Slowth Records: quando il Bradipo diventa il simbolo di un nuovo approccio alla musica

23.05.2021

Il bradipo è un animale particolare, interessante e curioso, ha comportamenti inusuali e se ci pensi è un animale unico.

Quando pensi al bradipo pensi ad un animale inutile, statico, monotono, un po’ come stiamo rischiando di diventare tutti nell’ultimo anno.

Beh Mattia Loris SiboniMatteo Pastorello e Niccolò Salvi, studenti e musicisti provenienti dai corsi di Musica Elettronica e Sound Design presso il Conservatorio G. B. Martini di Bologna, membri stabili di Minus – Collettivo d’Improvvisazione, nonché i fondatori di Slowth Records non la pensano così.

Cos’è Slowth Records?

Matteo: Slowth Records è un’etichetta discografica indipendente nata nell’Ottobre 2020.

L’obbiettivo è dare spazio a tutta quella musica di ricerca che può soffrire della “Sindrome della Nicchia”, cercando di darle una via d’uscita facendo ascoltare, ma prima di tutto tentando di far comprendere, generi che magari pochi conoscono, tutto ciò sfruttando al meglio la distribuzione digitale, la promozione social e creando spazi di approfondimento ad hoc.

Mattia: Essendo associazione culturale, l’apertura non è esclusivamente rivolta alla musica elettronica, ma alla musica di ricerca a 360 gradi e magari a tutte quelle arti, principalmente contemporanee, che purtroppo spesso e volentieri competono solo agli addetti ai lavori, quando in realtà potrebbero essere arti accessibili a tutti.

In sostanza lo scopo di Slowth Records è anche quello di dare gli strumenti a chi vorrebbe comprendere meglio questo mondo apparentemente estraneo ed impossibile da scoprire.

Spero che in futuro venga considerata come una realtà di riferimento, un punto di incontro per musicisti e artisti in genere.

C’è quindi un sogno nel cassetto che va oltre la semplice attività discografica?

Matteo: Esatto, il sogno è proprio quello di rendere Slowth Records un punto di riferimento, specialmente dal punto di vista degli eventi e dei concerti, che sono il momento migliore per avviare ed instaurare rapporti sociali, magari bevendosi una birra, parlando di stupidaggini, giudicando l’evento e così via.

Niccolò: Infatti, usando un termine oggigiorno abusato, l’obbiettivo è quello di instaurare e mantenere una community, il cui nucleo è rappresentato dall’associazione.

Matteo: Ci manca molto l’aspetto comunitario, non vediamo l’ora che questa situazione finisca presto per poter dare ufficialmente il via alla vera e propria community.

Mattia: Basta ragazzi sennò mi metto a piangere.

Purtroppo questa è una mancanza che tocca inevitabilmente tutti, ma tralasciando discorsi tristi, il nome ha un significato?

Niccolò: L’idea del bradipo fu subito condivisa da tutti: in Inglese la parola “bradipo” è “sloth“, termine dal quale abbiamo coniato il neologismo “Slowth“, combinandolo con “slow” che significa “lento”. Il significato è infatti quello di invitare ad ascoltare in modo più lento ed attento, specialmente se pensiamo alla società estremamente veloce in cui viviamo adesso, che va a influenzare inevitabilmente anche la fruizione e percezione della musica.

Matteo: Il bradipo è un animale particolare, interessante e curioso, ha comportamenti inusuali e se ci pensi è un animale unico, apparentemente noioso ma che dispone di una forza nascosta, è affascinante; ci è piaciuto quindi associare la figura del bradipo all’idea che abbiamo di ricerca e sperimentazione, ricerca che viene molto spesso ignorata ma senza la quale non si avrebbe alcuno sviluppo.

Il bradipo è uno degli animali più antichi che popolano la terra e non è a rischio estinzione, dunque, nonostante tutto, è ancora lì.

Vogliamo essere come i bradipi e fare come i bradipi.

Effettivamente non se la stanno passando male, sto invidiando i bradipi adesso.

Comunque ci avete detto che Slowth Records è nata da pochissimo, si può quindi dire che rappresenta anche una reazione al Covid?

Mattia: Non proprio, però possiamo dire che ha dato una bella spinta.

L’idea dell’etichetta discografica aleggiava già prima: viste anche le esperienze passate che abbiamo avuto con realtà simili, già prima del Covid sentivamo l’esigenza di dare il giusto supporto ad una realtà musicale che ha bisogno di attenzioni discografiche specifiche, troppo spesso ignorate e/o mal interpretate.

Con il Covid, la mancanza di eventi e la conseguente voglia di fare si è accesa la miccia e ci siamo dati da fare!

Visto che stiamo parlando di “generi che nessuno si sarebbe ascoltato”, quali sono questi generi?

Matteo: Non esistono generi, crediamo che la sperimentazione sia l’elemento essenziale.

Con questo non dico che rilasceremo di tutto, ma ci interessa che quel risultato finale sia frutto di una sperimentazione, di una ricerca, e questo prescinde dal genere musicale.

Per adesso ci dedicheremo esclusivamente alla musica, ma in futuro non escludiamo che avremo a che fare anche con “musica applicata a”.

Niccolò: Per ricerca e sperimentazione non intendiamo quella che possono fare tutti oggi con il proprio computer, spesso quel tipo di “sperimentazione” confluisce in una alquanto superficiale, ma intendiamo la sperimentazione consapevole, che è e sarà un elemento imprescindibile per le pubblicazioni e i progetti attuali e futuri.

Quindi per collaborare con voi è necessario essere iscritti al Conservatorio o aver in qualche modo studiato musica?

Niccolò: Non per forza, quello che conta è essere consapevoli di ciò che si fa e non sperimentare o fare ricerche campate in aria.

Ovviamente studiare rende più consapevoli, ma se non hai studiato musica non vuol dire che non sei in grado di fare musica.

Mattia: La facilità di fare musica oggi è qualcosa di straordinario se pensiamo a 50 anni fa, ma è un’arma a doppio taglio: questa accessibilità diffusa rischia di rendere, come si diceva, un contenuto più superficiale, inconsistente. Per carità, fortunatamente anche una persona che non ha mai avuto a che fare con la musica potrà raggiungere un risultato musicalmente valido grazie alla facilità di utilizzo dei mezzi tecnologici, ma il confine tra avere la consapevolezza del proprio lavoro e “fare cose a caso” è sottile.

Ma quindi cosa significa “fare musica sperimentale”?

Chiunque può registrare un suono, suonarci una melodia, aggiungere una percussione e definire quel pezzo “sperimentale”?

Mattia: Ecco, è proprio questo il punto. Dipende in primo luogo dalla consapevolezza della persona, che deve basarsi su una conoscenza storica di per sé imprescindibile, poi dalla consapevolezza di ciò che stai facendo, come e soprattutto perché.

Matteo: La consapevolezza ci sta molto a cuore, specialmente da quando abbiamo cominciato il corso di Esecuzione ed Interpretazione della musica elettroacustica in Conservatorio.

Il maestro Giomi ci mise in guardia da subito, degli strumenti che avevamo tra le mani.

Se qualcuno afferma di fare musica sperimentale e l’ascoltatore condivide, spesso quest’ultimo non si rende veramente conto di quello che sta ascoltando.

Parliamo di BolognaSound vol. 1, la vostra compilation, nonché release di debutto ufficiale, possiamo considerarla un biglietto da visita?

Matteo: Questo paragone mi piace, direi che non potevi definirla meglio di così.

Possiamo anche considerarla un mini-manifesto, un progetto che è cominciato col vol. 1.

Progetto in che senso?

Matteo: Nel senso che avrà – piccolo spoiler – una cadenza annuale, e avrà lo scopo di atteggiarsi come un multispazio aperto a più artisti, infatti BolognaSound vol. 1  è un contenitore che al suo interno racchiude ben 5 musicisti, nonché amici e colleghi del Conservatorio di Bologna.

Il nome della compilation non è nostro, è stato coniato dal nostro maestro Francesco Giomi, direttore di Tempo Reale, del cui significato abbiamo parlato dettagliatamente nel nostro manifesto.

Come afferma Giomi: “BolognaSound non è un genere, ma bensì un modo di intendere il pensiero musicale”.

L’eterogeneità dei brani è un’ulteriore riprova che BolognaSound non è un genere, ma un modo di intendere la musica, che in questa prima release è rappresentata dai 5 eletti iniziatori, ossia: NjordzitroneFederico PipiaDaniele CarcassiMarco MendittoSimone Faraci, che salutiamo e ringraziamo infinitamente.

Dunque ci saranno volumi futuri?

Mattia: Esatto, possiamo già qui anticipare che il vol. 2 sarà rilasciato probabilmente nel prossimo periodo natalizio.

Facciamo un passo indietro: sicuramente se siete al Conservatorio ci sarà stato un inizio con la musica, ci sono generi e artisti che vi hanno segnato l’infanzia musicale?

Mattia: Non ho dubbi che il primo vero amore sono stati i Red Hot Chili Peppers, seguito poi dall’approfondimento della discografia di John Frusciante che mi ha letteralmente cambiato la vita, grazie principalmente al suo stile di far musica.

Matteo: Il primo approccio è stato il Punk Hardcore, ricordo principalmente i Rise Against e i NOFX, poi al Conservatorio c’è stato un ribaltamento totale al mio approccio musicale, grazie soprattutto a Denis Smalley Bernard Parmegiani.

Niccolò: Il mio amore in assoluto sono stati i Led Zeppelin, ho amato alla follia Jimmy Page e devo ringraziarlo per avermi fatto capire che da grande volevo fare musica.

Il Conservatorio è stato determinante per crescere?

Tutti: Assolutamente, non ha cambiato solo i nostri gusti, ma soprattutto il nostro modo di ascoltare, comprendere, analizzare ed interiorizzare la musica, ponendo l’attenzione al suono e al suo contesto.

Ecco, arriviamo al clou della nostra chiacchierata: Cos’è l’Elettroacustica?

Mattia: È veramente difficile rispondere, è come se mi chiedessi “Cos’è il Rock?”, per quanto ne sappiamo anche la Musica Classica, registrata e ascoltata può essere definita “elettroacustica”, ma non è così.

Dipende anche cosa si vuole intende per “elettroacustico”, cioè se intendi il sistema col quale registri e ascolti oppure un genere musicale, e in questo caso si aprirebbe una parentesi enorme.

La musica elettroacustica come corrente musicale nasce e si sviluppa dall’unione di due esperienze storiche principali: quella della Musica Concreta, nata dall’esperienza francese di Pierre Schaeffer (1910 – 1995) e quella della Musica Elettronica negli studi di Colonia da parte di Karlheinz Stockhausen (1928 – 2007).

Matteo: Definire la musica elettroacustica come genere sarebbe riduttivo.

È prima di tutto un modo di intendere il suono e agire nella composizione, interpretazione e improvvisazione musicale. Ad oggi vi sono diverse dottrine, magari giuste, ma che non fanno che complicare le cose, rendendoci quindi incapaci di darti una risposta certa, forse sarebbe più attuale parlare di musica sperimentale.

Niccolò: Sicuramente l’elettroacustica rispetta determinati canoni che hanno un’origine storica, i quali poi negli anni si sono evoluti ed applicati in maniera diversa, dando così il via a varie differenziazioni, e questo era inevitabile già in partenza vista la genesi delle prime esperienze storiche.

Va bene così, sembra che dare una definizione è praticamente impossibile, però è interessante che abbiate deciso di mettere su Slowth Records, una realtà che si fonda anche su questo modo di intendere la musica, quindi perché fare Elettroacustica? Ma soprattutto: Perché conoscerla?

Niccolò: Come dice il nostro maestro Giomi: “Accogliete tutto, andate anche ai concerti brutti“.

Mattia: Perché ti apre a tutto, perché ti permette di accogliere, perché ti da un altro punto di vista.

Matteo: Forse la domanda giusta è: “Perché fare Musica Sperimentale?” e a questa risponderei come risponde il maestro Giomi, ma non saprei rispondere alla tua domanda.

Okay ragazzi non volevo mettervi a disagio.

Per concludere avete consigli di ascolto per chi magari è incuriosito da questo tipo di approccio alla musica?

Pentes di Denis Smalley.

De Natura Sonorum di Bernard Parmegiani.

Lipstick on a Pig di e-cor ensemble.

Mattia: Con questi ascolti speriamo che qualcuno capisca quanto la musica sia ancora da scoprire, ma soprattutto speriamo che anche con Slowth Records la musica “accademica” esca da questo contesto, entrando sempre più nell’esperienza quotidiana degli ascoltatori più curiosi.

Matteo: Sarebbe bello, anche perché i suoni che attengono all’elettroacustica sono molto intimi, ogni tipo di suono può essere percepito in diversi modi a seconda dell’ascoltatore. Anche se è musica che di base non nasce per regalare emozioni noi siamo umani, è inevitabile non provare un’emozione in relazione ad un determinato suono, per questo l’ascolto di questa musica può essere un’esperienza incredibile per i “nuovi” ascoltatori, e non vediamo l’ora che questo tipo di esperienza possa tornare dal vivo.

                                                                                     Intervista di Aldo Dushi

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