con un certo tipo di lessico, il discorso delle emozioni non lo affronti. Sai dire che stai male, ma non sai capire perché e come, non sai dirlo a te stesso e non lo sai dire agli altri. Cantare queste cose è importante secondo noi.

E la coppia?

R: E’ il campo in cui tutto questo si sperimenta per forza.

S: Perché è anche il posto in cui si deve comunicare di più. Le cose che dici in coppia le potresti dire altrove, le potresti dire agli amici e a volte lo fai, ma qui, in coppia, le vai a cercare in un certo modo, c’è un clima di costante ricerca.

R: Io per esempio ho imparato a comunicare in coppia, a causa di una regola ovvia: se non ti apri con l’altro, l’altro non si apre con te. In coppia questo lo sperimenti subito. Anche con un collega di lavoro può capitare di parlare di cose importanti, va creato l’ambiente adatto. Io ho imparato in coppia a farlo.

E ad un certo punto non riesci più a farlo?

R: Non si chiude del tutto la comunicazione, ma si parla di cazzate, si parla di carriere.

S: Le nostre sono canzoni di persone, come noi, che si lasciano senza conflitto, perché non si dicono più niente di vero, non perché si tradiscono andando a scopare in giro. Il conflitto manca del tutto, ci si lascia quasi con comprensione e accettazione. Ma d’altronde il conflitto appartiene alla comunità, al noi, non ai rapporti io-tu che raccontiamo.

Torniamo allora alla comunità?

R: Anche se non c’è, poi la comunità si crea: vai ad un concerto e fai comunità con persone che vanno lì per emozionarsi e scoprirsi, persone che si dedicano del tempo per scavarsi. Quando ascolti da solo è diverso. Il concerto infatti ci è mancato enormemente quest’anno, Simo potrebbe fare un live mettendo trenta persone in una stanza ad ascoltare un vinile, tutti insieme e senza suonare; a me salire sul palco è mancato tantissimo. Per me è il momento più importante, arrivo con tantissime aspettative e ogni volta sono soddisfatto, sul palco tiro fuori tutto quello che ho fatto e vedo se anche gli altri provano qualcosa. E so che per emozionare il pubblico devo emozionarmi io per primo, quindi è un momento forte per tutti il live.

Mi viene in mente che la cosa più importante sia ottenere il silenzio dal pubblico. Se finiamo un pezzo e il pubblico per tre secondi è in silenzio, spiazzato e solo dopo applaude, quello è il massimo, hai generato tensione e poi hai strappato tutto. In questi ultimi pezzi lasciamo dieci secondi di pioggia a fine pezzo. A cosa serve? Niente, però ti lascia un silenzio che non dà fastidio alle orecchie, non guardi il telefono per vedere se si è bloccato Spotify, la canzone continua ma in silenzio e la tensione che è salita viene staccata. Sei guidato a pensare a cosa cazzo hai ascoltato.

S: Sì queste canzoni sono fatte apposta per essere ascoltate così, una dietro l’altra, poi la pioggia, e poi magari piangi e ti addormenti.

Intervista di Eugenio Chemello

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